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Messaggi Don Orione
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Intervento del Superiore generale al Convegno di formazione per Volontari orionini. Roma, 21 febbraio 2014.

Sette indicazioni di formazione al servizio della carità in Evangelii gaudium.

Convegno di formazione per Volontari orionini.

Roma, 21 febbraio 2014

 

La carità appartiene all’intima Ecclesiae natura fu il tema da me sviluppato al precedente Convegno dell’anno scorso (15-17 febbraio 2013), commentando il documento di Papa Benedetto XVI.

L’ultimo anno è stato segnato dall’avvicendamento di Papa Francesco succeduto a Benedetto XVI che ha discretamente rinunciato per motivi di salute ingravescente aetate.

Ora Papa Francesco sta dando un nuovo stile e impulso non solo al “servizio petrino” del Vescovo di Roma ma anche alla vita e alla missione della Chiesa. La nota dominante è la carità pastorale, sua, dei pastori della Chiesa, la carità manifestata da quanti sono entrati nell’esperienza della carità di Dio. L’Evangelii gaudium, la gioia del Vangelo, consiste proprio nella carità di Dio manifestata da Gesù e da quanti amano il prossimo.

Intendo condividere con voi, amici e collaboratori della carità che la Famiglia Orionina cerca di vivere, sette indicazioni di formazione al servizio della carità raccolte dal bel documento programmatico di Papa Francesco Evangelii gaudium.

Papa Francesco ci aiuta ad essere più cristiani e anche più orionini. Da quando c'è Papa Francesco io mi sento molto sollevato nell'impegno di promuovere il carisma orionino, perché lo fa Papa Francesco che ha vocabolario, atteggiamenti e strategie pienamente orionini. Come Orionini, abbiamo un patrimonio di stile e di valori propri che vengono risvegliati dai continui esempi e appelli di Papa Francesco.

Vorrei rivolgere a voi le parole che Papa Francesco ha rivolto ai 120 superiori generali di congregazioni religiose maschili, il 29 novembre scorso.
Cari Volontari e Volontarie, siete uomini e donne che possono svegliare il mondo”, però "bisogna essere profeti e non giocare a fare i profeti".

In questa prospettiva, si colloca questo Convegno e il mio piccolo contributo.

 

  1. VOLONTARI CENTRATI SULL’AMORE DI GESÙ

Qui è il cuore del dinamismo di rinnovamento della Chiesa promosso da Papa Francesco: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù” (EG 1). Occorre partire e “ripartire da Cristo”, vivere “gli stessi sentimenti di Cristo” (Fil 2,5), fino a sperimentare che “non son più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Caritas Christi urget nos”, l’amore di Gesù è il motore, l’energia del volontariato. Papa Francesco scrive: “non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva »” (EG 7).

Papa Francesco, iniziando la sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium, dice semplicemente: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta” (EG 3).[1]

Anche ai volontari è chiesta una seria conversione al discepolato come condizione essenziale ed indispensabile per svolgere la loro missione. Nel cuore di un volontario c’è un importante incrocio: la via da attraverso cui gli arrivano i doni di Dio (il pane quotidiano, la fede, speranza, carità, il senso della vita, vocazione, carisma, ecc.) e la via attraverso cui trasmette questi beni agli altri.

Nemo dat quod non habet”. Questo incrocio del cuore umano deve funzionare, vi deve essere circolazione continua tra “quello che si riceve” e “quello che si dà”, un moto di continua sistole e diastole tra spiritualità e missione, tra cura di sé e altruismo, tra accoglienza e dono, tra l’essere benefattori ed essere beneficiati. Papa Benedetto parlava di “formazione del cuore” (Deus caritas est).

A noi Orionini Papa Francesco aveva già raccomandato di essere “discepoli missionari e pastori che si lasciano pascolare. Non pastori che sono autonomi o che possono essere assimilati a capi di ONG. La immagine di Gesù buon Pastore vi metta in questo tono di vita spirituale, di essere conduttori condotti, dove, in ultima istanza, è il buon Pastore che dà l’impronta. È il buon Pastore che in un certo modo determina il cammino che dovremo seguire” (Videomessaggio al Capitolo, 2009).
Dunque, il primo nostro compito per essere Volontari è la formazione del cuore.

