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Messaggi don Orione
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Pubblicato in: Pubblicato in "Atti e comunicazioni", Roma, 2007, n.234, p.187-209.

Identità e ruolo della vita religiosa oggi.

LA SOLA COSA NECESSARIA

Identità e ruolo della nostra vita religiosa oggi

Maputo, 28 dicembre 2007

Cari Confratelli,

     Deo gratias!

Scrivo questa lettera nel clima natalizio quando la meditazione sul grande evento e il pensiero dell’inizio dell’anno nuovo aiutano a meglio valutare il valore della vita. Firmo questa lettera da Maputo, in Mozambico, ove mi trovo in quest’ultima settimana dell’anno 2007, nel bairro di Bagamoyo, 25.000 persone in povere abitazioni accalcate in 2 chilometri quadrati. Anche questo popolo è in attesa e rivive la parabola umile e gioiosa della speranza accesa dal Dio-con-noi, fattosi presente nel segno dei tre nostri confratelli e della comunità cristiana.

 

Buon Natale e buon anno 2008!

Anche il 2008 sarà un “buon anno”, basta che, come scriveva Don Orione, “ogni nostra azione sia una preghiera, ogni nostra opera un sospiro di carità: e poi gli scoraggiamenti e le contraddizioni non ci serviranno che di scala per spingerci più in alto. Quella mano di Dio che ha sempre dolcemente e fortemente guidato i nostri padri e li ha opportunamente soccorsi nei pericoli della fede, non si abbrevierà sulle nostre teste. Che anzi la destra di Dio medesimo vincerà sopra di noi e nessuno di quanti avrà lavorato per il suo Signore sarà confuso in eterno”.

Thomas Merton, il noto monaco trappista[1], ha osservato: “Il tempo galoppa, la vita sfugge tra le mani. Ma può sfuggire come sabbia oppure come una semente”.

Questa immagine mi ricorda la visione disincantata della vita espressa dal Qoeleth (“vanità delle vanità, tutto è vanità”, sabbia nella clessidra del tempo). Però, da quella notte di Betlemme in cui Maria ha “seminato” nella mangiatoia Gesù, figlio di Dio e fonte della vita, il nostro povero sacco dell’esistenza ha cominciato a produrre semente e non sabbia.

Se siamo nella “grazia di Dio che ci è stata data in Cristo Gesù” (1Cor 1,4), tutto tutto tutto diventa semente: “anche un bicchier d’acqua fresca” (Mt 10,42). “Tutto è grande quando è grande il cuore che dà” (Don Orione).

L’augurio del Buon Anno è dunque strettamente collegato a quello del Buon Natale: che nasca Gesù in noi e il tempo sarà buono, tutto, sempre, comunque.

 

Quale futuro per la vita religiosa?

Forse sarebbe meglio dire: quali congregazioni religiose avranno futuro? Ormai tutti abbiamo coscienza di essere nel bel mezzo di un grande cambio della vita religiosa e dobbiamo attuare non solo una prudente conservazione dell’esistente, ma un saggio e profondo rinnovamento.

Ho trovato nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis di Benedetto XVI una indicazione che mi pare riassuma e illumini l’orientamento dell’evoluzione (o conversione) della vita religiosa nella Chiesa, offrendo particolare luce al cammino della congregazione oggi.[2] Benedetto XVI scrive: “I consacrati e le consacrate, pur svolgendo molti servizi nel campo della formazione umana e della cura dei poveri, nell'insegnamento o nell'assistenza dei malati, sanno che lo scopo principale della loro vita è «la contemplazione delle verità divine e la costante unione con Dio» (can. 663, § 1). Il contributo essenziale che la Chiesa si aspetta dalla vita consacrata è molto più in ordine all'essere che al fare.

Sono parole di verità evidente. Sono un chiaro messaggio per la nostra vita religiosa nella quale “l’accento posto nel fare, spesso lascia in secondo piano la dimensione interiore“, come ha osservato il nostro Capitolo generale.[3]

Sappiamo che essere e fare sono dimensioni inscindibili della vita della persona e della Congregazione. Non dobbiamo farne una questione ideologica di dualismo teorico. E’ una questione pratica, di bene-essere della nostra vita religiosa. Poiché “l’accento posto nel fare, spesso lascia in secondo piano la dimensione interiore”, dobbiamo promuovere l’equilibrio, anzi, “molto più”, come ci dice il Papa: “il contributo essenziale che la Chiesa si aspetta dalla vita consacrata è molto più in ordine all'essere che al fare”.

E’ un richiamo presente in molti documenti riguardanti la vita consacrata.[4]

 

Un nuovo modo di “fare religioso”

Su questa prospettiva, il nostro Capitolo generale del 2004 ha formulato alcune sue decisioni promuovendo una nuova visione del nostro modo di fare i “religiosi mediante le opere di carità”.

Le due decisioni che esprimono più esplicitamente il cambio da attuare sono senza dubbio le seguenti.

Decisione 1: “i religiosi, pur mantenendo la rappresentanza legale, liberati dall’impegno della gestione diretta dell’opera, realizzano il loro specifico compito di animatori  pastorali, curano la formazione dei laici e si dedicano alle nuove urgenze caritative di frontiera in collaborazione con i laici mantenendo il proprio ruolo pastorale”.[5]

Decisione 16: “i religiosi, comunitariamente, innanzitutto svolgano in modo efficace il ruolo di responsabili e garanti della finalità religiosa-apostolica dell’opera. Attuato questo primo indispensabile compito, come singoli, i religiosi possono svolgere nell’opera quei ruoli e servizi particolari di cui sono capaci: direttore dell’opera, amministratore, infermiere, insegnante, ecc.”.[6]

Da queste due importanti decisioni emerge che il compito chiesto a noi religiosi oggi è più pastorale,[7] più formativo, più spirituale; in una parola, “molto più in ordine all'essere che al fare”.

In un mondo dal pensiero debole, ai religiosi è chiesto di presentare esperienze forti. L’attuale cultura liquida si coagula attorno a persone e comunità solide nella verità e nel bene, in Dio. Non basta essere organizzati per dare qualcosa, oggi la gente ci chiede relazione personale, con gli altri, con Dio.

Qualcuno percepisce la necessità del nuovo ruolo dei religiosi soprattutto in vista di rispondere ai problemi della gestione delle opere. Però, più ancora, il nuovo ruolo è necessario per rispondere alle finalità proprie della vita religiosa. Infatti, come l’apostolato può ridursi ad attività con poca evangelizzazione, così la vita religiosa può ridursi a “mondanità spirituale”, con poca vita di Dio e poca passione per le “Anime! Anime!”.[8]

“Il contributo essenziale che la Chiesa si aspetta dalla vita consacrata è molto più in ordine all'essere che al fare”. Con questa chiara affermazione, Benedetto XVI invita i religiosi a privilegiare il cammino di santità, la vita fraterna, la dedizione al prossimo, la formazione e la testimonianza della caritas di Dio nel mondo. Anche nel n.40 dell’enciclica Deus caritas est, dedicato ai santi “modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà”, tra i quali c’è Don Orione, il Papa afferma che “sono i veri portatori di luce all'interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore”. Questo è stato ed è ancora il ruolo dei santi – unitamente ai loro discepoli – nella vita della Chiesa.

C’è anche un altro tipo di cambiamento avvenuto che ci spinge a dare il nostro “contributo molto più in ordine all'essere che al fare”: oggi c’è meno bisogno del “fare” professionale dei religiosi.

Oggi, c’è un “fare civile”, pubblico e privato, ecclesiale e laico, che occupa molti ambiti assistenziali, educativi e della cura della persona che prima erano quasi esclusivamente occupati dalle istituzioni della vita religiosa.

Inoltre, negli ultimi decenni, ha preso largo sviluppo il “fare con i laici”, cresciuto a volte per necessità e a volte per valore. Di fatto, il fare con i laici ha relativizzato l’apporto dei religiosi nelle attività che meglio competono ai laici.

