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Messaggi don Orione
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Nella foto: Il card. José Saraiva Martins e il postulatore Don Flavio Peloso alla cerimonia di canonizzazione di San Luigi Orione, 16 maggio 2004
Pubblicato in: L’Osservatore Romano del 13 maggio 2004. p.6

Articolo Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

DON LUIGI ORIONE

LO STRATEGA DELLA CARITA’

Card. José Saraiva Martins

 

Un grande filosofo francese del XX secolo, Henry Bergson, ha osservato che “i più grandi personaggi della storia non sono i conquistatori ma i santi”. Mentre Jean Delumeau, uno storico del cattolicesimo del Cinquecento ha invitato a verificare come i grandi risvegli nella storia della cristianità siano stati caratterizzati da un ritorno alle fonti, cioè alla santità del Vangelo, provocata dai santi e dai movimenti di santità nella Chiesa. In tempi più recenti, il Card. Joseph Ratzinger ha giustamente affermato che “Non sono le maggioranze occasionali che si formano qui o là nella Chiesa a decidere il suo e nostro cammino. Essi, i Santi, sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale noi ci orientiamo. Ad essa noi ci atteniamo! Essi traducono il divino nell'umano, l'eterno nel tempo".

In un mondo che cambia, i santi non solo non restano spiazzati storicamente o culturalmente, ma  stanno diventando un soggetto ancor più attendibile. In un’epoca di caduta delle utopie, in un’epoca di diffidenza e di inappetenza di quanto è teorico e ideologico, sta sorgendo una nuova attenzione verso i santi, figure singolari nelle quali si incontra non una teoria e neanche semplicemente una morale, ma una storia da narrare con la parola, da scoprire con lo studio, da amare con la devozione, da attuare con l’imitazione.

Don Orione è uno di quei santi che “fanno maggioranza” perché, libero da qualsiasi protagonismo, egli “ha tradotto il divino nell'umano, l'eterno nel tempo" e perciò ha determinato orientamenti profondi e duraturi nella vita della Chiesa.

Il beato Luigi Orione è patrimonio di tutti, è una ricchezza per la Chiesa, perché si è spinto oltre se stesso in uno sviluppo che mentre onora l’uomo rende gloria a Dio, “mirabile nei suoi santi”.

Nella imminente preparazione dell'evento della canonizzazione del Beato Orione vorrei fare mie, e riproporle, le riflessioni del grande don Giuseppe De Luca. In primo luogo quelle redatte in un articolo sull'Osservatore Romano, a firma del celebre prete-scrittore, quando non erano ancora trascorsi cinque anni dalla morte di don Orione. Il pezzo s'intitola Due nuove parole ed è del 5-6 febbraio 1945, in esso don De Luca confessa: "Mai non mi accadde di avvicinare don Orione senza che io ne provi, dentro nel mio animo, qualcosa che assomiglia, non so come dire, ai moti dell'amore: una meraviglia, un incantamento, una trepidazione, una delicatezza, una forza, un impeto, una gioia; tutto di me in me si rianima e ridesta; tutto vive, tutto vibra, tutto vige". Sono certamente in tanti a poter dire lo stesso, seppure non hanno potuto conoscere il Beato in vita, e lo fanno riaffermando nella loro esperienza cristiana la fede della comunione dei santi. In quello stesso articolo il De Luca conclude con affermazioni quanto mai profetiche:  "Dirà un giorno la Chiesa se Egli fu o non fu un Santo; quel che possiamo dir noi è che le sue opere e le sue parole tradiscono il suo cuore, e il suo cuore tradisce il suo amore. (…) Questo egli volle, non altro, essere anche lui un fuoco, quel fuoco stesso che fu ed è Cristo". Ora, dal 16 maggio prossimo, quando Giovanni Paolo II lo avrà canonizzato, sapremo con certezza che don Orione fu, davvero, un santo.

