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Messaggi don Orione
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Capitolo III: Fraternitā con Don Orione.

VITA DI DON CARLO STERPI

di Don Domenico Sparpaglione

 

INDICE

Capitolo I:  Sintesi cronologica

Capitolo II:  Attività morale

Capitolo III:  Fraternità con don Orione

Capitolo IV:  Le virtù

Capitolo V:  L’appuntamento con la Madre del Cielo

 

CAPITOLO  TERZO

FRATERNITÀ  CON  DON  ORIONE

 

 

 

 

Temperamenti diversi conglutinati nella stessa carità

Don Orione e don Sterpi vissero nello stesso ambiente spirituale per oltre cinquant’anni. Dai primi tempi del seminario cominciarono a fraternizzare in quei modi e in quelle forme che creano l’amicizia: amicizia santa, fatta di comuni aspirazioni alla virtù e di vicendevoli edificazioni: che operò in essi un conglutinamento di anime e li plasmò in uno dei binomi inseparabili quali si riscontrano nella storia della Chiesa a cominciare da Pietro e Paolo, attraverso Ambrogio e Agostino, e specialmente nella storia delle fondazioni religiose dove spesso Dio ama vincolare delle anime a un comune destino di grazia, di sacrificio e di meriti.

Don Sterpi con don Orione, in ordine alla congregazione, ha dei rapporti non tanto di confondatore, come taluno ama affermare, quanto di interprete, come don Rua accanto a don Bosco, il canonico Anglesio accanto al Cottolengo; ma con qualche cosa di più vicino per l’età e per il modo di sorgere della Piccola Opera. Don Sterpi fu lo strumento indispensabile all’attività di don Orione. Fu definito l’ombra del Fondatore e l’espressione può accettarsi nel senso che egli accompagna sempre don Orione per dare consistenza alle sue iniziative; ma solo in questo senso.

Non è un’ombra don Sterpi: à figura reale, luminosa, dotata di una sua propria personalità, che si annulla volontariamente in quella di don Orione, ma anche si isola, per questa specie di olocausto alla grandezza del Fondatore, in uno splendore più vivido di gloria spirituale.

La lunga consuetudine di vita e d’intenti col Fondatore non subì mai il minimo screzio, anzi contribuì a cementare l’unione del loro spirito. In realtà i temperamenti erano diversi. Più dotato di sentimento, più impulsivo don Orione; più calcolatore don Sterpi. Audace e ricco di slanci il primo, costante e misurato il secondo. Poeta don Orione… prosatore don Sterpi. Non sempre i giudizi sulle situazioni collimavano. Entrambi però forti di una volontà adamantina, poggiata sulla incrollabile fede nella Provvidenza, e animati da un profondo spirito di pietà soda semplice nutrita di virtù, che fa da elemento di amalgama e di coesione.

I tratti della loro diversa indole, inserendosi come addentellati, danno compattezza alla loro fraternità che i sacrifici condivisi, specialmente agli inizi della Congregazione, e la brama ardente della salvezza delle anime, rendono via via più santa, trasfigurandola in comunione di spiriti.

Era fatta di reciproca stima. Don Sterpi riconosceva in don Orione “il Direttore”; e mi pare di cogliere in questa qualifica, ripresa dall’usanza dei giovani, un segno di quella sua mirabile docilità che custodiva gelosamente ogni insegnamento e ogni scritto del Fondatore, presaga che un giorno sarebbero divenuti preziosi. Una sola critica anche minima nessuno poté mai coglierla sulle labbra di don Sterpi a carico del Direttore. Continui erano invece gli attestati di stima e di venerazione.

Don Orione a sua volta stimava don Sterpi come il più bel dono di Dio fatto alla Congregazione e non si lasciava sfuggire occasioni per dichiararlo pubblicamente.

Scriveva a Mons. Malfatti riferendosi alla vita di stenti condotta con don Sterpi: “Qui (al Paterno) siamo in nomine Domini al verde e non abbiamo più roba e da tre notti don Sterpi, e un altro di vostra conoscenza, dormono a Betlemme” (1913). La frase arguta è vera in tanti sensi. Non riposano sul letto, ma sono con Gesù, ed è tutto.