E c’è infine un “far fare ai laici” positivo, per competenza e vocazione secolare, che va preparato, coltivato e sviluppato come una crescita di vita ecclesiale e congregazionale, che restringe ulteriormente il “fare” dei religiosi.

Il progresso del protagonismo dei laici nella vita della Chiesa è un fatto di grande importanza, caratteristico degli ultimi decenni. Presenta qualche ambiguità, fragilità e rischi, ma è un fenomeno da accogliere come un segno della Divina Provvidenza nella nostra epoca. La Chiesa non ne è impaurita, anzi lo educa e lo promuove. Don Orione lo valorizzò con lungimiranza: “Nel nome e fidàti nella Divina Provvidenza, avremo sempre bisogno di avere persone, anche non religiose ma di buono spirito, che facciano dentro e fuori ciò che noi non arriviamo più a fare, o non possiamo fare, o perché non è conveniente per buone ragioni, o perché noi non sappiamo fare”.[9]

La nostra Congregazione, con sempre maggiore coscienza e concretezza, soprattutto a partire dal Capitolo generale del 1992, ha risposto positivamente a questa “sfida” di “condividere il carisma con i laici” (Capitolo 10° del 1992) e di essere “religiosi e laici in missione nel III millennio” (Capitolo 11° del 1998).[10]

 

Tra smarrimento e nuovo ruolo

Quello che mi pare importante evidenziare è che il progresso della vocazione e del ruolo dei laici fa bene anche a noi religiosi. Infatti, mentre promuoviamo il “ruolo proprio dei laici” va purificandosi e precisandosi anche il “ruolo proprio dei religiosi”.

Ci sono dubbi, timori, domande del tipo: ora che ci sono i laici, cosa ci stiamo a fare nelle attività noi religiosi e per di più Orionini, sinonimo di maniche rimboccate, di facchini della Divina Provvidenza, di preti di stola e di lavoro? Quale è il nostro ruolo quando, nelle nostre stesse opere, di fatto e di necessità, le attività sono svolte dai laici?[11]

Non pochi rispondono tacitamente “niente!”, non c’è più niente da fare, “è finita un’epoca”.

Altri si ricercano piccole attività e soddisfazioni personali d’altro tipo più o meno compatibili con la vita religiosa.

Altri ancora cercano nuovi significati e stimoli nella sola vita parrocchiale, almeno i religiosi sacerdoti.[12]

Altri vedono come salutare la crisi del “fare religioso” perché costringe a riappropriarci della identità vocazionale specifica del nostro essere religiosi.

Sono atteggiamenti che si verificano in molte congregazioni e ordini religiosi. Se ne discute tra confratelli, se ne parla a convegni, si fanno statistiche. Il documento del nostro Capitolo 12° riconosce: “alcuni religiosi non percepiscono ancora questo cambio; altri sembrano smarriti per il mutamento di ruolo a cui sono chiamati, altri non si sentono pronti ad affrontarlo” (p.48).

Cari Confratelli, il senso di questa mia lettera è quello di condividere lo smarrimento che molti provano ma anche di incoraggiare la risposta al cambio in atto. Coraggio, siamo sempre nelle mani della Divina Provvidenza. Siamo in un momento importante del nostro cammino storico di Congregazione. L’orientamento del cambio è abbastanza chiaro e comune a tutta la vita religiosa; dobbiamo scoprire e attuare insieme le modalità e il percorso. Il recente Capitolo generale del 2004 ci ha già avviati bene e, direi, in questi tre anni abbiamo fatto alcuni significativi passi. Guardiamo avanti. È l’ora di manifestare concretamente l’amore alla Congregazione e a Don Orione mediante un cammino comune di fedeltà creativa alla nostra vocazione.

 

“La nostra prima professionalità”

Ci conforta in questo contesto di cambio l’indicazione illuminante e autorevole di Benedetto XVI: “Il contributo essenziale che la Chiesa si aspetta dalla vita consacrata è molto più in ordine all'essere che al fare”.

Il nostro Capitolo, con altre parole, ha dato il medesimo indirizzo: “dobbiamo avere lo zelo di essere maestri di spirito e di incarnare la spiritualità orionina all’interno delle nostre opere.[13] Questa è la nostra prima professionalità” (p.88): testimoni e diffusori di Gesù, della qualità evangelica della vita, della santità. Lo sviluppo della “nostra prima professionalità” viene tradotto dal Capitolo in scelte e strutture concrete.

Per superare la crisi di ruolo nelle mutate situazioni è indispensabile rafforzare la coscienza e la pratica del nuovo rapporto religiosi-comunità-opere come indicatoci dal Capitolo: maggiore cura dell’unione con Dio, centralità della comunità e delle dinamiche di vita fraterna, nuove modalità di gestione apostolica delle opere, formazione dei laici, nuove risposte alle povertà, nuova evangelizzazione, missio ad gentes.

L’Assemblea generale di verifica (Madrid, 10-15 ottobre 2007) ha valutato i passi fatti in questa direzione ed ha confermato la fiducia nel cammino di rinnovamento promosso dal Capitolo. Si tratta però di tradurre la coscienza del cambio in mentalità, la mentalità in metodo e strutture di vita personale, comunitaria e di gestione delle opere.

Ho letto e riletto più volte il documento programmatico del Capitolo generale e soprattutto le sue decisioni. Sempre vi colgo grande realismo unito a fiducia progettuale. Il cambio in atto non va visto solo come un pericolo; costituisce un appello positivo e una spinta di fedeltà creativa alla nostra vocazione.

Il futuro passa per di qui: nel recuperare e innovare la vocazione originale della vita religiosa che è quella di essere, nella sequela e imitazione di Cristo, confessio trinitatis (esperienza dell’amore e della santità in Dio), signum fraternitatis (segno di comunione nella Chiesa) e servitium caritatis (epifania dell'amore di Dio nel mondo). Sono i titoli delle tre parti di Vita consecrata. Ecco il nostro essere! Ecco la nostra “professionalità”, il nostro ruolo e il nostro fare nella Chiesa! Attualissimo e indispensabile.

Il nostro primo compito è di essere testimoni di Gesù e della carità della Chiesa. Le opere sociali e assistenziali le possono fare tanti, ma le nostre devono essere “apostoliche”, cioè permeate dai valori immessi dal nostro essere religiosi, discepoli e testimoni del Vangelo.[14]

Permettetemi di insistere, cari Confratelli, su questo punto: il primo nostro compito e servizio è la santità, l'essere di Dio" il meglio possibile, in continuo cammino. Avanti!

 

Un’ora pasquale per la vita religiosa

La vita religiosa, se non ben motivata e rinnovata, rischia di ridursi ad altro, con altri scopi, altri ruoli e dinamiche, diversa da quella vissuta dai Fondatori, insegnata dal magistero della Chiesa e trasmessa ai novizi dai Padri maestri. I nuovi tempi e i nuovi problemi stanno mettendo in crisi la vita religiosa meno autentica.

La parola crisi indica una situazione di discernimento e di scelta;[15] rimanda al crivello o setaccio, strumenti che servono a vagliare e separare il buon grano o riso dalle scorie e impurità. I problemi ma anche i valori del nostro tempo stanno crivellando la vita religiosa, cioè discernendo quello che è autentico (e quelli che sono autentici).[16] Il resto non ha futuro. Vale per le opere e vale per le persone, vale per le comunità e vale per le congregazioni.

In questo senso, il passaggio di spoliazione[17] e di vaglio che sta attraversando la vita religiosa non è un’ora di decadenza, come superficialmente qualcuno dice, ma un’ora pasquale che genera vita nuova.[18]

Niente disfattismo, dunque, ma tanta umiltà e fedeltà allo Spirito, desiderosi e, direi, impazienti di maggiore autenticità personale e congregazionale. Non depressione ma conversione.