 

APOSTOLO INSTANCABILE

Del sopra citato Don Giuseppe De Luca è stato ripubblicato il suo volumetto Elogio di don Orione, nel quale con finissimo  stile letterario, scolpisce i tratti avvincenti di don Orione. Fa pure delle osservazioni generali che mi paiono utili in questa così ricca stagione di santi, in cui Giovanni Paolo II° ci ha immessi. Osserva il prete letterato del sud Italia: "C'è un colore del tempo, anche nei santi. E un colore dei luoghi. I santi non sono astrazioni, ma per l'appunto il contrario di un'astrazione. Nulla di metafisico e cioè al di là dalla natura; nulla di poetico, e cioè  di 'fatto', nulla di storico, e cioè di narrato post eventum: sono invece come un torrente, un fiume, un bosco, una città, un monte. Hanno quelle linee, quei colori, quelle luci, quelle ombre. Un santo è diverso dall'altro, non soltanto come grazia, ma come natura. L'iconografia, la facile agiografia e persino la devozione vedono i santi a un dipresso secondo un solito figurino: l'intelligenza vera li scopre diversissimi" (cfr. don Giuseppe De Luca, Elogio di don Orione, Roma 1999, Edizioni di storia e letteratura,pag.70). Proseguendo don De Luca osserva quanto dei santi c'è in lui e dice che nella vita di don Orione c'è del san Benedetto, del san Francesco, del Cottolengo, del don Bosco. Interessante il 'gemellaggio' che traccia con san Pio X°: "ambedue magnifici preti, poveri preti sino all'ultimo, sebbene l'uno fosse Pontefice e l'altro il creatore di tante opere buone(…) Il tono era il medesimo: della famigliarità, della giocondità, della immediatezza sincera. Intelligentissimi di natura, capivan tutto sebbene non avessero troppe letture né troppe scienze" (ibidem,pag. 72).

L’"amore a Dio e amore ai fratelli, due fiamme di un solo sacro fuoco” (Scritti di Don Orione 78, 86) illuminarono e sostennero il cammino dell’”apostolo della carità, padre dei poveri e insigne benefattore dell’umanità dolorante e abbandonata” (Pio XII, Messaggio del 14 marzo 1940).  In particolare, fece sorgere alla periferia delle grandi città i Piccoli Cottolengo: fu così a Genova e a Milano; fu così a Buenos Aires, a San Paulo del Brasile, a Santiago del Cile. Tali case, destinate ad accogliere i fratelli più sofferenti e bisognosi, erano per Don Orione i “nuovi pulpiti" da cui parlare di Cristo e della Chiesa, “fari di fede e di civiltà”.

Lo zelo missionario di Don Orione, che già si era espresso con l’invio in Brasile nel 1913 dei primi suoi religiosi, si estese poi in Argentina e Uruguay (1921), in Palestina (1921), in Polonia (1923), a Rodi (1925), negli U.S.A. (1934), in Inghilterra (1935), in Albania (1936). Egli stesso, nel 1921-1922 e nel 1934-1937, compì due viaggi missionari nell’America Latina spingendosi fino al Cile.

In un tempo di transizione non facile per la Chiesa come per la società civile, don Orione volle porsi al servizio di tutti: sempre con umiltà, ma anche con fermezza, ora con pazienza e talvolta con decisione, sia accanto ai poveri che di fronte ai potenti, tanto nel solco della tradizione quanto con intuizioni profetiche. Godette della stima personale di Pio X, di Benedetto XV, Pio XI, Pio XII e delle Autorità della Santa Sede che gli affidarono molti delicati incarichi per risolvere problemi e sanare ferite sia all’interno della Chiesa che nei rapporti con il mondo civile. Si prodigò con prudenza e carità nelle questioni del modernismo, nella promozione della Conciliazione tra Stato e Chiesa in Italia, nell’accoglienza e riabilitazione di tanti sacerdoti “lapsi”.