 

  1. VOLONTARI CREDIBILI ED EFFICACI PERCHÉ AUTENTICI

La nostra credibilità è legata alla corrispondenza delle parole e dei gesti con la verità della vita. Dall’autenticità viene la credibilità, dalla credibilità viene l’efficacia dichi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile” (EG 14).

Papa Francesco denuncia spesso e chiama per nome le più comuni espressioni della “mondanità spirituale”, che “consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore e del bene del prossimo, la gloria umana e il benessere personale”.
Troviamo tutto un elenco di espressioni di mondanità spirituale ai n.93-97 di Evangelii gaudium: il compiacersi rimanendo chiusi nei propri pensieri e sentimenti, la presunzione umana autoreferenziale e prometeica, l’elitarismo narcisista e autoritario, la cura del prestigio senza reale inserimento nella vita della gente, il fascino di poter mostrare conquiste sociali e risultati, il funzionalismo manageriale, l’autocompiacimento egocentrico, l’essere maestri ed esperti del si dovrebbe fare che danno istruzioni rimanendo all’esterno.

Ognuno di noi deve stare attento a “non conformarsi alla mentalità di questo secolo” (Rm 12,2) e a custodire la propria autenticità interiore, scrostandosi di dosso le “mondanità” a cui è più soggetto, per essere se stesso, cioè più di Dio e più dei fratelli.
Papa Francesco teme la mondanità spirituale più di ogni altro male della Chiesa perché neutralizza la coscienza e la volontà di conversione e rende inautentici.

 

  1. VOLONTARI CHE SI ESPRIMONO CON PROFONDA UMANITÀ

Il Volontario è colui che ha una volontà di amore per l'uomo, per tutti gli uomini, gratuitamente, anche quando e proprio quando hanno dei limiti e delle miserie. Tutto questo la fa Dio, è qualcosa di divino che anche noi possiamo vivere.
Papa Francesco invita a combattere con decisione la cultura dello scarto che può entrare anche nella nostra vita, riconoscendo e difendendo i beni fondamentali di ogni persona; siamo chiamati  ad avere il coraggio di esprimere tenerezza, soprattutto verso i più deboli e svantaggiati.

Il cardinale Bergoglio aveva già spiegato a noi Orionini, che stavamo per celebrare il Capitolo del “Solo la carità salverà il mondo”, come reagire alla cultura dello scarto.  “Voi sapete che state in questo sistema mondano, paganizzato: ci sono quelli che ci stanno (caben) e quelli che non ci stanno (no caben); quelli che non ci stanno nel sistema… sono di troppo (sobran), e quelli che sono di troppo sono di scarto. Queste sono le frontiere esistenziali. Lì dovete andare voi. Non con i soddisfatti, con le persone ben sistemate, con quelli a cui non manca niente. No, alle frontiere esistenziali. Mi è piaciuto molto che una suora della vostra Congregazione insistesse tanto che le postulanti, prima di entrare al noviziato, passassero un lungo tempo nei Cottolengo. Lì sta la frontiera esistenziale più concreta del vostro carisma. Ciò significa perdere tempo per il ritardato mentale, per l'infermo, ed il terminale; perdere il tempo, consumare il tempo con loro, perché sono la carne di Gesù”.

Il volontario si pone in un atteggiamento sostanzialmente gratuito attivo, proattivo verso gli altri. Ma non è un "padreterno". Deve evitare che la gioia del dare – esperienza divina esaltante - non si trasformi in euforia oppure in frustrazione da onnipotenza. Ci vuole umiltà, umanità. Anche il volontario deve riconoscere i propri peccati e limiti umani, senza pretendere di avere sempre le risposte per tutto e per tutti, ma piuttosto ricercare pazientemente la verità e il bene insieme ai fratelli. Papa Francesco parla di “rivoluzione della tenerezza” (EG 88), di “tenerezza combattiva” (EG 85), di “tenerezza eucaristica”.

“Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri... che accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza” (EG 270).