Ricordiamoci che la vocazione religiosa è sempre la “eccellente” tra le forme di discepolato di Gesù.[19] “La professione dei consigli evangelici è parte integrante della vita della Chiesa, alla quale reca un prezioso impulso verso una sempre maggiore coerenza evangelica”.[20] La vita consacrata non è un accessorio storico nella vita della Chiesa, ma “appartiene intimamente alla sua vita, alla sua santità, alla sua missione”, “è dono prezioso e necessario anche per il presente e per il futuro del Popolo di Dio”. Sono parole del magistero di Giovanni Paolo II in Vita consecrata.

Forse non ci rendiamo conto di quanto sia specifico e utile (utile perché specifico) il nostro contributo nella Chiesa.  

«Che sarebbe del mondo se non vi fossero i religiosi»? Al di là delle superficiali valutazioni di funzionalità, la vita consacrata è importante proprio nel suo essere sovrabbondanza di gratuità e d'amore, e ciò tanto più in un mondo che rischia di essere soffocato nel vortice dell'effimero. «Senza questo segno concreto, la carità che anima l'intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del Vangelo di smussarsi, il «sale» della fede di ridursi in un mondo in fase di «secolarizzazione».[21] La vita della Chiesa e la stessa società hanno bisogno di persone capaci di dedicarsi totalmente a Dio e agli altri per amore di Dio. La Chiesa non può assolutamente rinunciare alla vita consacrata, perché essa esprime in modo eloquente la sua intima essenza «sponsale». In essa trova nuovo slancio e forza l'annuncio del Vangelo a tutto il mondo. C'è bisogno infatti di chi presenti il volto paterno di Dio e il volto materno della Chiesa,[22] di chi metta in gioco la propria vita, perché altri abbiano vita e speranza. Alla Chiesa sono necessarie persone consacrate le quali, prima ancora di impegnarsi a servizio dell'una o dell'altra nobile causa, si lascino trasformare dalla grazia di Dio e si conformino pienamente al Vangelo” (Vita consecrata 105).

In queste parole è descritta la pasqua della vita consacrata. Siamo in un’ora pasquale, ora di tentazione e ora di verità: o saremo quello che siamo per vocazione o non saremo affatto. In ore come queste, di trepidazione e di audacia, con Don Orione ravviviamo la nostra fiducia e intraprendenza perché “l’ultimo a vincere è Dio, e Dio vince in una grande e infinita misericordia” (Don Orione).

 

“Una sola cosa è necessaria”.

Ho fatto in tempo anch’io ad ascoltare questo ritornello evangelico (in latino: “porro unum est necessarium”) nel linguaggio e nell’insegnamento del mio padre maestro, Don Mario Sersanti, di santa memoria. Poi, ho ascoltato anche fare dell’ironia su questa espressione presa come sinonimo di uno spiritualismo “alla Maria” contrapposto all’impegno delle maniche rimboccate “alla Marta”.[23]

In realtà, la scena evangelica di Betania (Lc 10,42) presenta il modello del discepolo di Cristo che, in qualsiasi contesto di vita, ieri e oggi, tiene fissa davanti a sé «la sola cosa necessaria», che è Gesù, la relazione con lui.[24] La frase è rivolta a Marta, corretta da un modo distraente (“tutta presa”) di vivere il servizio.

Il medesimo insegnamento viene anche dall’incontro di Gesù con il giovane ricco. Marco racconta che: “Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: ti manca l’unum (necessarium): va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e segui me” (Mc 10, 21).

Il significato vitale di questa indicazione di Gesù circa “la sola cosa necessaria” è bene applicato, nel documento Perfectae caritatis 6, proprio ai religiosi: “I religiosi, fedeli alla loro professione, lasciando ogni cosa per amore di Cristo (cf. Mc. 10, 28), seguano Lui (cf. Mt. 19, 21) come l'unica cosa necessaria (cf. Lc. 10, 42), ascoltandone le parole (cf. Lc. 10, 39) e pieni di sollecitudine per le cose di Lui (cf. 1 Cor. 7, 32)”.[25]

Teniamo ben salda questa convinzione: l’unum necessario e indispensabile è Gesù, è l’unione e la concentrazione in Lui.[26]

Marta e Maria sono entrambe “sante” e modelli di unione con Dio. L’unione con Gesù è necessaria e indispensabile per tutti, sia per quelli che per indole e per vocazione coltivano tale unione soprattutto con modalità più contemplative e sia per quelli che sono chiamati ad alimentare tale unione mediante l’amore attivo verso i fratelli (“lo avete fatto a me”).

Anche oggi, per la nostra identità e ruolo di religiosi “una sola cosa è necessaria” ed è il dono dei doni da ricevere e dare nell’apostolato: è Dio in noi e noi con Lui, “ogni altro bene sarà dato in aggiunta” (Mt 6,33).

Pensando ad una attualizzazione di Marta e Maria mi viene alla mente quanto ha raccontato recentemente il card. Angelo Sodano di Don Orione e Padre Vaccari.

“Mi preparavo alla laurea in teologia a Roma, presso la pontificia Università Gregoriana. Eravamo nella primavera del 1952 ed avevo fatto visita al Padre Vaccari, S.J., noto biblista sui cui testi tanti di noi stavamo studiando. Ormai anziano, egli mi parlava con tanta nostalgia della terra da cui proveniva, la Diocesi di Tortona in Piemonte. Il discorso si spostò poi su un’altra grande figura della sua terra, Don Orione, ora San Luigi Orione, concludendo poi così: “Quello sì che ha fatto del bene, quello sì che ha servito davvero la Chiesa d’oggi. Invece io ho dovuto sempre lavorare fra le carte, con l’ebraico, il greco e il latino senza il contatto diretto con i fedeli”.

Le sue parole mi colpirono – prosegue il card. Sodano - perché poco prima io avevo letto nella vita di Don Orione che il Santo di Tortona diceva, parlando del suo conterraneo ed amico: «Quanto bene può fare il p. Vaccari con il suo insegnamento nel Pontificio Istituto Biblico. Quanti possono così conoscere meglio la Parola di Dio e viverla. Io, invece, devo occuparmi ogni giorno di cose ben più pratiche, al servizio di tanti ragazzi e di tanti poveri!».[27]

Che grandi e santi questi due preti che a vent’anni, avevano sottoscritto con il sangue una gara a “1° Chi avrà salvato più anime in causa prima; 2° Chi sarà più santo”. Entrambi, diversamente, erano concentrati e fissati sulla “sola cosa necessaria”: Gesù.[28]

La fissazione deve essere per tutti noi religiosi Gesù, essere “uno” con Lui (Gal 3,28). “Gesù è il Regno di Dio in persona – ha scritto Benedetto XVI -; dove è Lui, là è il Regno di Dio”.[29]

Ci crediamo ancora alla possibilità di arrivare anche noi al “non son più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20) con “gli stessi sentimenti di Cristo” (Fil 2,5)? Questo è “il contributo essenziale che la Chiesa si aspetta dalla vita consacrata”. Questo trasforma il nostro “fare” in un “fare apostolico”, perché l’apostolato è ultimamente solo un “dare Gesù”.

Negli atti del processo di canonizzazione di Don Orione si incontra il racconto di un episodio testimoniato da Don Giovanni Venturelli. "Ancora vivente Don Orione, tra i confratelli, ci si era posto il quesito quale fosse l'aspetto più profondo, giustificativo di tutta la vita e l'azione del nostro Padre; le risposte furono varie, ponendo la spiegazione del 'fenomeno' Don Orione alcuni nella carità, altri nella sua pietà, altri in altri particolari della sua personalità. Ad un certo punto intervenne a metterci zitti e d'accordo il compianto Don Biagio Marabotto che ci chiese: 'Ma dite: che cos'è che spiega tutto in Don Orione? Non è Dio? Ecco cos'è, soprattutto, Don Orione: un uomo che vive di Dio".[30]

Visitando il mondo orionino mi capita spesso di ascoltare lodi, apprezzamenti ed esaltazione dell’operato di confratelli “fenomenali”. Ne godo, ma mi sento più tranquillo e batto più volentieri le mani quando ascolto, al primo posto, tra i titoli di benemerenza: “è un uomo di Dio”.

