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Messaggi don Orione
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Nella foto: Carlo Bo
Autore: Carlo Bo e note di Flavio Peloso

Uno scritto di Carlo Bo su Don Orione con note di Flavio Peloso.

CARLO BO RICORDA DON ORIONE: 

LA CARITÀ NON HA STORIA"

 

Carlo Bo,[1] noto protagonista della cultura italiana,

tracciò rapide e precise linee della personalità di Don Orione

in un articolo del 1973.[2]

Riproponiamo il testo con note di Don Flavio Peloso.

 

 

 

Di tutti gli uomini è possibile scrivere la storia ad eccezione dei santi. O almeno di una particolare famiglia di santi, che hanno dedicato la loro esistenza ad opere di carità e hanno confuso la loro giornata terrena con un capitale immenso ma indefinibile di atti di partecipazione e di comunione. È il caso di Don Luigi Orione, di cui è stato celebrato il centenario della nascita (23 giugno del 1972) e per il quale appunto è stata tentata l'impossibile impresa di una restituzione diretta ed evidente.[3]

Anche Don Orione sfugge a una precisa identificazione: tutto sembra perdersi nel grigio e nell'informe del passato minimo. Chi si illude di strappare dei segreti agli scritti e alle lettere non riuscirà ad ottenere nulla di sicuro o di concreto:[4] si direbbe che chi parla si sia preoccupato soprattutto di nascondere, di minimizzare e di trasferire su altri i meriti e le conquiste della propria opera. Non c'è grande differenza fra molte di queste lettere, con le quali cercava di alimentare e accrescere il dialogo con i suoi amici, e le giaculatorie, i termini delle preghiere più comuni e i riferimenti alla Madonna o a Cristo o al Papa. I suoi sono discorsi poveri di un prete povero. La raccomandazione più frequente è di fare carità e pregare; non ci sono variazioni, tanto meno compiacimenti.

Ma è proprio questa cura della pagina squallida a metterci in sospetto e a darci il primo segno della diversità di questo prete: un prete diverso dagli altri, per riprendere la suggestione di una donna che commentava uno degli atti più singolari di Don Orione nei giorni del terremoto di Avezzano.[5] Quel prete che caricava bambini su una delle macchine del seguito di Vittorio Emanuele III era l'immagine di uno spirito destinato alla carità a tutti i costi, senza patteggiamenti: meglio, l'immagine di chi fa e non si limita a fare delle proposte. Non per nulla chi lo ha capito meglio è uno spirito libero, Ignazio Silone che - come tutti sanno - ci ha dato il più bel ritratto del prete di Pontecurone.

Per il resto, la pur ricca bibliografia sul tema Don Orione sembra votata allo scacco perpetuo: tutto sembra sfiorare il luogo comune, le frasi fatte, un tipo di agiografia perfettamente inutile perché sterile e inerte.[6] Si ha la sensazione che proprio chi dovrebbe essergli più vicino, chi dovrebbe essere in una posizione privilegiata per comprenderlo meglio, sia paralizzato dalla semplicità e dall'immediatezza di uno spirito che si è annullato nel lavoro, nell'amore degli altri e nel soccorso dei poveri, dei derelitti, dei vinti.[7]

Naturalmente c'è una ragione ed è che non occorrono intermediari fra chi si dedica a imprese del genere e chi sta fuori, lo spettatore, specialmente chi è abituato a tenere dei conti, a fare dei bilanci. Tutte cose che non hanno avuto alcun peso nell'avventura terrena di Don Orione. Don Luigi Orione non ha mai avuto tempo per queste cose; ogni successo pratico - e che ne abbia avuti moltissimi e splendidi ce lo testimonia il catalogo delle sue realizzazioni, dalle piccole Case della Divina Provvidenza ai Piccoli Cottolengo - veniva immediatamente dimenticato e abolito di fronte a nuove imprese, alla parte sterminata del lavoro che restava da fare.