 

  1. VOLONTARI CHE NON SOLO DANNO MA COMUNICANO

La comunicazione è frutto di comunanza di vita, di simpatia con gli altri, di contatto e di ascolto. Papa Francesco dice che per comunicare bisogna avere addosso l’”odore delle pecore”. Quando “il pastore conosce le sue pecore una per una… le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce” (cfr Gv 10, 1-16).

Al riguardo, mi viene alla mente un ricordo di Don Orione. “Una volta predicavo un quaresimale a Sale, dove c’era un Arciprete che ci teneva ci fossero molte persone. Una sera parecchi buoni Sacerdoti, stavano riuniti attorno un tavolo, con una buona bottiglia davanti (eh! così! poveri Sacerdoti) e stavano discorrendo tra loro. Essi credevano che io dormissi, perché avevo confessato, predicato, ero proprio stanco, e si dicevano: Chissà perché quello lì che non ha studiato, attira la gente più di noi, che abbiamo tanto di laurea in teologia? Io che non dormivo, ho aperto la porta ed ho detto: Ve lo dico io il perché io sono povero, ho patito la fame, il freddo, la fatica; voi invece siete signori. Se anche voi aveste patito questo, trovereste quelle certe parole che fanno del bene: il popolo capisce che sentiamo come lui, che come lui soffriamo, il popolo sente lo spirito di Nostro Signore”.[2]

La comunicazione è frutto di comunanza di vita.

I volontari hanno delle possibilità importanti da valorizzare nella loro azione. Non sono chiamati a dirigere, non hanno ruoli che possono distanziare; sono più impegnati nelle attività pratiche, vicini alla gente, senza titoli ed etichette. La vicinanza alla vita comune della gente costituisce una grande opportunità  per comunicare nelle relazioni di volontariato.

Non basta dare, bisogna comunicare. Papa Francesco ce lo spiega così. “Quando io andavo a confessare, sempre facevo questa domanda: “Ma, lei dà l’elemosina?” – “Sì, padre!”. “Ah, bene, bene”. E poi gliene facevo due in più: “Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?” – “Ah, non so, non me ne sono accorto”. Seconda domanda: “E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?”.

 

  1. VOLONTARI CHE CAMMINANO CON I FRATELLI

Volentieri condivido con i volontari un titolo (di impegno e di onore) che Bergoglio-Francesco ha attribuito a noi religiosi orionini. Ci ha definiti callejeros. È difficile tradurre il termine in italiano. Papa Francesco l’ha spiegato così:  “L'ambito in cui voi dovete lavorare è la strada. Dio vi vuole callejeros, di strada, nella strada. San Pio X inviò Don Orione fuori Porta San Giovanni, nella strada, non nella sacrestia. Per favore, che Dio vi liberi dal… contemplarvi l'ombelico. No, nella strada. Il luogo, l'ambito è la strada, la strada nel senso più simbolico della parola, cioè, dove si giocano le periferie della vita”.[3]

Nella strada” significa una collocazione ambientale e ancor più interiore. È il “fuori di sacrestia” di Don Orione.

Tante indicazioni di Papa Francesco sono riassumibili nell’“uscire e far uscire” in un vitale cammino sulle strade delle periferie, dell’incontro con gli altri, in uno stato permanente di missione, liberi da rigidità istituzionali e autoreferenziali.

Come dobbiamo essere volontari “nella strada”? Cioè, quale deve essere il rapporto del volontario con la gente, con i poveri che aiuta, con i destinatari del proprio dono di tempo, di servizio, di beni?

Francesco vede tutto in chiave pastorale, su modello della relazione di Gesù buon pastore. A volte parla ai “pastori” consacrati (sacerdoti e religiosi), altre volte usa il più ampio termine “operatori pastorali”, intendendo tutti quelli che hanno una qualche cura degli altri. Quale atteggiamento del volontario con la gente, con le persone che aiuta?