Essere “uomini che vivono di Dio”: è questo lo scopo e il contributo della nostra vita religiosa. Da questo nostro essere deriva il nostro nuovo (cioè autentico) fare apostolico, il nostro ruolo come comunità e “mediante le opere di carità”. Leggiamo in Vita consecrata 84: “La funzione di segno, che il Concilio Vaticano II riconosce alla vita consacrata, si esprime nella testimonianza profetica del primato che Dio ed i valori del Vangelo hanno nella vita cristiana. In forza di tale primato nulla può essere anteposto all'amore personale per Cristo e per i poveri in cui Egli vive”.

 

Don Orione: “ho bisogno di figli santi

Noi citiamo spesso Don Orione, con amore e forse qualche volta incautamente. Credo che Don Orione si indignerebbe al sentirsi citato per giustificare un attivismo poco spirituale. “Tutto si può nascondere – egli avvertiva -, meno che la mancanza di pietà”. E ricordava il monito di Paolo a Timoteo «Exerce teipsum ad pietatem, pietas ad omnia utilis est» (1Tm 4,8) e quello di san Bernardo a Papa Eugenio III «Vae tibi, si fons devotionis in te siccatus fuerit»".[31]

Tutti abbiamo presente quella lunga lettera appello missionario di Don Orione, con quell’incalzante e supplice ritornello: “ma ho bisogno di figli santi!”.

La missione promette assai bene; ma ho bisogno di santi! (…) Sì, potremo fare un grandissimo bene; ma ho bisogno di figli santi! (…) Quante volte, vi ho fatti passare uno ad uno, per vedere chi poter mandare! ma ho bisogno di santi! (…) Poco mi importerebbe che siate piccoli: ma ho bisogno che, chi va, porti là la santità”.[32]

Le pagine di esortazione alla santità, assieme a quelle sulla carità, sono tra le più affascinanti di Don Orione.

Lo dico d’in ginocchio… La prima carità dobbiamo farla a noi stessi; dobbiamo pregare di più, coltivare di più la pietà, l’umiltà, la dipendenza, la docilità di spirito, e lo spirito religioso. Vae nobis, si fons devotionis in nobis siccatus fuerit! Guai a noi, noi perduti, se la sorgente della pietà e della umiltà si sarà inaridita in noi, o andrà inaridendosi!”.[33]

Quanto insisteva su questi concetti! La stessa istituzione del ramo contemplativo degli Eremiti, tra i Figli della Divina Provvidenza, e delle Sacramentine adoratrici, tra le Piccole Suore Missionarie della Carità, risponde alla esigenza corporativa di assicurare al suo “esercito della carità”, impegnato nelle mille battaglie della vita attiva accanto ai più poveri, la superiore efficacia invocata mediante la preghiera e il sacrificio dei “nostri Mosè sul monte”, come definì gli Eremiti, e del “nostro forno della carità”, come qualificò la comunità delle Sacramentine.

"L'uomo tanto vale quanto prega. Del nostro lavoro tanto resta quanto è cementato dalla orazione".[34]

"Ogni nostra parola dev'essere un soffio di cieli aperti: tutti vi devono sentire la fiamma che arde il nostro cuore e la luce del nostro incendio interiore, trovarvi Dio e Cristo. Per conquistare a Dio e afferrare gli altri occorre prima vivere una vita intensa di Dio in noi stessi, avere dentro di noi una fede dominante, un ideale grande che ci arda e risplenda".[35]

Benedetto XVI attualizza tali raccomandazioni nella sua enciclica Deus carias est: “È venuto il momento di riaffermare l'importanza della preghiera di fronte all'attivismo e all'incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo” (n.37).

Bisogna che noi, che siamo qui per essere religiosi e per tendere incessantemente a formare in noi l’uomo religioso, curiamo la pietà e la pietà nostra deve essere intima, interna, interiore. Quando la pietà è interna, vera, crea il religioso generoso, magnanimo! Quando c’è pietà tutto va bene. Se manca la pietà (dà un colpo di mani alla maniera dei piatti della banda musicale) tutto inutile”.[36]

I religiosi autentici, “buoni della bontà del Signore”, non hanno crisi di identità e di ruolo. “Non temete mai che la vostra opera vada perduta”,[37] assicurava il nostro Padre fondatore.

Trascrivo ancora un ultimo passaggio di un testo di appunti di un lungo discorso di Don Orione a Campocroce, nel luglio 1924, in occasione degli esercizi spirituali con i confratelli. In quegli anni, la congregazione aveva avuto uno sviluppo eccezionale, in Italia,[38] nelle Americhe e altrove.[39] Don Orione ne gode soddisfatto assieme ai confratelli. Però avverte che “l'attività nostra ha i suoi pericoli”.

“La Congregazione ha un forte spirito di iniziativa e di attività, un campo vastissimo di apostolato nel quale non deve mai dire " basta ", ma "Anime! Anime!". Questa è una prova di vitalità e di protezione del cielo: lo dico perché il cuore si apra a più liete speranze. Riceviamo l'elogio dei benevoli e le maligne insinuazioni degli invidiosi, arte satanica di avversari per ostacolare la nostra provvidenziale missione. Certo se ne parla e se ne esagera. Tuttavia, parlandovi con cuore alla mano, vi confesso che non posso difendermi dal doloroso pensiero e dal timore che questa vantata attività dei figli della divina Provvidenza, questo zelo che fino ad ora fu inaccessibile ad ogni scoraggiamento, questo caldo entusiasmo fino a qui sostenuto da continui felici successi, abbia a venir meno ove non siano fecondati, purificati e santificati da una vera e soda pietà. E' un pericolo di cui vi ho avvertito fin dall'anno scorso: mettiamoci in guardia”.[40]

 

Insieme per aiutarci ad essere uomini di Dio

Cari Confratelli, vi confesso che simili pensieri di soddisfazione e di timore vengono anche a me di fronte alle meraviglie che vedo fare da tanti fratelli girando per il mondo orionino. Stiamo attenti a non cadere nell’illusione che il “fare” sia in se stesso “apostolato”. Non sempre lo è. Agere sequitur esse. Lo è se siamo in Dio e di Dio. Allora sì che tutto quello che facciamo diventa apostolato, “oro”. Mentre “se manca la pietà (Don Orione dà un colpo di mani alla maniera dei piatti della banda musicale) tutto inutile”.

Non bastano le opere di carità, ma ci vuole la carità delle opere, perché “anche le opere senza la carità di Dio, che le valorizzi davanti a lui, a nulla valgono”.[41] Don Orione non si lasciava incantare dalle apparenze. In quei medesimi appunti di conferenza a Campocroce, egli disse di certi religiosi: “lavorano molto sed non ad aeternitatem”. Sabbia o semente?

Orionini più uomini di Dio, più unificati e uniformati a Gesù, umilmente, serenamente. «Le persone consacrate, per la loro vocazione specifica, sono chiamate a far emergere l'unità tra autoevangelizzazione e testimonianza, tra rinnovamento interiore e ardore apostolico, tra essere e agire, evidenziando che il dinamismo promana sempre dal primo elemento del binomio» (Vita consecrata 81). Tutto qui.

È ora di concludere e riassumo le quattro idee che ho voluto trasmettervi:

  1. le mutate situazioni mandano in crisi i religiosi costruiti principalmente sul “fare”;
  2. oggi “il contributo essenziale che la Chiesa si aspetta dalla vita consacrata è molto più in ordine all'essere che al fare”;
  3. la nostra identità e la nostra professionalità derivano dalla “sola cosa necessaria”, l’unione con Dio, che fonde e sviluppa vita spirituale e attività apostoliche;
  4. per attuare il rinnovamento chiestoci dalla Chiesa e dal Capitolo occorre una crescita di santità.