 

E' la cosa che stupisce di più, nel leggere la sua storia, questo senso di indifferenza nei confronti delle cose da fare: un atteggiamento che non avrebbe potuto reggere, se non ci fosse stata in lui una specie di seconda scienza del possibile, che lo portava a spostare sempre più in là i termini della carità. Don Orione non si è mai chiesto se una cosa fosse realizzabile, in quale modo, con quali tempi d'attuazione. Ecco perché si è parlato di una corsa senza fine e nello stesso tempo piena di ostacoli; costituivano materia di stimolo, erano altrettanti incitamenti nel silenzio e nella pazienza.

A ben guardare è giusto che sia stato così. In qualsiasi altro modo, la sua partecipazione sarebbe stata un fenomeno di organizzazione e avreb­be corrisposto ad altri criteri, mentre per lui si trattava di «fare» al di fuori dei progetti e dei calcoli. C'era, cioè, nella sua natura, una parte che è propria dei pionieri, di chi va avanti, di chi sa ascoltare e acco­gliere le richieste degli altri eda questo punto di vista, l'imprevidenza doveva sembrargli il segno più vero della Provvidenza, anzi della Divina Provvidenza.

Questo spiega anche perché i suoi scritti abbiano un tono così dimesso e, nello stesso tempo, perché la sua parola potesse di colpo trasformarsi in un torrente di fuoco, rompere nella violenza e nell'invocazione. Don Orione doveva mettere nei suoi discorsi una tale frazione di partecipazione da ridurre al minimo il rapporto con chi lo stava ad ascoltare; sapeva entrare nel cuore dei presenti e trasmettere il fuoco della sua prima e più profonda vocazione.

Senza questo dato, i testi dei discorsi che ci sono rimasti - penso a quello tenuto a Milano sulla Provvidenza e che nel nome di Manzoni si intitola La c'è la Provvidenza[8] - rientrano nell'ordine di un'oratoria comune; evidentemente, parlando, sapeva operare una metamorfosi com­pleta e disporre in modo assoluto dell'attenzione dei suoi ascoltatori. Non dimentichiamo che scritti e discorsi erano appena delle pause nell'ambito di un lavoro molto diverso e che 1'ha posseduto fino agli ultimi giorni della sua vita (marzo del 1940).

Se infine vogliamo accostarci di più a quello che è stato il segreto inviolabile di Don Orione, è sufficiente scorrere l'album di fotografie che accompagna molti libri in suo onore. In tutte queste fotografie appa­re -  mai in primo piano - la figura di un prete di campagna, la figura di un contadino, folgorata da uno sguardo che sfugge alle nostre schede di identificazione: è ancora l'immagine di uno che lavora, che pensa al proprio lavoro e momentaneamente è presente a una festa che non lo riguarda. Una cerimonia, che è «altra» anche quando si tratti di cose religiose, di manifestazioni sacre: tutta la fotografia cede e scompare di fronte a questa figura nascosta e bagnata dalla luce dell'umiltà. Ve­scovi, signori della terra, si direbbe che non riescano neppure a fare da corona a questo prete povero che ha distribuito infinite ricchezze ai po­veri e agli abbandonati.

 

Eppure, si sbaglierebbe a credere che Don Orione non vedesse come stavano le cose («credono che sia un tonto e non veda: vedo fin troppo») e non si accorgesse dove stava il male e chi ne era portatore. C'è una frase che non lascia dubbi al proposito: «Io riconosco in tutto ciò che succede d'intorno a me, e che specialmente mi viene dai miei confratelli, la mano del Signore che, percuotendo me, vuole soddisfazione dei peccati miei e dei miei figliuoli. Il mio interno è diventato un grande spegnitoio».

Così non ci inganni il fatto che nei suoi scritti siano rare le prese di posizione, gli interventi precisi sulla storia del mondo; nel suo fare carità non intendeva eliminare la parte dovuta alla giustizia; soltanto sperava nel concorso naturale delle cose, nella difficile e lenta persuasione delle cose.[9] Anche perché il suo compito era quello di prendere per dare, era insomma il compito di chi porta 1'acqua, il compito di un povero prete - come diceva lui - che andava in cerca delle pignatte rotte. Dai milioni che gli davano i ricchi alle pentole rotte dei poveri, per Don Orione, non c'erano differenze: tutto diventava materia di scambio nell'amore.