  • “A volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza” (EG 31). Il volontario deve prevenire, precedere, elevare le persone che ama e intende aiutare. Papa Francesco osserva che “molti operatori pastorali sviluppano una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni”. Non si deve avere paura di stare davanti, con audacia e santa intraprendenza; non si deve “soffocare la gioia della missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri” (EG 79).
  • “Altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa” (EG 31). Ciò farà bene alla gente e al pastore. Per non cadere nell’“accidia pastorale”, “egoista” e “paralizzante” (EG 81), bisogna non perdere “il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle persone, così che li entusiasma più la tabella di marcia che la marcia stessa” (EG 82). Si vivrebbe “una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore come «il più prezioso degli elisir del demonio» [Georges Bernanos]” (EG 83).
  • “E in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade” (EG 31). Il Volontario deve anche ascoltare, osservare, imparare e seguire l’istinto (il genio, la cultura, i valori e i limiti…) della gente con sui entra in cammino.

In tutte e tre le posizioni – davanti, in mezzo e dietro – quello che è fondamentale è la condivisione, la solidarietà. Con Don Orione e con il Papa di oggi, noi Orionini – religiosi, suore e laici - siamo chiamati a “scoprire e trasmettere la mistica di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (EG 87).

Tutti ammiriamo in Papa Francesco la sensibilità nel farsi prossimo, da uomo semplice e comune nelle relazioni: offre il caffè alle guardie, porta la sedia a un vigile, dona il panettone agli operai, telefona alle persone più diverse, ecc. Le nostre attività sia caritative che pastorali, a volte sono bene strutturate e istituzionalizzate; non dovremmo però perdere i rapporti personali e i gesti di carità personali e diretti.

 

  1. VOLONTARI CHE DIFFONDONO LA CULTURA DELL’INCONTRO

Siamo invitati a promuovere e testimoniare la “cultura dell’incontro” come stile di vita e di missione, con gesti di  prossimità specialmente verso gli ultimi, i deboli, i malati che sono in mezzo a noi la carne di Cristo.

Rivolgendosi a noi Orionini, nel 2009, il card. Bergoglio ricordò che “la frontiera esistenziale di Dio è il Verbo venuto nella carne, è la carne del Verbo. È  questo che ci salva da ogni eresia, dalla gnosi, dalle ideologie, ecc. Cercate la carne di Cristo lì. Andate alle frontiere esistenziali con coraggio e lì vi perderete. State sicuri che i giornali non vanno a parlare di voi. Quello che voi fate, per esempio nei Cottolengo, non fa notizia; quello che fate con i bambini di strada non fa notizia, non interessa al mondo, perché questo è materiale di scarto. Sono le frontiere esistenziali. Lasciatevi condurre dal buon Pastore verso questa frontiera esistenziale per esprimere l'amore e la carità”.

Per noi Orionini è molto importante sentire detto dal Papa a tutta la Chiesa che “toccare la carne del Verbo”, quelli che sono “i rottami della società”, come diceva Don Orione, “lo scarto della società, le periferie esistenziali”, come dice Francesco, è in se stessa azione pastorale ed evangelizzazione.

Don Orione ci ha trasmesso la coscienza che quando compiamo uno dei tanti gesti o uffici nelle opere di carità, noi facciamo opera di evangelizzazione, perché “la carità apre gli occhi alla fede e riscalda i cuori di amore verso Dio”.

Quando Don Orione diceva “Dobbiamo essere preti di stola e di lavoro” e “accanto ad un’opera di culto sorga un’opera di carità”, esprimeva il dogma carismatico dell’unione di evangelizzazione e ministero della carità nella nostra missione.

                   Questo dogma ispira anche la concezione tipicamente orionina del volontariato: compiere opere di carità, di aiuto e di beneficio verso i poveri e i desamparados è in se stesso evangelizzazione, è pastorale. Nell’orazione liturgica di San Luigi Orione, è detto: “dona a noi di esercitare come lui le opere di misericordia, per far sperimentare ai fratelli la tenerezza della tua Provvidenza e la maternità della Chiesa”.

“Dal cuore del Vangelo – scrive il Papa - riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice” (EG 178). Il servizio della carità è parte integrante della vita della Chiesa. Infatti, «L'intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro» (Deus caritas est, 25).

Questa linea della Chiesa di Papa Francesco è quella più “orionina”, quella che ci identifica.