Sopportano insieme fatiche e apprensioni, subiscono l’uno per l’altro le sfuriate dei creditori impazienti e un po’ esasperati, sperimentano uniti la perfetta letizia del vivere per amore di Cristo nella pratica dei famosi “sette effe” che un giorno il Card. La Fontaine vorrà fare oggetto di un sapido sonetto francescano.

Tra gli “effe”: FUMO, che il pio Cardinale interpretava misticamente come rassegnazione alla eventuale dispersione di tutta l’opera costata tanto sacrificio, mediante un F I A T di perfetto abbandono alla volontà di Dio; ma che don Sterpi con quel suo dimenare il capo in segno di interlocuzione, riconduceva al senso più materiale e proprio di “fumo” che esce da un camino o da una stufa e dà agli occhi; senza escludere naturalmente quello figurato.

In un’altra lettera alla grande benefattrice genovese, la signora Angela Queirolo, ved. Solari, don Orione usa espressioni che da sole rendono al vivo il suo sentimento di venerazione per don Sterpi. Chiama lui e un altro sacerdote (che tutti possono intuire chi sia) “due birbe uso Cottolengo”. E continua: “Io in Paradiso andrò, ma dietro la porta quei due lì andranno subito su su… Poi lanceranno giù una corda e io mi arrampicherò e tirerò su con me tutti” (10.IV.1935).

Se attorno a lui scoppiava l’applauso don Orione, battendo con più fervore le mani, convogliava verso don Sterpi le dimostrazioni d’affetto; e scrivendo ai suoi religiosi lo raccomandava come la persona più preziosa e cara.

L’episodio più significativo al riguardo è connesso all’accennata malattia contratta da don Sterpi a Venezia. Basta seguire la corrispondenza di quel periodo per comprendere a fondo le ansie affettuose di don Orione. Don Sterpi negli anni 1925-27 non stava bene: cadeva in una specie di svenimento, soffriva ai bronchi, allo stomaco, accusava disturbi di circolazione (cose già riferite) e tutto ciò pesava come un incubo sul cuore di don Orione che nulla lasciava di intentato per indurlo ad assoggettarsi alle cure necessarie, previo il consulto delle maggiori celebrità. Curioso a questo proposito le vicendevoli accuse che si muovono di non curarsi la salute, di tentare Dio con una vita di troppi stenti. Don Orione, che proclama se stesso un “poltrone” mentre passa tante notti… a Betlemme, esige che don Sterpi rimanga a letto oltre l’ora stabilita dalla regola.

Messo in allarme dalle notizie che gli giungono da Venezia, si rivolge al fratello di don Sterpi, il dott. Achille, perché con la sua autorità faccia opera di persuasione (27-IX-1925) e don Sterpi finalmente s’induce a partire per le aure rigeneratrici di Cuneo.

La Colonia Agricola Sant’Antonio è appena fuori città lungo la Barriera di Nizza su di un vasto altipiano che si appoggia alla vicinissima cerchia delle Alpi dominata dalla Bisalta dell’Argentera e dal Monte Matto. Offre davvero un soggiorno salubre e incantevole allietato dai lavori agresti che i giovani compiono nell’ubertosa campagna.

Ma don Sterpi dopo i primi giorni si sente un uomo fuori posto. Gli sembra di defraudare la Congregazione standosene lì a scopo curativo e lo attrae la nostalgia del lavoro a Venezia tra le strette pareti del suo studiolo. E scrive a don Orione manifestando il proposito di conchiudere prestissimo il suo periodo stasi.

“Non so come possiate guarire da un lunedì a notte a un venerdì mattino – gli replica don Orione – dunque via il chiodo e testa a posto” (14-X-1925). Il “chiodo” è, nel linguaggio metaforico usato spesso da don Orione, la fissazione su un’idea. Don Sterpi aveva il “chiodo” del lavoro ininterrotto, ma sapeva che l’obbedienza val anche più del sacrificio. E ubbidì.

Tornato dopo qualche tempo a Venezia comunicò di sentirsi meglio: Ma si trattava di un miglioramento solo apparente. Quel malessere, quei deliqui lo riprendevano e don Orione era tutt’altro che tranquillo. L’esortazione a curarsi, a volte in tono di supplica, a volte in tono di comando, riecheggia come un refrain nelle sue lettere a don Sterpi che assolutamente però durante l’anno scolastico è irremovibile al suo posto di responsabilità e di lavoro e si arrende solo qualche giorno in periodo di vacanza. Vergogna – sembra dirgli don Orione – A Cuneo siete stato quattro giorni non interi. Dovete venire via senza farmi rissare” (4-1-1926).