Il fine della santificazione, prioritario ma inscindibile dall’apostolato, mi pare sia lasciato troppo o esclusivamente alla sfera individuale, occasionale. Occorre metterlo di più al centro dei nostri interessi personali e congregazionali.

Come le nostre comunità per svolgere l’apostolato si organizzano, progettano, stabiliscono tempi, luoghi, strategie, compiti… così dobbiamo fare altrettanto per aiutarci comunitariamente nella santificazione, nella vita spirituale “ricorrendo a una vera e propria pedagogia della santità, personale e comunitaria, saldamente ancorata alla ricca tradizione ecclesiale e aperta al dialogo con i tempi nuovi”. Perché questa è “la sola cosa necessaria”.[42]

Sull’argomento della pedagogia della santità torneremo in altra occasione.

E converrà che sia argomento anche del prossimo Capitolo generale?

 

NOTIZIE DI FAMIGLIA

A Bagamoyo-Maputo, in Mozambico, il giorno 27 dicembre, è stato firmato l´accordo per assumere un piccolo Centro per disabili: il vescovo Francisco Chimoio ha ceduto il terreno e P. André van Zon attuale responsabile del Centro ha donato l’opera. I confratelli e la gente erano in attesa e sono entusiasti di poter collaborare a questo progetto di carità. A Bagamoyo, ho incontrato nuovamente la anziana e vivace Ines, guarita da un cancro, miracolata da Don Orione. Mi ha portato in dono un'anatra e due colombi. Ne sono rimasto commosso. E' molto di più dell'obolo della vedova. "Don Orione mi ha ridato la vita, questo in confronto non è niente", mi ha detto con il più bel sorriso del mondo.

Ho visitato altre comunità religiose e il centro “Dream” per la cura dell´AIDS gestito dalla comunità di Sant´Egidio. Dopo 30 anni di guerra civile e di desolazione, la rete della solidarietà lanciata dalla Chiesa cattolica va estendendosi e questa gente ritrova coraggio, dignità, protagonismo.

Si è tenuta l’Assemblea generale di verifica a Madrid, dal 10 al 15 ottobre 2007. Ne è venuto un documento semplice e pratico nei suggerimenti[43] per meglio e più compiutamente attuare le 33 decisioni del Capitolo. In spirito di concretezza si è voluto fissare anche un Pro-memoria delle priorità per il triennio 2007-2010[44] che ogni Provincia può adattare e integrare per riuscire presto e tutti a fare alcuni passi di conversione indispensabili per il bene della Congregazione e della sua missione nella Chiesa.

Quanto ha indicato il Capitolo con le sue 33 decisioni dev’essere molto realistico e importante se, dall’Assemblea di verifica, invece di riletture, ridimensionamenti o correzioni di rotta – che ci si sarebbe anche potuto aspettare – è venuta piena conferma e quasi urgenza di raggiungere più completamente le riforme e i cambi durante il sessennio. I buoni passi già fatti e il clima di fiducia condiviso dalla quarantina di Confratelli riuniti a Madrid fa pensare l’onda buona del Capitolo continuerà.

Enemesio Lazzaris vescovo: il 12 dicembre scorso, la notizia ha fatto subito il giro del mondo orionino, e non solo. Il nostro Vicario generale, P. Enemesio Angelo Lazzaris, è stato nominato Vescovo della diocesi di Balsas, in Brasile, distante circa 200 chilometri dalla “nostra” Araguaina. La nomina del confratello è per tutti noi motivo di gioia e di conforto. Sarà ordinato vescovo il 29 marzo prossimo, a Balsas.

Caro Padre Enemesio, Dio ti benedica! So che – come mi hai detto – continuerai a camminare “sui passi di Don Orione”, ma certo ci mancherai. Però avanti! La tua è una “vocazione” nobile e santa. È la volontà del Signore che ti chiama ad un nuovo servizio nella Chiesa. Conta sul nostro appoggio, la nostra vicinanza e la nostra preghiera.

            Dopo la “Deus caritas est”, il Santo Padre ha donato alla Chiesa l’enciclica sulla virtù della speranza: “Spe Salvi facti sumus”, “Nella speranza siamo stati salvati” (Cf Rm 8,24). Sono certo che anche questa enciclica smuoverà nel mondo una nuova ondata di freschezza cristiana, di stima della nostra umanità, di amore ai destini del nostro vivere, come già fece la precedente “Deus caritas est”. Sta venendo fuori quanto Benedetto XVI, uomo di Dio, ami questa nostra umanità del XXI secolo tanto incerta, smarrita e tradita, quanto egli ami il mondo e la bellezza di questa vita, primizia di vita eterna, degna dell’uomo, dono di Dio.

Studiamo e diffondiamo l’Enciclica. Sappiamo che “studio, approfondimento e attuazione del magistero ordinario; conoscenza e diffusione dei documenti pontifici e delle Congregazioni romane” (Art. 48) è un contenuto specifico del nostro IV voto di speciale fedeltà al Papa.

            A proposito di documenti segnalo e invito a leggere anche altri due recenti documenti che riguardano la nostra missione apostolica: la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, e il documento "Educare insieme nella scuola cattolica. Missione condivisa di persone consacrate e fedeli laici", a cura della Congregazione per l’Educazione Cattolica.       

L’ultima assemblea dell’Unione Superiori Generali dal 21 al 23 novembre 2007 è stata dedicata a "La Parola di Dio nella vita e nella missione del consacrato", in sintonia e in preparazione al Sinodo dei vescovi del 2008. Per la nostra vita religiosa è indispensabile il contatto personale dialogico quotidiano con la Parola di Dio. Non basta usare la Parola di Dio a scopo istruttivo, morale, pastorale, “per gli altri”. La Parola di Dio è la via-sacramento del “nostro” dialogo e incontro con Gesù. Senza questo incontro che sarebbe mai la nostra vita? Una recita a soggetto, soggettiva, e non una comunione con il Dio che ci ama. La meditazione quotidiana di mezz’ora (Cost. 72 e 76), almeno una meditazione comunitaria settimanale e la cura della Parola nella liturgia eucaristica sono tre elementi indispensabili affinché “nostra prima regola sia il santo Vangelo”, come affermava Don Orione.

Ho preso contatti con il Pontificio Consiglio “Cor unum”, presso il quale rappresento l’USG. È una provvidenziale finestra sull’orizzonte del “ministero della carità” della Santa Sede.

Alla riunione del Consiglio dei 18 Superiori generali presso la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il 13 novembre, ho ritrovato il caro Card. Ivan Dias, del quale ricordiamo la presenza amabile e fervorosa alla festa della Madonna della Guardia, a Tortona, il 29 agosto ultimo. Ha espresso apprezzamento per il contributo missionario dei religiosi, definendolo “determinante” ancora oggi nell’azione missionaria della Chiesa. Ha presentato una panoramica delle nuove frontiere della missione e ha lanciato un particolare appello per l’impegno verso la Cina e il Vietnam.

A proposito di Asia, anche la Congregazione guarda verso Oriente. La missione delle Filippine si arricchirà nei prossimi mesi di tre nuovi sacerdoti con l’ordinazione sacerdotale dei diaconi Andrea Kim (coreano), Anderson Monteiro de Rezende (Brasiliano) e con l’arrivo di P. Facundo Mela (argentino); stanno per arrivare i primi professi perpetui filippini. È nella prospettiva prossima l’apertura di una terza comunità.

In India, c’è un gruppetto di postulanti, novizi e professi che promette bene. I Confratelli sono uniti e impegnati nella formazione dei primi Figli della Divina Provvidenza indiani.