 

  1. VOLONTARI GIOIOSI E PORTATORI DI SPERANZA

Tutto il mondo è stupito da questo Papa contento, fiducioso, sereno, sorridente, con una spontaneità gioiosa che viene dal profondo. Tutti avvertono che il suo non è un “sorriso da assistente di volo”.[4] Francesco ci ricorda: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono libera­ti dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento" (EG 1 e da 2-13).
 Papa Francesco con parole immediatamente significative dice: “un evangelizzatore (un volontario) non dovrebbe avere una faccia da funerale”.[5] Per non finire con l’avere una faccia da funerale ricorda di andare alle sorgenti della gioia cristiana sapendo che “nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore”.

La gioia nostra, di volontari della carità di Dio, nasce nella continuità dell’incontro con Cristo: “Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia” (EG 1), significa frequentare Gesù con la preghiera, i sacramenti, con l’ascolto della sua Parola, ecc. La gioia è un frutto ed è una grazia da chiedere.
Mi ha impressionato un’espressione autobiografica di Don Orione letta ancora in gioventù: “Signore, non son degno, ma ho bisogno della vostra gioia, una gioia casta, una gioia che rapisce, che ci trasporta nella pace, al di sopra di noi stessi e di tutte le cose: immensa gioia!”. Chissà cosa passava nell’anima di Don Orione! Quante volte ho fatto anch’io questa preghiera: Signore, ho bisogno della tua gioia più di ogni altra cosa. La gioia è frutto della fiducia nella Divina Provvidenza che “non toglie mai la gioia ai suoi figli se non per prepararne una più certa è più grande” (Manzoni, Promessi sposi).

Tutti noi, accanto a un malato d’ospedale, o a un cottolenghino, o ai bambini del Madagascar, o a un poveraccio del centro di ascolto… abbiamo sperimentato il valore di un sorriso. La gioia dà sapore ad ogni dono e servizio del Volontario. La gioia di Dio è il migliore integratore energetico per le proprie forze e per quelli cui si dà tempo, servizi, beni, denaro.

Un'ultima parola di Papa Francesco.

“Sento una gratitudine immensa per l’impegno di tutti coloro che lavorano nella Chiesa… Devo dire in primo luogo e come dovere di giustizia, che l’apporto della Chiesa nel mondo attuale è enorme. Il nostro dolore e la nostra vergogna per i peccati di alcuni membri della Chiesa, e per i propri, non devono far dimenticare quanti cristiani danno la vita per amore: aiutano tanta gente a curarsi o a morire in pace in precari ospedali, o accompagnano le persone rese schiave da diverse dipendenze nei luoghi più poveri della Terra, o si prodigano nell’educazione di bambini e giovani, o si prendono cura di anziani abbandonati da tutti, o cercano di comunicare valori in ambienti ostili, o si dedicano in molti altri modi, che mostrano l’immenso amore per l’umanità ispiratoci dal Dio fatto uomo. Ringrazio per il bell’esempio che mi danno tanti cristiani che offrono la loro vita e il loro tempo con gioia” (Evangelii Gaudium 76).

 


[1] In EG 8, avverte che “c’è un relativismo pratico ancora più pericoloso di quello dottrinale” che “consiste nell’agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero… Solo grazie all’incontro – o reincontro – con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità”.

[2] Appunti degli esercizi spirituali delle Piccole Suore Missionarie della Carità del 11 settembre 1919.

[3] In quel discorso Al Capitolo spiegò: “Una Congregazione che si chiude nelle sue cosette finisce come tutte le cosette chiuse, buttate via, con odore di muffa, inservibile, inferma. La strada più sicura verso l'infermità spirituale è vivere chiusi in cosette piccole. Una Congregazione che esce nella strada corre il pericolo di incidentarsi. Chiedete a Dio mille volte la grazia di essere una Congregazione incidentata e non una Congregazione inferma”.

[4] È un’espressione detta da Francesco di certe suore incontrando le Clarisse di Assisi: “sorridono col sorriso di un’assistente di volo ma non con il sorriso della gioia che viene da dentro”.

[5] La faccia da funerale viene “quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita”.

 

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