Fu predicatore, confessore e organizzatore instancabile di pellegrinaggi, missioni popolari, processioni, presepi viventi e altre manifestazioni popolari della fede. Grande devoto della Madonna, ne promosse la devozione con ogni mezzo; con il lavoro manuale dei suoi chierici innalzò i Santuari della Madonna della Guardia a Tortona (1931) e della Madonna di Caravaggio a Fumo (1938).

Nell’inverno del 1940, già sofferente di angina pectoris e dopo due attacchi di cuore aggravati da crisi respiratorie, si lasciò convincere dai confratelli e dai medici a riposarsi qualche giorno nella casa “Santa Clotilde” di Sanremo, anche se, come protestò, “non è tra le palme che voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo” (Scritti 22, 217). Giunto a Sanremo, dopo soli tre giorni, circondato dall’affetto e dalle premure dei confratelli, Don Orione morì il 12 marzo 1940, sospirando “Gesù! Gesù! Vado”.

La sua salma, contesa dalla devozione di tanti devoti, ricevette solenni onoranze a San Remo, Genova, Milano, terminando l’itinerario a Tortona, ove venne tumulata nella cripta del santuario della Madonna della Guardia. Trovato intatto alla prima riesumazione del 1965, il suo corpo venne posto in onore nel medesimo santuario dopo che, il 26 ottobre 1980, Papa Giovanni Paolo II iscrisse Don Luigi Orione nell’Albo dei Beati.

 

IL CARISMA

La fiducia nella Divina Provvidenza ritengo sia l’orizzonte teologico e il clima dell’anima entro cui si collocò la vita personale, comunitaria e apostolica di Don Orione. Egli fu un modello di abbandono e di fede nella Provvidenza, sia come atteggiamento interiore che nell’apostolato della carità. Egli sempre volle essere docile alla misteriosa azione provvidente di Dio e per questo la sua vita, molto sacrificata nell’attiva donazione di sé, emanava il fascino del soprannaturale. Denominò la sua fondazione "Piccola Opera della Divina Provvidenza" e i suoi religiosi “Figli della Divina Provvidenza”.

Di fronte ai sempre presenti profeti di sventura egli reiterava la sua fede nell'eterna giovinezza della Chiesa e guardava ad un mondo sempre giovane. Diceva: "Siamo figli della Divina Provvidenza, e non disperiamo, ma, anzi, confidiamo grandemente in Dio! …La società, restaurata in Cristo, ricomparirà più giovane, più brillante, ricomparirà rianimata, rinnovata e guidata dalla Chiesa. Il Cattolicesimo, pieno di divina verità, di carità, di giovinezza, di forza sovrannaturale, si metterà alla testa del secolo rinascente per condurre all'onestà, alla fede, alla civiltà, alla felicità, alla salvezza" (In Elogio di don Orione, op.cit.pag.80).

L’opera della Divina Provvidenza consiste nell’Instaurare omnia in Christo” (Scritti 94, 165). Stemma, bandiera, programma e motto di Don Orione e della sua Famiglia religiosa è l’“Instaurare omnia in Christo” di Ef 1,10. La sua spiritualità ebbe un orientamento fortemente cristocentrico, espresso nella devozione al Crocifisso, all’Eucarestia e al Sacro Cuore, e apostolicamente vissuto come “divina follia e olocausto di mente, di cuore e di azione per le Anime” (Scritti 57, 103) “per dare Cristo al popolo e il popolo alla Chiesa di Cristo” (Scritti 19, 271).