E' chiaro che i suoi veri, unici interlocutori erano i poveri, tutti quelli che non potevano più aspettare; ma ciò non lo dispensava dall'allargare il campo della sua visione né lo sollevava dalla preoccupazione capitale: eliminare le cause della povertà. Questa, probabilmente, è la ragione di quel suo correre senza mai fermarsi: la speranza che un giorno la giu­stizia sappia liberare la carità dalla sua fatica disperata.

Don Orione era partito - sì - dall'amore, dalla bontà, dalle opere di emergenza e di intervento immediato, ma sapeva che da soli non si è felici né si salva il mondo; epperò la bontà deve essere sostenuta costantemente da una remissione più alta. Ecco perché ogni tentazione di bilancio, di guardare al già fatto si spegneva subito nell'invocazione a Dio, e quell'uomo diverso e straordinario si chiudeva nella poverissima tonaca della sua famiglia religiosa.

 


[1] Carlo Bo, nato a Sestri Levante il 25 gennaio 1911, morì a Genova il 21 luglio 2001. Conobbe Giovanni Papini, Piero Bargellini, Mario Luzi, Vittorio Sereni e Ardengo Soffici e con alcuni di loro animò la rivista «Il frontespizio». Bo alla fine degli anni '30 fu protagonista dell’ermetismo italiano con Elio Vittorini e Vasco Pratolini. Nel 1938 iniziò ad insegnare all’Università di Urbino della quale fu eletto Rettore Magnifico l'8 marzo 1947 rimanendo in carica ininterrottamente fino alla morte per 54 anni. Fu anche fondatore della Università IULM di Milano. Fu docente e tra i massimi esperti di letteratura francese. Autore di importanti saggi, editorialista e collaboratore di numerosi giornali e riviste, diede un importante contributo agli studi su Giacomo Leopardi. Nel 1984 fu nominato senatore a vita. Lasciò una biblioteca personale di circa centomila unità bibliografiche. L'Università di Urbino è stata intitolata al suo nome nel 2003. Bo è ricordato come un intellettuale molto raffinato e una guida per generazioni di studiosi. Amava definirsi “un aspirante cattolico” e non solo per modestia ma per la coscienza della distanza che percepivae tra le proprie competenze e la verità, e anche l'abisso che ogni credente profondo avverte fra la propria finitezza e l'immensità di Dio.

[2] L’articolo fu pubblicato su “Il corriere della sera” del 28 giugno 1973. In testo fu poi ripreso e pubblicato in Don Mazzolari e altri preti, a cura di Rienzo Colla e Gastone Mosci, La Locusta, Vicenza, 1979, e poi in Sulle tracce del Dio nascosto, a cura di Marco Beck, Mondatori, Milano, 1984. 

[3] Testi di studi, articoli, omelie e discorsi furono raccolti, con appassionata cura di Don Giuseppe Zambarbieri, in Don Orione nel centenario della nascita (1872-1972), Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma-Tortona, 1975, p.624. Il volume contiene documenti assai pregevoli e contribuì al rilancio della figura di Don Orione, presentata sotto diverse prospettive di interesse. Tra i contributi vi appare anche quello di Carlo Bo, La carità non ha storia, p.605-608. 

[4] In realtà, gli scritti e l’archivio di Don Orione, specialmente da quando dopo la beatificazione del 26 ottobre 1980, sono stati ordinati e resi accessibili, si rivelano una miniera di notizie, di fatti e di relazioni di grande valore; sono stati oggetto di interesse e di scoperte da parte di studiosi delle più diverse competenze. Ne sono documento anche alcuni importanti convegni e pubblicazioni recenti quali: Aa. Vv. La figura e l'opera di Don Luigi Orione (1872-1940), Vita e Pensiero, Milano 1994, pp. 240.  Atti del convegno di studi tenuto a Milano il 22-24 novembre 1990; D. Barsotti Divo, Don Orione. Maestro di vita spirituale, Ed. Piemme, Casale M., 1999, pp.213; M. Busi, R. De Mattei, A. Lanza, F. Peloso, Don Orione negli anni del Modernismo, Jaka Book, Milano 2002, pp.373; Aa.Vv., Don Orione e il Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003. Atti del Convegno alla Pontificia Università Lateranense (1-3- marzo 2002), pp.358; Aa., Vv. San Luigi Orione. Da Tortona al mondo, Atti del Convegno di Tortona, 14-16 marzo 2003, Ed. Vita e Pensiero, Milano 2004, pp.272.