E la Corea?”, qualcuno mi chiede. Dopo i primi contatti e la recente permanenza di 9 mesi di due nostri Confratelli, la Congregazione tiene aperta la prospettiva di impiantare una comunità tra quel popolo. A confortare questa scelta è anche la presenza di due nostri religiosi coreani. Il 24 e 25 novembre scorso hanno sostato nella nostra Curia generale i vescovi Joseph Lee, di Uijeongbu, e Francis Xavier Ahn Myong-ok, di Masan. Sono venuti a portare l’attesa e la disponibilità ad accogliere una nostra comunità nella loro diocesi. Ho in programma di fare una nuova visita in Corea nel febbraio prossimo per verificare gli ambienti e le condizioni di inserimento.

            Nella vita di Curia, per certi aspetti molto regolare, non sono mancate negli ultimi tempi varie novità. La più grande riguarda la nomina a vescovo di P. Enemesio Lazzaris, vicario generale, che comporta la sua sostituzione con la nomina di un nuovo consigliere generale. Inoltre P. Dario Montenegro ha chiesto di essere sollevato dall’incarico di Postulatore generale. Il 1° novembre, è morto il nostro caro fratel Alfredo Sarto dopo due anni di leucemia che curava con sacrificio e serenità. E con noi per un anno di tirocinio il chierico polacco Damian Laskowski.

In occasione della solennità della Madonna della Divina Provvidenza, il 20 novembre, sono stati inaugurati i nuovi locali dell’archivio generale, ubicati al terzo piano dell’Istituto San Filippo Neri. Qui vi sono anche gli uffici della Delegazione Missionaria di lingua inglese.

Segnalo ancora una volta il buon servizio del nostro sito www.donorione.org con notizie frequenti e aggiornate quasi ogni giorno.[45] È diventato ottimo strumento di rapida comunicazione e di documentazione, parzialmente in più lingue. Anche le nostre Piccole Suore Missionarie della Carità hanno aggiornato il loro sito: www.suoredonorione.org .

L’incontro annuale dei Consigli generali FDP e PSMC si è svolto nei giorni 3 e 4 dicembre 2007 nella Casa generalizia delle Piccole Suore Missionarie della Carità. Erano presenti i Consigli generali al completo. Il giorno 4 dicembre si sono uniti Concetta Giallongo, responsabile generale dell’ISO, Teresa Sardella e Luigi Artuso del coordinamento generale del MLO. È sempre un momento atteso e utile per informazione reciproca, per verifica e programmazione per vivere la comunione di Famiglia originata dalla comune storia e carisma e da coltivare con responsabilità.[46]

  Tra le notizie di famiglia, mi pare doveroso mettere anche la beatificazione di Antonio Rosmini, avvenuta il 18 novembre 2007. Don Orione ebbe molta stima di Rosmini, grande e controverso personaggio nella vita culturale, spirituale ed ecclesiale dell’800. Alcuni “suoi” elementi di pensiero furono messi all’Indice dopo la morte. Recentemente la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva dichiarato che quelle dottrine condannate non rispecchiavano il pensiero di Rosmini.

Le prime Costituzioni manoscritte della nostra “Opera della Divina Provvidenza”, del 1904, ricalcano e meglio sarebbe dire copiano la “Regola dell’Istituto della Carità” del Rosmini e approvata nel 1839. Più volte il nostro Fondatore ritornò sul concetto che un giorno Rosmini sarebbe stato rivalutato per il suo valore e la sua santità. “Don Antonio Rosmini, che i più giovani di voi mi auguro possano vedere innalzare sugli altari, è una delle figure sacerdotali più pure, più illibate e più sante che Iddio non solo ha dato all'Italia, ma anche alla Chiesa. Rosmini fu perseguitato in modo che non si può dire! Più andrete avanti, più studierete, più vedrete le cose non con le passioni degli uomini, ma alla luce di Dio ” (30.1.1938). Ad ascoltare queste ultime parole, al “Paterno” di Tortona, c'era anche Don Pietro Stefani, trentino come Rosmini, oggi 92 anni, che ricorda come Don Orione guardò proprio lui mentre pronunciava queste parole. Quanto Don Orione pronosticò si è verificato e Don Pietro Stefani ha visto la beatificazione del Rosmini.

E’ ormai tempo della visita canonica provinciale, come previsto dall’art. 194 delle nostre Costituzioni. E’ un momento di fraternità e di servizio importante ai confratelli e comunità della Provincia. La visita canonica provinciale avviene nel secondo triennio della tappa 2004-2010 e dopo la visita canonica generale. Questo contesto dà una particolare luce sulle modalità della visita. È un’occasione preziosa per dare continuità e concretezza alla evoluzione/conversione promossa dal Capitolo generale.

Guardando al calendario del 2008, sono da segnare nell’agenda e nella programmazione alcuni appuntamenti importanti.

  • Il Convegno Studi Orionini dedicato a “Cultura della vita e carisma orionino oggi”, il 20-22 giugno, a Genova, città che ha una realtà consistente di cattedre e pulpiti orionini della cultura della vita. Vi parteciperanno anche rappresentanti delle diverse nazioni orionine.
  • Mercoledì 25 giugno, Festa del Papa: a Roma celebreremo un Messa all’altare della Cattedra, in San Pietro, e Benedetto XVI benedirà la grande statua di Don Orione posta in una nicchia della Basilica. Fin d’ora raccomando di partecipare e di organizzare la confluenza di larga rappresentanza della Famiglia orionina – disabili compresi - dall’Italia e dal mondo.
  • Sono bene avviati i preparativi per il Convegno internazionale del Movimento Laicale Orionino, a Montebello-Tortona dal 24 al 31 agosto. Comprende una settimana di formazione per leaders del MLO e un convegno-manifestazione del MLO nei giorni 29-31 agosto.
  • A Buenos Aires, dal 29 settembre al 3 ottobre si terrà il Convegno internazionale di pastorale educativa-scolastica dedicato a “La carità educativa: una nuova spinta evangelizzatrice”.

E termino raccomandandovi di pregare per quelli che in questi ultimi mesi hanno concluso la giornata terrena e sono passati alla casa del Padre.

I Confratelli: Fr. Ramón Eliodoro Dominguez, argentino, tipica e bella figura di fratello orionino; Don Ugo Cruciani, uno dei più anziani, 92 anni, dei quali 76 vissuti da religioso e 68 da sacerdote; il nostro affetto e la nostra riconoscenza sono racchiusi in questi pochi numeri; di Fr. Alfredo Sarto ho già fatto cenno sopra; Don Agostino Bettassa, e Don Pasquale Mazza ebbero la grazia di conoscere Don Orione e ne vissero il generoso impegno apostolico, il primo nel Nord Italia e il secondo in Sicilia; Don Lorenzo Leoni proveniva da Sant’Oreste di Roma, terra di molte vocazioni e attività orionine, tra le quali l’eremo del monte Soratte.

Le Piccole Suore Missionarie della Carità: Sr. Maria Antonia, Sr. Maria Diomira, Sr. Maria Eufemia, Sr. Maria Celina, Sr. Maria Renata, Sr. Maria Pierina, Sr. Maria Alessandrina, Sr. Maria Iside, Sr. Maria Paulina e Sr. Maria Florinda.

Tra i parenti dei quali ho saputo, ci sono il papà di Don Antonio Ascenzo; la mamma del Ch. Cristiano Dos Santos e la sorella di Fr. Faustino Affonso.

Ricordiamoci anche dei tanti laici che nell’umiltà e nella discrezione hanno collaborato alla missione della Piccola Opera: tra essi ricordo il signor Maggi del “Dante” di Tortona, Jovalino Gada di Guararápes (Brasile), Mario Quagliuzzi di Genova e la giovane Crisbelt del MLO di Barquisimeto (Venezuela).