Cristo vive nella Chiesa; l’amore al divino Redentore si concretizza nell’amore alla Chiesa, perché Cristo “cuore del mondo”, vive e pulsa nella Chiesa, suo “corpo mistico”, il cui centro di comunione è il Papa. Il Papa: chi pensa a Don Orione e agli Orionini pensa al loro speciale amore al Papa, sancito anche da un IV voto. Ma non è solo un fatto di devozione sentimentale, o di enfasi sociologica, né tanto meno di una riduzione di comprensione ecclesiale. Cristo, Chiesa, Papa formano una sequenza inscindibile del mistero cristiano, come spiega Don Orione: "Nostro Signore Gesù Cristo designò propriamente nel Beato Pietro chi doveva farsi servo dei servi di Dio, e su lui fondò la sua Chiesa, e a lui commise l'unità del governo visibile che avvicinasse sempre più gli uomini a Dio” (Scritti 45, 30). Don Orione pose pertanto quale fine speciale della sua Congregazione il “trarre e unire con un vincolo dolcissimo e strettissimo di tutta la mente e del cuore i figli del popolo e le classi lavoratrici alla Sede Apostolica, nella quale, secondo le parole del Crisologo, il Beato Pietro vive, presiede e dona la verità della fede a chi la domanda (ad Eut. 2). E ciò mediante l'apostolato della carità fra i piccoli e i poveri” (Scritti 59, 21).

In un foglietto il Beato don Luigi scrisse le parole essenziali dell'epigrafe che egli avrebbe voluto per sé. Eccole: "Qui riposa nella pace di Cristo il sacerdote Luigi Orione, dei Figli della Divina Provvidenza, che fu tutto e sempre della Chiesa e del Papa. Pregate per lui" (Summarium p.978).  Chi conosca anche solo un po' la vicenda di colui che Giovanni Paolo II ha definito "una geniale espressione della carità cristiana", sa che l'amore filiale al Papa costituisce la caratteristica ecclesiale del santo prete di Tortona. "La mia fede è la fede del Papa, è la fede di Pietro" ( Scritti 49,p.116). E' la sua lezione di vita, destinata non solo agli Orioinini chi ha detto: "Questa è l'eredità che vi lascio: che nessuno ci dovrà mai superare nell'amore e obbedienza, la più piena,la più filiale,la più dolce al Papa e ai Vescovi" ( Scritti 20, p.300). Ma la sua schietta e radicale fedeltà al magistero del Papa, apertamente vissuta, professata e proclamata sempre, soprattutto di fronte ai fatti e pensieri che la minacciavano, al contrario di essere segno di fanatismo settario, è condizione ad un abbraccio di carità universale.

La nota più visibile del carisma trasmesso da Don Orione è senza dubbio la “carità divina, alta, universale che fa del bene a tutti, del bene sempre, del male mai a nessuno” (Scritti 80, 170). Fu la sua via ascetica e fu la sua strategia pastorale, perché “la causa di Cristo e della Chiesa non si serve che con una grande carità di vita e di opere” (Scritti 115, 276). “La carità apre gli occhi alla fede e riscalda i cuori d'amore verso Dio. Opere di carità ci vogliono: esse sono l'apologia migliore della fede cattolica” (Scritti 4, 280). Giustamente ed efficacemente, dunque, l’allora cardinale Albino Luciani, poi Giovanni Paolo I, definì Don Orione “lo stratega della carità”. Simile considerazione aveva fatto anche Giovanni XXIII, che ben conobbe Don Orione, quando disse di lui: “Don Orione era l’uomo più caritatevole che io abbia mai conosciuto. La sua carità andava oltre i limiti normali. Era convinto che si potesse conquistare il mondo con l’amore” (Messaggi Don Orione, n.102, 29). Su questa convinzione di poter conquistare il mondo con l’amore, Don Orione formò e lanciò ai quattro confini il suo piccolo “esercito della carità”. Nella visione carismatica del novello Santo l’ “instaurare omnia in Christo” si attua storicamente e sacramentalmente nell’ “instaurare omnia in Ecclesia” mediante il dinamismo dell’“instaurare omnia in caritate”.

Quasi per fissare indelebilmente i cardini di questo peculiare dinamismo spirituale e pastorale, Don Orione volle che i suoi Figli della Divina Provvidenza (sacerdoti, fratelli, eremiti), emettessero nella loro professione religiosa, con i tre voti di povertà, castità e obbedienza, anche un quarto voto di 'speciale fedeltà al Papa', mentre le Piccole Suore Missionarie della Carità (di vita attiva, contemplative e sacramentine non vedenti adoratrici), aggiungessero un quarto voto di 'carità'.