[5] Carlo Bo allude all’espressione riportata da Ignazio Silone nel racconto autobiografico “Incontro con uno strano prete”: “Assieme ad altri, anch’io osservai, con sorpresa e ammirazione, tutta la scena. Appena il piccolo prete col suo carico di ragazzi si fu allontanato, chiesi attorno a me: «Chi è quell’uomo straordinario?». Una vecchia, che gli aveva affidato il suo nipoti­no, mi rispose: «Un certo Don Orione, un prete piuttosto strano». Il racconto costituisce uno dei più bei capitoli di ”Uscita di sicurezza”, Firenze, Vallecchi, 1965, pp. 25-42, poi pubblicato anche in Romanzi e Saggi, vol. I, Mondadori, Milano, 2001, p.1927-1944.

[6] Come già detto sopra, in nota 4, questa affermazione andrebbe oggi relativizzata. Carlo Bo, studioso serio, giustamente l’ha desunta dal suo approccio a Don Orione fatto nel 1973. Da allora, tanti e tanto hanno documentato, detto e scritto sulla ricchezza della personalità, degli interessi, degli scritti, delle azioni e relazioni di Don Orione sulla base dell’imponente documentazione di archivio resa accessibile proprio a partire dagli anni successivi all’articolo di Carlo Bo. Si è avuta una nuova e più scientifica conoscenza e divulgazione del “santo della carità”. Al sottoscritto, che è stato partecipe in prima persona dell’evoluzione degli studi su Don Orione negli ultimi trent’anni, rileggere una affermazione del tipo “la pur ricca bibliografia sul tema Don Orione sembra votata allo scacco perpetuo: tutto sembra sfiorare il luogo comune, le frasi fatte, un tipo di agiografia perfettamente inutile perché sterile e inerte” dà l’esatta dimensione del progresso di studio e di conoscenza avuti in questo ultimo periodo. E dà anche modo di riconoscere il grande merito di quanti vi hanno contribuito in modo decisivo: dagli storici/archivisti Don Giovanni Venturelli e Don Antonio Lanza, a Don Giuseppe Zambarbieri e Don Ignazio Terzi, superiori generali che hanno dato personalmente un grande impulso allo studio del Fondatore, al postulatore Don Giovanni Pirani e a Mons. Andrea Gemma appassionati mediatori delle conoscenze delle fonti orionine. A questi principali protagonisti istituzionali vanno poi aggiunti i tanti cultori religiosi e laici e anche gli umili lavoratoriche hanno estratto dal filone d’oro della vita di Don Orione un grande materiale di notizie e di insegnamenti che ormai fanno parte del patrimonio della cultura ecclesiale e civile. 

[7] Oggi, chi è più vicino alla conoscenza di Don Orione – dico questo per esperienza personale, che so condivisa da molti - mentre resta sempre affascinato dalla semplicità e dall'immediatezza di Don Orione, perché unificato dalla pietas e dalla caritas divine, sperimenta contemporaneamente anche un senso di smarrimento e quasi di naufragio, inebriante, della ragione di fronte alla complessità e alla ricchezza del suo pensiero, della sua spiritualità, della sua azione. E’ l’esperienza di conoscenza evocata anche da Giovanni Paolo II nella sua omelia in occasione della beatificazione di Don Orione: “E' impossibile sintetizzare in poche frasi la vita avventurosa e talvolta drammatica di colui che si definì, umilmente ma sagacemente, «il facchino di Dio». Però possiamo dire che egli fu certamente una delle personalità più eminenti di questo secolo per la sua fede cristiana apertamente professata e per la sua carità eroicamente vissuta”; “L'Osservatore Romano”, 27-28 ottobre 1980, 1-2.