Infine, un pensiero e una preghiera vanno per tutti i nostri malati che soffrono la debolezza del corpo e dell’età e anche agli infermi nella fedeltà al Signore e alla propria vocazione: tanto i primi che i secondi trovino nel Signore la speranza che salva e in noi la carità amorosa che allevia la sofferenza, sostiene la resistenza, consacra l’offerta.

Auguri, cari Confratelli, avanti nel bene in questo nuovo anno 2008. “Nell’unione con Gesù, tutto quello che si fa si trasforma in oro” (Don Orione).

Ci benedica dal Cielo San Luigi Orione e la Santa Madonna protegga sotto il suo materno manto tutti i Figli della Divina Provvidenza e quanti sono partecipi del nostro affetto e del nostro sacrificio.

Vi saluto, vi abbraccio e prego per voi.

 

Don Flavio Peloso, FDP

(superiore generale)


[1] Thomas Merton (1915-1968), monaco trappista statunitense, autore di oltre sessanta saggi e opere dedicate soprattutto ai temi dell'ecumenismo, del dialogo interreligioso, della pace e dei diritti civili; il più famoso La Montagna dalle sette balze (1948).

[2] Cfr. più avanti il Documento dell’Assemblea di verifica a p. …

[3] Documento del Capitolo generale 12°, p. 89.

[4] Vita consecrata 37 chiede agli Istituti di riproporre con coraggio “la santità dei fondatori come risposta ai segni dei tempi emergenti nel mondo di oggi”; parla di “urgente bisogno di comunità religiose fraterne”, perché “con la loro stessa esistenza costituiscono un contributo alla nuova evangelizzazione”. Giovanni Paolo II ha richiamato a noi Orionini che, come già scritto nella Novo Millennio ineunte 31, l’“impegno primario di ciascun consacrato, è tendere alla santità”, è ricercare “questa ‘misura alta’ della vita cristiana”, ricorrendo a una vera e propria pedagogia della santità, personale e comunitaria, saldamente ancorata alla ricca tradizione ecclesiale e aperta al dialogo con i tempi nuovi”; Messaggio in occasione del centenario della Piccola Opera della Divina Provvidenza, 8 marzo 2003.

[5] La decisione 1, a completamento di quanto detto sul ruolo dei religiosi, chiede di “rinnovare la formazione dei religiosi, iniziale e permanente, curando maggiormente gli atteggiamenti di ascolto, di  contatto diretto con le persone, di lavoro in équipe e di animazione dei laici”.

[6] Si noti la distinzione tra “comunitariamente” e “come singoli”; tra “il primo compito” che deve essere svolto “innanzitutto” e poi “quei ruoli e servizi di cui sono capaci”. Non è che ci sia meno “da fare”: si tratta di fare quanto è più specifico e prioritario del ruolo dei religiosi oggi.

[7] Uso spesso questa qualifica “pastorale”, scelta dal CG 12, ma sento sempre il bisogno di precisare che va intesa in senso integrale, incarnato, storico. Il pastore è colui che condivide la vita e il cammino del gregge, conosce le possibilità e le insidie del percorso, ha visione d’insieme e senso pratico, previene e spesso precede, orienta, indica, esorta, corregge, in qualche caso prende personalmente sulle spalle. Insomma, un pastore all’orionina, cioè “uno stratega della caritá”. Questa bella definizione di Giovanni Paolo II nell’omelia di canonizzazione di Don Orione non fa riferimento a chissà quali genialità di moderno strategic planing, come si usa oggi, ma ricorda che “la passione per Cristo fu l’anima della sua vita ardimentosa” che lo rese intelligente ed efficace nel suo fare apostolico.

[8] Il Card. Jorge Bergoglio dice che “il pericolo più grande per la Chiesa, per noi, che siamo nella Chiesa è quella che De Lubac chiama ‘mondanità spirituale’. La mondanità spirituale è mettere al centro sé stessi. È quello che Gesù vede in atto tra i farisei”; Intervista in 30Giorni, nov. 2007, p.21. “È un’insidia alla vita di fede di cui spesso non ci si accorge, perché si insinua sensim sine sensu, inavvertitamente, poco alla volta. E patatrac! Il sale diventa insipido, la luce si spegne, la casa frana su se stessa”; cfr precedente circolare “Io debole servitore di Dio”, Atti e comunicazioni, n. 219, 2006(60), p.10-11.

[9] Lettera del “venerdì santo del 1923”; Scritti 71, 47.

[10] Per una chiara motivazione e orientamento sul rapporto religiosi – laici si leggano i numeri 55-57 di Vita consecrata.

[11] Intendo dire che non pochi religiosi, già “disorientati” per la fragile identità spirituale e comunitaria, si sono trovati ancor più in difficoltà per la crisi del loro “fare” che, se non è “da religiosi”, è inutile agli altri e insoddisfacente a se stessi. Oggi, tra i religiosi, chi non è “spirituale” non è nemmeno “attivo” e finisce per sprecare tanto tempo tra computer e TV, tra ricerca di fitness (forma fisica) e di buona tavola.

[12] Evidentemente è cosa buona lavorare nelle parrocchie a noi affidate o anche solo aiutare nelle parrocchie altrui. Ma “da religiosi”. Dio benedica e mandi tanti e santi sacerdoti alle diocesi! Ma noi religiosi abbiamo altra vocazione. Per noi religiosi la vita diocesana può diventare una defezione vera e propria, sia di chi lascia i voti e la congregazione per andare in diocesi e sia di chi vive in congregazione “da diocesano”.

[13] Anche Giovanni Paolo II, nel Messaggio alla Piccola Opera del 7.10.1997, ha esortato i religiosi e le religiose orionini “a farsi guide esperte di vita spirituale, a coltivare nei laici «il talento più prezioso: lo spirito»!”; Laici con Don Orione, p. 6; cfr anche VC 55.

[14] E’ utile riprendere la riflessione della Circolare “Quali opere di carità?” (Atti e comunicazioni, 2005, p. 111-130) dove l’interrogativo non riguarda tanto “che tipo di opere?”, “per quali poveri?”, “con quali forme?” e simili, ma piuttosto “quale qualità spirituale e apostolica?”.

[15] Crisi e crivello derivano dal greco krìno, che significa separo, scelgo, decido. Anche se nel linguaggio corrente, crisi ha connotati quasi esclusivamente negativi, di per sé essa indica un’azione positiva di vaglio, scelta, separazione, giudizio, decisione.

[16] Il fenomeno delle defezioni che tocca anche la nostra congregazione non avrà una sua spiegazione nella inautenticità di vita religiosa di comunità e di singoli?

[17] Non fermiamoci a lamentare il calo numerico dei religiosi o il minore riconoscimento pubblico della vita consacrata. “La vita consacrata non cerca le lodi e gli apprezzamenti umani – ha scritto Giovanni Paolo II -; essa è ripagata dalla gioia di continuare a lavorare fattivamente al servizio del Regno di Dio, per essere germe di vita che cresce nel segreto, senza aspettare altra ricompensa che quella che il Padre donerà alla fine (cfr. Mt 6, 6). Essa trova la sua identità nella chiamata del Signore, nella sua sequela, amore e servizio incondizionati, capaci di colmare una vita e di darle pienezza di senso. Se in alcuni luoghi le persone consacrate diventano piccolo gregge a causa della contrazione numerica, questo fatto può essere letto come un segno provvidenziale che invita a recuperare il proprio compito essenziale di lievito, di fermento, di segno e di profezia”; Ripartire da Cristo n.13.

[18] Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, parlando ai superiori generali riconosceva che è in atto una “deminutio pasquale” della vita religiosa, da interpretare alla luce dell’immagine di Isaia 6,13: “come una quercia e come un terebinto, di cui alla caduta resta il ceppo. Progenie santa sarà il suo ceppo”.