E intanto avverte in sé i sintomi di un male che ne minaccerà l’esistenza verso la fine dell’anno. Gli scriveva infatti in data 5-XI-1926: “Non potrò più girare tanto… Fatico a spingere questi macigni”. Alla biglietteria della stazione di Torino s’era buscato un colpo d’aria presto sviluppato in polmonite doppia.

Don Sterpi accorse, accorse il Card. La Fontaine. Si temette di perderlo. Ma egli non dubitava della guarigione. Il 3 dicembre poté celebrare in camera. Risuscitò con un fervore di iniziative tra cui la questua delle vocazioni e si fece strada in lui l’idea di togliere don Sterpi da Venezia per tenerselo vicino a Tortona.

“Vi ordino e vi prego di venire qui a curarvi della bronchite”. E quando don Sterpi docilmente ha eseguito il comando, egli da Venezia raccomanda: “Cercate di curarvi e non fate sciocchezze” (Beninteso di quelle “sciocchezze”” che sono il pane quotidiano della sua stessa vita). Il bello e l’interessante di questi scambi di colpi dati in Domino è il gioco della carità che usa al fratello tutti i riguardi che trascura di prendere per sé.

Si veda per esempio don Orione che, dopo essersi strapazzato per la buona riuscita di un pellegrinaggio di tortonesi a Caravaggio, scrive a don Sterpi: “Oggi ho riposato. È suonata la campana del pranzo, mi sono coricato per cinque minuti (da tre notti non dormiva) e mi sono svegliato alle 16”. Un riposo pagato con la sparizione automatica del pranzo. Non c’è male. Ma don Orione con l’aria di un “salutista” che s’è prese le sue brave soddisfazioni, conchiude: “Ora sto proprio bene”. Ha riposato quattro ore su sessanta.

Eppure questa è la vera carità, che fa pesare solo su di sé gli inconvenienti e cerca tutti i modi per alleggerirne gli altri. Esigenti all’estremo con se stessi; generosi, liberali, comprensivi con gli altri.

Significativo messaggio di don Orione e di don Sterpi, mai perduti nell’alambicco delle rigide formule riprensive, ma osservanti dell’”unico” precetto: A M A RE. Non il frigido verbo delle imposizioni codificate e minute che soffocano lo spirito e la carità, e sotto di sé si celano la morte e il vermicaio delle astruserie farisaiche, ma la viva fiamma dell’amore sempre desto e operante in spirito di sacrificio.

 

Commovente lettera di don Orione

Siamo al punto più commovente della fraternità che lega queste due anime evangeliche ignare di qualsiasi formalismo.

Don Orione è contento che don Sterpi si sia finalmente deciso per Cuneo. Ha messo in Cuneo tutte le sue speranze. Se gli provassero che Tumbuctù è un soggiorno ideale per curare i malanni di don Sterpi egli, con la stessa fiduciosa certezza con cui parla di Cuneo, spedirebbe don Sterpi nel cuore dell’Africa.

Don Sterpi negli ultimi due anni era veramente deperito. Si era ridotto a un corpicciolo esile e rinsecchito. Sugli occhi sporgenti passavano con frequenza la sue mani fragili come a temprarne l’interno ardore. Don Orione esprimeva apertamente i suoi timori sulla vita del suo Vicario e faceva di tutto per scongiurare alla Congregazione una perdita tanto dolorosa.

Non passarono molti giorni dall’arrivo di don Sterpi a Cuneo in quel mese di giugno 1927 che don Orione mantenne una promessa e andò a trovarlo. Di questo incontro don Orione parlò in una lettera circolare del 24-VI-1927 da lui indirizzata a don Pensa direttore degli Istituti di Venezia, ma da far conoscere a tutta la Congregazione.

Dato il valore di questo documento, ne riportiamo i brani salienti.