Quando Don Orione preparò il testo delle Costituzioni da presentare per l’approvazione del suo Vescovo, così riassunse la missione e il fine dell'Opera: "Amare Gesù Cristo e farlo conoscere e amare con le opere nostre. Amare la Sua Santa Chiesa Cattolica e far conoscere e amare e servire il Papa, Padre nostro santissimo, Vicario di Cristo e Capo della Chiesa, è l'opera più grande tra gli uomini che possiamo fare su questa terra a gloria del Signore ed è il fine del nostro povero Istituto. Instaurare omnia in Christo: per la grazia di Dio tutto instaurare nella carità infinita di Gesù Cristo con la attuazione del programma papale. Difendiamo la testa della Chiesa e ne salveremo il corpo" (Lo spirito di Don Orione I, 43).

Da ultimo, è interessante notare come il Santo tortonese visse e comunicò il suo carisma in un clima interiore di devozione mariana. Estese il noto assioma “Ad Iesum per mariam” in “A Gesù, al Santo Padre e alle Anime per la Madonna” (Scritti 41, 4). “La Madonna chiama la nostra Congregazione ad essere una Congregazione mariana, che vive di amore a Dio, alla Chiesa e ai Poveri, ma attraverso e tutto con l’amore alla Madonna”. (Parola III, 141).

Gli aneddoti a questo riguardo sono numerosi. Dicono la fede semplice,  quasi ingenua come quella di un fanciullo, ma granitica al tempo stesso, respirata dai contadini della sue campagne piemontesi. Ragazzo studente a Valdocco, presso don Bosco, nelle difficoltà si recava nel Santuario di Maria Ausiliatrice, davanti alla statua della Madonna che il Cappellano dell'ospedale di Pontecurone( suo paese natale) aveva regalato a don Bosco e le diceva: "Noi ci conosciamo…Tu sei del mio paese. Mi raccomando, aiutami"

All'inizio della sua opera, non sapendo come fare a pagare un debito molto grande, presso il collegio da lui aperto per i ragazzi poveri che crescevano ogni giorno di numero, il chierico Orione bucò le orecchie della statua della Madonna, quasi per costringerla a sentire le sue necessità e v'infilò gli orecchini della mamma Carolina. I denari occorrenti gli arrivarono poco dopo.

 

LA GLORIFICAZIONE

“Per fare di un uomo un santo occorre solo la Grazia. Chi dubita di questo non sa cosa sia un santo né cosa sia un uomo”, ha affermato con la sua caratteristica lapidarietà Pascal nei Pensieri. Nel caso di Don Orione, l’azione di Dio (la Grazia appunto) è talmente ricca di manifestazioni che la fama di santità di Don Orione ebbe eco ed espressioni popolari diffuse assai presto. Quantomeno durante l’ultimo ventennio della sua vita, ma già da giovane, era ricercato e stimato da altri santi che tale lo ritenevano, come ad esempio Luigi Guanella, Annibale Di Francia, Teresa Michel, Giuseppe Allamano, e molti altri. Il cardinale Schuster, che sapeva riconoscere «quando un’anima è di Dio», scriveva: ««Ho avuto qui Don Orione, quando non era ancora conosciuto; pure tutte le volte che discorrevo con Don Orione, avevo l'impressione di parlare con un santo, con un'anima posseduta dallo Spirito di Dio» (Positio, p.5 e 767).