[19] L’eccellenza della vita consacrata fa parte della dottrina della Chiesa. Il Concilio di Trento ha affermato la superiorità dello stato di verginità su quello del matrimonio e implicitamente dello stato religioso su quello laicale (Sessio XXIV, Canones de sacramento matrimonii, can.10, DS 1810). Il Vaticano II ha parlato esplicitamente del "superiore valore della vita consacrata per mezzo dei consigli evangelici" (Perfectae caritatis, n.1). Vita consecrata n.18 insiste sulla ragione cristologia dell’eccellenza della vita consacrata che “appare il modo più radicale di vivere il Vangelo su questa terra, un modo - si può dire - 'divino', perché abbracciato da Lui, Uomo-Dio, quale espressione della sua relazione di Figlio unigenito col Padre e con lo Spirito Santo. È questo il motivo per cui nella tradizione cristiana si è sempre parlato della 'obiettiva eccellenza della vita consacrata'”. Il concetto è ripreso nel n.32: “Quanto alla significazione della santità della Chiesa, un'oggettiva eccellenza è da riconoscere alla vita consacrata, che rispecchia lo stesso modo di vivere di Cristo”. Sull’eccellenza della vita consacrata si veda anche l’art. 12 delle nostre Costituzioni. Evidentemente, l’eccellenza della vita consacrata è oggettiva, come via di sequela di Cristo, mentre l’eccellenza soggettiva dipende dalla perfezione della carità dei singoli membri, a qualunque stato appartengano.

[20] Vita consecrata 3.

[21] Se la vita religiosa si raffredda, la vita cristiana batterà i denti per il secolarismo. La vita religiosa ha sempre avuto nella sua bimillenaria storia il ruolo di calorifero, di irradiazione di fervore evangelico, di fuoco di santità, di antigelo. “Foco! dammi foco, - pregava Don Orione - foco d’amore santo di Dio e dei fratelli: foco di divina carità, che accenda le fiaccole spente, che risusciti tutte le anime!”; Scritti 91, 90.

[22] Che bello trovare qui ripresa la sintesi del carisma orionino: “far sperimentare ai piccoli, ai poveri, al popolo, mediante le opere della carità, la provvidenza di Dio e la maternità della Chiesa per instaurare omnia in Christo”.

[23] Questo ingenuo schematismo fa torto a tutte e due.

[24] Evidentemente non è criticato come meno nobile o secondario il “fare” per Gesù di Marta, ma viene criticato il suo modo di fare, «tutta presa» dalle faccende e dall’esteriorità che la de-centra da Gesù. Non è dunque il lavoro e il servizio in sé che allontana da Dio e dallo spirito, ma è l’alienazione in esso, l’esservi totalmente catturati, senza più avere un canale diretto aperto verso Dio. Tra l’altro risulta dal Vangelo stesso che poi Marta imparò la lezione, tanto che nella narrazione della risurrezione del fratello Lazzaro è lei - e non la sorella Maria - ad avere la fede più limpida e a professarla così: «Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo» (Gv 11,27).

[25] Testo latino: “Religiosi ergo, suae professioni fideles, omnia propter Christum dimittentes (cf. Mc 10,28), Ipsum tamquam unum necessarium (cf. Lc 10,42) sequantur (cf. Mt 19,21), Eius verba audientes (cf. Lc 10,39), de iis quae Eius sunt solliciti (cf. 1Co 7,32)”.

[26] A volte si identifica l’unum necessarium con la preghiera, o con l’amore, la vita eterna, il regno di Dio, la salvezza tutti aspetti che convergono nella comunione personale con Gesù. 

[27] L’Osservatore Romano, 3.12.2005, p.5.

[28] "Già altre volte vi ho detto – Don Orione parlava ai suoi chierici - che per amare veramente il Signore, la Madonna, le cose sante, la Chiesa, bisogna farsene quasi una fissazione... Noi dobbiamo essere fissati unicamente in quello che riguarda l'amore e la gloria di Dio e della Vergine Santissima e la salvezza delle anime...  Qual era lo stato della Madonna verso Gesù? Voi lo sapete: non viveva altro che per Lui! Non parlava che di Lui e per Lui, soffriva e pregava volentieri per Lui; direi, pensava quello che pensava Gesù - se gli fosse stato possibile - tanto il suo amore desiderava essere vicino in sentimenti, pensieri e affetti a quello di Gesù... vivere all'unisono, in tutto, con Gesù". Che bella esegesi della “sola cosa necessaria” di Lc 10,42; in Sui passi di Don Orione, p.88.

[29] Benedetto XVI – Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, Ed. Rizzoli, Milano 2007, p.177.

[30] Summarium, p.993. Ma Don Orione stesso insegnò ai suoi chierici e confratelli: "Voglio mettervi a parte di un grande segreto. Qual è il grande segreto per riuscire nelle opere di apostolato, per ottenere dei risultati soddisfacenti nel nostro lavoro, nel campo della carità cristiana? Questo segreto è l'unione con Dio, vivere con Dio, in Dio, uniti a Dio, avere sempre lo spirito elevato a Dio. In altre parole è l'orazione intensa. Tutto quello che si fa si trasforma, così, in oro, perché tutto si fa per la gloria di Dio e tutto diventa orazione", Parola  del 26.9.1937.

[31] «Guai a te, se si è esaurita in te la fonte della devozione». Testimonianza di Don G. Zambarbieri, Summarium, p.714.

[32] Lettere I, 111-118.

[33] Lettere I, 466.

[34] Scritti 54, 174.

[35] In cammino con Don Orione, p.324. Ai medesimi essenziali insegnamenti ci richiama il magistero della Chiesa oggi: “La vita spirituale dev'essere al primo posto nel programma delle Famiglie di vita consacrata, in modo che ogni Istituto e ogni comunità si presentino come scuole di vera spiritualità evangelica. Da questa opzione prioritaria, sviluppata nell'impegno personale e comunitario, dipendono la fecondità apostolica, la generosità nell'amore per i poveri, la stessa attrattiva vocazionale sulle nuove generazioni”; Vita consecrata 93.

[36] Buona notte del 18.5.1939, a Tortona. La nota del gesto dei “piatti della banda” è di coloro che ascoltarono e trascrissero le parole di Don Orione.

[37] Lettere I, 269.

[38] Nel Veneto la congregazione ebbe una vera e propria esplosione di opere favorita dal Card. La Fontaine: istituti Manin e Artigianelli a Venezia (1919), casa di Campocroce (1919), parrocchia di Caorle (1919), istituto Berna di Mestre (1921), orfanotrofio La Fontaine del Lido di Venezia (1921), istituto Camerini Rossi di Padova (1923). E’ del 19 marzo 1924 la fondazione del Piccolo Cottolengo di Genova.

[39] 1921, il 4 agosto, Tra il 1921 e 1922, Don Orione fu in Brasile, Argentina, Uruguay ove iniziò varie opere. Nel 1921 inizia la presenza a Rafat (Palestina); nel 1923, viene aperta la prima Casa in Polonia, a Zdunska Wola.

[40] Da discorso confidenziale del 22.7.1924 a Campocroce; Scritti 55, 183.

[41] Lettera del 19.6.1920; Scritti 39, 80.

[42] Messaggio di Giovanni Paolo II per il centenario della PODP, 8.3.2003; Novo Millennio ineunte 31.

[43] È riportato a p. …..

[44] Ibidem, p. ….

[45] Altre fonti di informazioni e documenti a livello generale si hanno nei siti: www.messaggi.donorione.or   (documenti e testi di storia e spiritualità orionina); www.mgoitalia.it  (la pastorale giovanile orionina); www.education.donorione.org/ (la pastorale educativa-scolastica); www.santo.donorione.org (sito della Postulazione); www.fondazionedonorione.org (informazione e iniziative di solidarietà); www.sev84.org (del Servizio Esperti Volontari Orione 84). Nel mondo informatico si sono andati moltiplicando i siti orionini a livello nazionale e di singole opere: alcuni sono molto bene curati.

[46] Si veda l’informazione sui temi trattati più avanti a p. …

 

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Buonanotte del 18 agosto 2019