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Messaggi don Orione
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Autore: Antonio Lanza



Il noto episodio della rosa che non appassiva, a differenza delle altre poste attorno al dipinto della Vergine davanti al quale Carolina Orione aveva partecipato alla funzioncina mariana del mese di maggio - episodio che la pietà popolare aveva interpretato come un segno della grazia che la Madonna stava per concedere al paese con la nascita del suo futuro Apostolo (G. 9.I) - sta già ad indicare come la Vergine sarebbe entrata in un modo del tutto particolare nella vita del nascituro.
Luigi Orione infatti sentì fin dalla prima infanzia una naturale attrazione ed una filiale devozione per la Madre di Gesù. A dimostrare tutta la freschezza e la poesia di questa pietà ingenua e confidente scegliamo, da un ampio florilegio, due semplici particolari, che hanno però riscontro solo nella vita dei Santi.
Non ancora decenne, il piccolo Luigi soleva far visita, in una cappellina campestre appena fuori del natio Pontecurone, ad una devota immagine della Madonna. Un inverno, sia per l’inclemenza della stagione sia perché c’era ugualmente modo di rendere omaggio alla Vergine anche nella chiesa parrocchiale, aveva diradato le visite alla cappellina. Durante la novena dell’Immacolata però, vedendo la solennità con la quale erano svolte le funzioni nella chiesa piena di luci e di canti, sentì come un rimorso per la solitudine nella quale aveva lasciato la sua Madonnina tra i campi. Allora, - ricordava lo stesso Don Orione -: “nonostante ci fosse già la neve, vi portai un bel mazzo di fiori. Mi sembrava una ingratitudine colpevole abbandonare la visita alla Madonna perché c’era la neve” (DO, I,148). E il sacrificio del bambino impreziosiva ancor più il gentile atto di ossequio.


Prova di amorosa confidenza Luigi la diede invece durante la permanenza all’Oratorio di Don Bosco. La statua dell’Ausiliatrice, venerata nell’attiguo santuario, era stata modellata dal canonico Cattaneo di Pontecurone. Per questo motivo Luigi sentiva quel simulacro particolarmente vicino e familiare. Quando si avvicinavano gli esami, per assicurarsene la buona riuscita, si rivolgeva alla Vergine con ardita spontaneità: “Cara Madonna, - Le diceva - anche Tu sei del mio paese, mi conosci; perciò devi farmi questa grazia” (Par. V, 49). E la Madonna non se ne aveva a male di quella candida confidenza. Lo aiutò infatti a superare, in soli tre, i cinque anni del corso ginnasiale.
Prima di seguire il padre, quale garzone selciatore, aveva posto nelle mani della Madonna la causa della sua vocazione sacerdotale promettendo, nella sua munifica povertà, di restaurare la chiesina della Fogliata a Casalnoceto e il Santuario della Madonna della Grazie a Casei Gerola, se avesse ottenuto la grazia di diventare sacerdote. Possiamo quindi immaginare la sua commozione quando, vistesi aperte le porte del seminario di Tortona, si sentì rivolgere dal rettore che gli aveva benedetto l’abito chiericale l’indovinato augurio: “La Madonna ti prenda nelle sue mani e faccia che tu sia il prete della Madonna” (Par. IV, 439). Era il programma che si era proposto da sempre con un’espressione - “O cara Madre mia, Maria SS.ma, sono tutto tuo figliolo” (Scr. 53,2) - misteriosamente evocativa ora che ne sentiamo l’eco nel motto dell’attuale Pontefice. La sua vita pertanto non poteva essere che una generosa risposta a quell’intervento materno, portando all’amore di così buona Madre le anime di tanti fratelli, specialmente di quelli per i quali quella devozione era motivo di sollievo e conforto per i loro mali fisici o morali.


Quando predicava di Lei, aveva l’arte di toccare i cuori, dei grandi come dei piccoli. Avuta in dono una statua dell’Addolorata con la tradizionale spada confitta nel petto, parlò con tale partecipazione sui dolori della Vergine che i piccoli ascoltatori del primo collegetto di San Bernardino “spezzarono e bruciarono” quella spada, dichiarando di non volere che fra di loro la Madonna fosse “piena di dolore” (Par. IV, 283). Don Orione, commosso per quell’atto di amore, volle che quella statua, cui era stata tolta dai suoi figlioli la spada, passasse a rappresentare la Madonna della Divina Provvidenza, col qual titolo è ora venerata nella cappella della Casa Madre della Congregazione.


Fu instancabile nel promuovere manifestazioni mariane seguite sempre dal concorso di innumerevoli folle e coronate da visibili frutti spirituali.. Per molti anni organizzò personalmente pellegrinaggi al Santuario della Madonna della Guardia sul Monte Figogna sopra Genova o a quello della Madonna di Caravaggio nella bassa bergamasca. Nella sua povertà, sostenuto dalla fede nella divina Provvidenza e dall’aiuto dei buoni, innalzò alla Vergine tre grandiosi Santuari, quali centri di richiamo per la devozione mariana e suo personale tributo di riconoscenza per i benefici ricevuti.
Attribuiva infatti alla Vergine tutto il bene che riusciva a compiere, così che solo a Lei ne salisse l’onore. “E’ la Madonna che fa tutto” scriveva, e per spingere anche gli altri ad avere fiducia nella “onnipotenza supplice” della sua intercessione, aggiungeva: “bisogna impossessarsi bene della Madonna, e poi del Signore se ne fa quel che si vuole” (Scr. 9,4).
A conferma del materno intervento della Vergine in tutte le vicende della sua vita, amava ripetere con San Leonardo da Porto Maurizio: “Leggete sulla mia fronte, leggete nel mio cuore, leggete nell’anima mia; non vedete che dappertutto sta scritto: Grazie ricevute da Maria?” (OdDP, 1.5.1908).

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