[8] Questa famosa conferenza di Don Orione all’Università Cattolica di Milano fu pubblicata e commentata da G. Venturelli, La c’è la Provvidenza! Conferenza di Don Orione all’Università Cattolica di Milano, 22 gennaio 1939. Note su Don Orione e il Manzoni, nel quaderno monografico di “Messaggi di Don Orione”, n.18, 1973. Di come nacque la medesima conferenza riferisce Domenico Sparpaglione, orionino e noto studioso manzoniano, cui Don Orione ricorse per notizie e confronto di pensiero: “La c’è la Provvidenza!”, “Messaggi di Don Orione”, 34(2002)  n.108, pp.45-53.

 

[9] In molti discorsi e lettere, Don Orione presenta con competenza e si mette dentro a fatti e situazioni, problemi e possibilità per la missione della Chiesa. Fa questo non con l'attenzione dello storico o del sociologo, ma da uomo "tutta cosa della Chiesa e del Papa", come si definì. Si interessò attivamente di programmi sociali, politici, economici, pedagogici e persino agricoli. La posizione di fronte  all'avanzare della "democrazia", ad esempio, fu apostolicamente fiduciosa, scostandosi in questo dalla prevalente linea di chiusura e di rifiuto della Chiesa del suo tempo. "La democrazia avanza con nuovi bisogni e con nuovi pericoli. Non impauriamocene però, ma siamo, per carità, gente di fede larga e larga di nuovi aiuti, se vogliamo essere la gente del nostro tempo. La democrazia avanza, accogliamola amichevolmente, incanaliamola nel suo alveo, cristianizziamola nelle sue fonti, che sono la gioventù...". Don Orione interloquì con i vari movimenti sociali, come quello operaio, del femminismo, della promozione dei popoli autoctoni e dei neri, dell’ecumenismo e dell’attenzione verso chi è di "altro credo e anche senza credo". Questo tipo di tematiche cominciarono ad essere studiate già in Don Orione nel centenario della nascita, cit., nei contributi di I.Terzi, Il momento storico in cui operò, pp. 29-36 e Il messaggio di Don Orione nella sua genesi storica, pp. 147-155A.Gemma, La Chiesa locale nella concezione teologica e pastorale del periodo in cui si formò Don Orione, pp. 37-53G.Pirani, Don Orione e la sua Diocesi, pp. 54-73; A. Del Monte, la scelta sociale di Don Orione, pp. 92-100 e Anticipatore del Concilio Vaticano II, pp. 101-112. Questo filone culturale di studio di Don Orione si è sempre più sviluppato negli ultimi decenni ed ebbe momenti importanti di sintesi interdisciplinare in alcuni Convegni cui seguì la pubblicazione dei relativi Atti. Ricordiamo in particolare: La figura e l'opera di Don Luigi Orione, Università Cattolica di Milano 1994con contributi di Giulio Guderzo, Aldo Gorini, Mario Taccolini, Giancarlo Rocca, Nicola Raponi, Pietro Borzomati, Giovanni Marchi, Angelo Robbiati, Amelia Belloni Sonzogni, Giovanni Venturelli; Don Orione e il Novecento, cit., Università Lateranense di Roma 2002, con studi di Pietro Borzomati, Annibale Zambarbieri, Roberto De Mattei, Giovanni Canestri, Antonio Sagrado Bogaz, Enzo Giustozzi, Anzelm Weiss, Roberto Simionato, Angelo Bianchi, Giovanni Casoli, Roberta Fossati, Giovanni Marchi; gli studi su Don Orione negli anni del Modernismo, cit., di Michele Busi, Roberto De Mattei, Antonio Lanza, Flavio Peloso; e gli Atti del Convegno di Tortona, 2003 San Luigi Orione. Da Tortona al mondo, cit., cui hanno collaborato Giuseppe Betori, Angelo Bianchi, Giuseppe Bonavoglia, Alberto Cova, Roberta Fossati, Vittorio Moro, Flavio Peloso, Luca Rolandi, Giorgio Vecchio, Danilo Veneruso, Annibale Zambarbieri.

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Buonanotte del 18 agosto 2019