Parte da Genova la notte del 20 giugno per fare un’improvvisata a don Sterpi che naturalmente lo crede a Roma, dov’è solito il 21 giugno celebrare all’altare di San Luigi, assolvendo a “un dolce e fraterno dovere”, e giunto ala Colonia di Cuneo alle otto del mattino seguente, entra subito nella chiesetta di Sant’Antonio, che appare bianca e devota in fondo al vialetto di platani a sinistra della strada nazionale per il Colle della Maddalena. Durava ancora l’eco della festa del Santo, ma tutto intorno era silenzio. Ascoltiamo direttamente don Orione: “Sono entrato piano non visto: la statua di Sant’Antonio era tutta illuminata. Don Sterpi stava in chiesa, su di un banco presso l’altare: diceva il breviario. Non c’era che una vecchia donna in chiesa. I nostri di quella casa erano chi alla cascina, dove hanno i bachi che sono nel forte, chi a lavorare nei campi e i ragazzi delle elementari erano a scuola. Ho fatto una preghiera al caro santo dei poveri e poi, naturalmente, ho levato lo sguardo a quella testa ormai fatta calva di don Sterpi il quale non s’era accorto di nulla e continuava a recitare il breviario.

Io riflettevo a quella sua vecchiaia precoce; andavo tra me e me col pensiero a tanti anni passati insieme e a tanti affanni. Ogni po’ don Sterpi tossiva: quei colpi di una tosse brutta, quella tosse che gli dura da troppo tempo, mi colpivano il cuore come pugni secchi: era per me un vero strazio.

Ho invocato Sant’Antonio e mi sono fatto avanti e l’ho toccato su di una spalla, com’è solito fare lui certe volte col nostro don Curetti (un sacerdote cieco al quale don Sterpi usava tanta bontà) e con altri di noi (per dire la delicatezza del suo tratto che mai si permette di scendere a vie troppo confidenziali D.S.). Alzò il capo a guadarmi al suo sguardo, alla sua parola, ho avuto l’impressione che egli doveva aspettarmi, poiché non fece il meravigliato. (Qui mi permetto di dissentire da don Orione. Don Sterpi conosceva bene il suo “Direttore” e sapeva che non c’era mai da meravigliarsi di lui) In verità gli aveva scritto ripetute volte che sarei andato presto a trovarlo.

“… Dirò l’impressione avuta. Nell’aspetto non è deperito, ma l’occhio e il colore sono di persona molto stanca e depressa: è un corpo che sta su, si direbbe, solo per forza di volontà. Anche a Cuneo fu visitato da un bravo medico, ma i sanitari parlano tutti uno stesso linguaggio. Dicono: è un uomo frusto e già un po’ troppo minato: ha bisogno di molte cure, di molto riposo di corpo e di testa: di buona nutrizione e di non avere assolutamente preoccupazione alcuna. Solo così et in primis , col divino aiuto, potremo salvarlo. Per cui, o caro don Pensa, ti prego di far conoscere a tutti di codesta Casa, insieme con lo stato di salute del nostro don Sterpi anche l’ordine che do che quanti gli scrivono si astengano dal manifestargli cose che possano menomamente addolorarlo, o dargli pensiero, ma solo gli si dica ciò che lo può sollevare e consolare in Domino.

Un vero e proprio miglioramento finora purtroppo non c’è; ma dobbiamo tener presente che egli è a Cuneo solo da poco più di quindici giorni. Le premure poi ond’è circondato e l’affetto veramente filiale del nostro carissimo don Giovanni Giorgis, soprattutto poi le preghiere che da ogni Casa si alzano a Dio per lui, mi danno piena fiducia che egli guarirà ancora, e potrà rendere altri grandi servigi alla Congregazione. Don Sterpi si trova in verità come un po’ sperduto a Cuneo e quasi, direi, mortificato di non poter lavorare.

Sed spiritus promptus, caro autem infirma. Gli ho detto che tutti noi lavoreremo anche per la sua parte e che pur da questo suo sacrificio Iddio caverà, certo, un gran bene per l'anima sua, come per la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Dobbiamo servire il Signore con la salute e con la malattia: se l’amore è uguale, uguale sarà anche il merito. Questo non lo dico, no, per don Sterpi, ma per me e per voi. Non dobbiamo quindi rattristarci se nelle malattie non possiamo lavorare pel Signore; basta che ci rassegniamo ala sua volontà: colla rassegnazione, colla pazienza e con l’offerta a Dio dei  nostri dolori acquisteremo, forse, meriti più grandi che con la fatica, perché i meriti guadagnati così sono, sovente, più preziosi e anche più sicuri perché ci mantengono nell’umiltà e nella fede.