Il Card. Giuseppe Siri conobbe personalmente il novello santo, e di lui scrisse: “La vita di Don Orione ha caratteristiche singolari, pressanti, pressoché uniche nel nostro tempo. La santità può esistere con tutte le condizioni e non è dato a noi giudicare il più e il meno. Ma in Don Orione la vita pare un fiume, nato tale, limpido, che ha defluito sempre impetuoso, senza perdere la cristallina semplicità e chiarezza e che, senza adagiarsi in nessuna molle pianura, così impetuoso è entrato in mare. Fin dagli inizi è tutto originale, tutto provvidenziale. Ed è vissuto in buona parte tra gravi sconvolgimenti: il radicalesimo in Italia, i disastri, le due guerre, il modernismo, le dittature inumane. Il fiume ha proseguito imperterrito, ha irrorato; nessuno ha potuto fermarne l'impeto o intorbidarne le acque” (Vita di Don Orione, Gribaudi, IV ed., p.5).

"Anche soltanto a parlarci - testimonia don De Luca- traluceva da lui una miracolosa vita. Un amore, dentro, lo avvampava, che non doveva dargli sosta un attimo, se talvolta gli dava il tremito insostenibile dell'estasi, la leggerezza sovrana d'un tutto-anima, d'un tutto-Dio" (Op.cit.pag.76).

Imbarcato sul Conte Grande, su cui si trovava anche il cardinale Eugenio Pacelli, Legato Pontificio, al quale furono presentati ufficialmente i pellegrini, don Orione avrebbe voluto buttarsi ai piedi del Rappresentante del Papa, per baciargli la porpora e riceverne la benedizione, ma il legato lo trattenne dicendogli: "E io che cosa dovrei baciare a lei che è un santo?" (cfr. I santi canonizzati del giorno, di Guido Pettinati,ed.Segno, Udine,1991,vol.terzo,pag.149).

Del fascino del soprannaturale emanato da Don Orione diede testimonianza anche Paolo VI: “Lo vidi più di una volta quando venne a trovarmi in Segreteria di Stato, e non avrei mai finito di discorrere con lui perché sentivo proprio in lui un’anima speciale, uno spirito singolare, un santo e speriamo un giorno di poterlo proclamare tale da questa basilica” (Udienza del 31.5.1972).

La fama di santità che già circondava Don Orione in vita si trasformò in devozione, imitazione e preghiera dopo la sua morte. Essa costituisce, per la Chiesa, un segno inconfondibile del passaggio di un santo e anche la base necessaria per il suo pronunciamento autorevole e ufficiale in merito. 

Il Santo Padre Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato il 26 ottobre 1980 affermando che Don Orione “Ebbe la tempra e il cuore dell'apostolo Paolo, tenero e sensibile fino alle lacrime, infaticabile e coraggioso fino all'ardimento, tenace e dinamico fino all'eroismo, affrontando pericoli d'ogni genere, avvicinando alte personalità della politica e della cultura, illuminando uomini senza fede, convertendo peccatori, sempre raccolto in continua e fiduciosa preghiera, talvolta accompagnata da terribili penitenze” (Omelia del 26.10.1980).

Nel solenne Concistoro del 19 febbraio 2004, Giovanni Paolo II ha solennemente annunciato che Don Orione è degno degli onori che la Chiesa è solita tributare a quanti più fedelmente hanno seguito e imitato il Signore Gesù Cristo. Sarà con particolare gioia che il Santo Padre procederà alla canonizzazione di Don Orione, beatificato tra i primi durante il suo Pontificato, il 26 ottobre 1980, perché ben ne conosce lo speciale amore per la Polonia, tanto da confidare, due giorni dopo la beatificazione: “Penso che questo Papa venuto dalla Polonia abbia in paradiso un nuovo Patrono che intercede per lui, e che - nella luce del Regno a cui apparteniamo e al quale tendiamo - sostiene il suo servizio, le sue iniziative e la sua umana debolezza in questo posto al quale è piaciuto alla Divina Provvidenza di metterlo, di chiamarlo. Questa mia grande fiducia nella intercessione del Beato Don Orione desidero proclamarla davanti a tutti voi che siete figli e figlie spirituali, davanti a voi tutti che siete i miei compatrioti” (Udienza del 28.10.1980).