“… Mi è parso d’averlo lasciato assai confortato: certo fu quella una giornata piena di ore di santa letizia fraterna. E Deo gratias!

Don Sterpi conchiuse il suo periodo di vacanza che gli portò qualche giovamento com’era nelle speranze e nella preghiera di don Orione e di tutta la Congregazione, si stabilisse a Tortona e, salvo qualche viaggio per missioni a lui affidate, ci resterà definitivamente.

Ora le parti tendono ad invertirsi. È don Sterpi che accentua la propria responsabilità di tener d’occhio la salute di don Orione specialmente al ritorno del suo secondo viaggio in America che ce lo restituì disfatto fisicamente. Le prediche e le esortazioni ritornano alla sorgente.

Ma se don Orione riusciva a mandare don Sterpi al riposo di Cuneo, non altresì tanto facilmente riusciva don Sterpi a frenare l’esuberanza di don Orione che non voleva arrendersi neppure di fronte ai due attacchi di angina pectoris che lo colpirono ad Alessandria il 1° aprile 1939 e a Tortona il 9 febbraio 1940.

Don Sterpi si fa forte della sua autorità di Vicario in carica e persuade il Direttore al viaggio di Sanremo, ultima tappa, purtroppo, del suo infaticabile cammino di apostolo.

 

“Lo stesso spirito… uno stesso pane”

Il commovente episodio di Cuneo narrato da don Orione non è l’unico. Dalle lettere del Servo di Dio si rilevano alcuni brani assai significativi che trasfigurano un dato di fatto in un simbolo altissimo di fraternità.

Il primo di questi brani autobiografici è contenuto in una lettera a don Carlo Pensa del 1°-XI-1937. “Quest’anno – scrive don Orione da Tortona – vorrei passare San Carlo con don Sterpi e con te in santa unione e tranquillità. Forse sarà l’ultimo San Carlo che passeremo insieme… Ci incontreremo a Milano dopo aver celebrato sulla tomba di San Carlo, andremo a Buccinigo a vedere la nuova casa per i probandi”.

L’altro brano commoventissimo e denso di significato è in una lettera a don Cremaschi che, al nuovo istituto Filosofico di Villa Moffa, capace di duecento chierici, sta per inaugurare il forno. “Sono contento, moltissimo contento che lunedì 31 corrente, festa di San Giovanni Bosco, facciate il primo pane della Provvidenza”, scrive don Orione.

E ordina che un chilogrammo di pane della prima infornata sia offerta “devoto ossequio” a don Ricaldone, Rettor Maggiore dei Salesiani, un altro sia spedito fino a Subiaco al Visitatore Apostolico l’Abate Caronti, e finalmente un pane si mandi da dividere tra don Sterpi e don Orione.

Con semplicità efficacissima poi commenta: “La stessa fede, lo stesso spirito di carità, di vocazione, di sacrificio, e uno stesso pane” (28-1-1938). Tutta una vita di unione, di carità, di zelo e di patimenti in quel gesto di spezzare insieme “da poveri vecchi” lo stesso pane. Lo spirito del primo cristianesimo che torna e si afferma in un’ora tanto carica di commozione e di pietà e che compendia tutta un’esistenza in quel simbolo dell’amore che è il pane.

La Provvidenza darà a don Orione il conforto di poter affidare alle mani sante del suo fraterno amico e compagno di tante fatiche il retaggio spirituale che è la sola ragione della sua vita, per intonare con piena tranquillità il nunc dimittis. A sua volta don Sterpi succedendo a don Orione non cade oppresso dal peso enorme della responsabilità, ma trova nell’aiuto di Dio e della Santa Madonna la forza per sopportarlo e per accrescerlo, in tempi calamitosi come quelli appena intravisti da don Orione ma vissuti dal Successore; perché, fedele interprete, ripeterà a chi si meraviglia: “È sempre don Orione che continua ad operare”.

Solo una perfetta identità spirituale consente di così esprimersi. Miracoli dell’amore che sgorga da Dio e si comunica ai fratelli.

 

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