 

IL MESSAGGIO

Quale sarà la definizione che meglio riassume l’originalità del nuovo santo e del messaggio da lui trasmesso? Personalmente, ritengo che “Don Orione, lo stratega della carità” sia definizione quanto mai felice e centrata. Il prossimo santo prete piemontese ha vissuto eroicamente la carità nell’intimità crocifissa per Dio e in tutte le 14 espressioni delle opere di misericordia corporale e spirituale. Il suo dinamismo, che lo rese infaticabile e geniale artefice di tante relazioni e di tante opere, fu mosso dalla “charitas”, cioè dallo zelo per la “gloria di Dio” e il “bene delle anime”. Don Orione fu una delle personalità più grandi e incisive del secolo XX per le sue forti esperienze, per i suoi solidi valori, per le sue significative relazioni, in una parola, per la sua santità.

Profondamente interessanti sono le conclusioni che Mons. Divo Barsotti pone alla fine del suo libro su Don Orione, a fondamento dell'attualità ecclesiale della sua spiritualità, dove osserva: " Fedele a Cristo, fedele alla Chiesa, fedele soprattutto al mistero della Croce, egli vive non estraneo ai problemi dell'ora, non chiuso alle urgenze dei tempi. La sua fedeltà alla tradizione si unisce in lui non solo all'impegno di una promozione umana, ma al sentimento vivo di una modernità, all'esigenza di un rinnovamento… Quello che minaccia oggi la Chiesa nella vita dei suoi figli è precisamente la rittura di quelle sintesi che in don Orione appaiono le note essenziali della sua spiritualità e della sua vita" (Divo Barsotti, Don Orione Maestro di vita spirituale, Piemme, Casale Monferrato 1999, pag.212).

Trovo di sconcertante attualità quelle parole che il beato scrisse con vena profetica: "I tempi corrono velocemente e sono alquanto cambiati, e noi, in tutto che non tocca la dottrina, la vita cristiana e della Chiesa, dobbiamo andare e camminare alla testa dei tempi e dei popoli e non alla coda e non farci trascinare, per potere tirare e portare i popoli e la gioventù alla Chiesa e a Cristo: bisogna camminare alla testa. E allora toglieremo l'abisso che si va facendo fra il popolo e Dio, tra il popolo e la Chiesa". La scommessa che l'Orione ha giocato con tutto se stesso all'inizio del secolo scorso continua ad essere la sfida valida per il nuovo Millennio da poco iniziato, quella della nuova evangelizzazione.

"Cercherò d'impastarmi di carità" , scriveva in una lettera a un nobile, il 2 marzo 1911. In un'altra circostanza, scrivendo al guardiano del convento di Meda, Milano il 2 aprile 1925 afferma un principio vitale per lui: "Mi è più cara un'oncia di carità che mille quintali di diritti: con i diritti c'inforchiamo; con la carità ci uniamo, ci edifichiamo in Cristo e ci santifichiamo".

Egli si interessò di persone e di molti problemi vitali, sociali e religiosi, sempre in vista del bene delle persone, con una carità che egli avvertiva come “passione”, “martirio”, “musica soavissima”. Il futuro santo tortonese offre alla Chiesa del III millennio, impegnata nel cammino di fedeltà evangelica e di evangelizzazione, un messaggio antico e sempre nuovo: niente come la carità introduce noi e chi incontriamo all’esperienza di Dio. Spesso egli affermava: “La nostra predica è la carità”; “La carità apre gli occhi della fede”. “Le opere della carità sono la migliore apologia della fede cattolica”. Ciò è profondamente vero: sono le opere della carità che fanno sperimentare la Provvidenza di Dio (“Ubi charitas, Deus ibi est”) e rendono viva la Chiesa (“Da questo vi riconosceranno”).

Confortati dall’esempio di Don Orione e sostenuti dalla sua intercessione, noi pellegrini, in questa valle di benedizione e di lacrime, siamo confermati e incoraggiati nell’impegno civile e religioso a vivere la strategia della carità perché, come lui amava ripetere, è vero che “solo la carità salverà il mondo”.

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