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Messaggi don Orione
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Si tratta del testo integrale della Conferenza di Don Orione, tenuta nell'aula magna dell'Università Cattolica di Milano, 22 gennaio 1939. La trascrizione del testo stenografico fu pubblicato da Don Antonio Coiazzi sulla “Rivista dei giovani” del maggio 1940.

Innanzitutto vi chiedo scusa dell'audacia mia, di trovarmi qui a parlarvi in qualche modo. Ci ho pensato ieri, l'altro ieri, e dicevo a me stesso: «ma che cosa hai fatto tu? che audacia, che temerarietà è la tua di andare a parlare ai milanesi del Manzoni».

Ecco, cari amici del Piccolo Cottolengo Milanese. Quando mi si disse di venire a dire qualche cosa sulla Divina Provvidenza, ho pen­sato, stante i vincoli grandi di gratitudine ver­so di voi e verso tutta la cittadinanza milanese, ho pensato in qualche modo di sdebitarmi o, meglio, di dare un segno delta mia gratitudine, andando al Manzoni, al vostro, al nostro grande Manzoni, perché ho sempre pensato che, da secoli in qua, nessuno ha parlato delta Divina Provvidenza, e ha cantato la Divina Provvidenza, quanto il Manzoni.

Mi hanno dato il tema: «La c'è la Provvidenza». E' l'affermazione semplice popolare d'una sublime verità, colta sulle labbra di Renzo Tramaglino; ma noi sentiamo che sovratutto è la espressione alta della fede del Manzoni. Permettetemi di leggervi un passo dei Promessi Sposi (capo XVII).

Quel viaggio non fu lieto. Senza parlare dei guai che Renzo portava con sé, il suo occhio veniva ogni momento rattristato da oggetti dolorosi, dai quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese, in cui si inoltrava, la penuria che aveva lasciata nel suo. Per tutta la strada, e più ancora nelle terre e nei borghi, incontrava a ogni passo poveri che non eran poveri di mestiere, e mostravan la miseria più nel viso che nel vestiario...

Quella vista, oltre la compassione e la malinconia, lo metteva anche in pensiero de' casi suoi. Chi sa — andava meditando —, se trovo da far bene? se c'è lavoro, come negli anni passati? Basta; Bortolo mi voleva bene, e un buon figliuolo, ha fatto danari, m'ha invitato tante volte; non m'abbandonerà. E poi, la Provvidenza m'ha aiutato finora; m'aiuterà anche per l'avvenire.

Entrò in un'osteria a ristorarsi lo stomaco, e, infatti pagato che ebbe, gli rimase ancor qualche soldo. Nell'uscire, vide, accanto alla porta, che quasi v'inciampava, sdraiate in terra, più che sedute, due donne, una attempata, un'altra più giovine, con un bambino...; tutti del color della morte; e ritto, vicino a loro, un uomo, nel viso del quale e nelle membra, si potevano ancora vedere i segni d'un'antica robustezza, domata e quasi spenta dal lungo disagio. Tutt'e tre stesero la mano verso colui che usciva con passo franco, e con l’aspetto rianimato; nessuno parlò; che poteva dir di più una preghiera?

«La c'è la Provvidenza!», disse Renzo; e, cacciata subito la mano in tasca, la votò di que' pochi soldi; li mise nella mano che si trovò più vicina, e riprese la sua strada. La refezione e l'opera buona (giacché siam composti d'anima e di corpo) avevano riconfortati e rallegrati tutti i suoi pensieri. Certo, dall'essersi cosi spogliato degli ultimi danari, gli era venuto più di confidenza per 1'avvenire, che non gliene avrebbe dato il trovarne dieci volte, tanti. Perché, se a sostenere in quel giorno quei poverini che mancavano sulla strada, la Provvidenza aveva tenuto in serbo proprio gli ulti­mi quattrini d'un estraneo, fuggitivo, incerto anche lui del come vivrebbe: chi poteva cre­dere che volesse poi lasciare in secco colui del quale s'era servita a ciò, e a cui aveva dato un sentimento cosi vivo di se stessa, cosi efficace, cosi risoluto?.

Renzo giunge alla casa del cugino. Dopo i primi saluti, il cugino dice:
“Hai fame, hai bisogno di mangiare?”.  
Risponde Renzo: “No”.
“E a denari come stiamo?”.
Renzo stese una mano, l'avvicino alla bocca, e vi fece scorrere sopra un piccol soffio. «Non importa», disse Bortolo: «ne ho io: e non ci pensare, che, presto presto, cambiandosi le cose, se Dio vorrà, me li renderai e te n'avanzerà anche per te». «Ho qualcosina a casa; me li farò mandare», (ignorava che la sua casetta era stata devastata dagli sbirri). «Va bene: e intanto fa conto di me. Dio m'ha dato del bene, perché faccia del bene; se non ne fo a' parenti e agli amici, a chi ne farò?». E ancora Renzo: «L'ho detto io della Provvidenza! La c'è la Provvidenza!».

 

Manzoni e Dante

Questa affermazione, o miei amici, piena di fede, sgorgata dal cuore dell'umile montanaro, da un cuore riconoscente a Dio anche nei travagli, e indulgente con gli uomini anche nelle persecuzioni, eleva il nostro animo alla lu­ce dell'eroismo cristiano e giustifica pienamente l'espressione che il Manzoni dice di lui, quando lo qualifica come primo uomo della nostra storia: e invero Renzo qui, almeno in questo caso, e veramente, direi, il bell'ideale, e veramente l’uomo che mostra e che rivela la piena fiducia nella Divina Provvidenza.

Ma, non è Renzo l'unico personaggio del Manzoni, che vive, che si muove, che opera nello spirito e nel clima delta Divina Provvi­denza. Né è, l'episodio che abbiamo veduto, il solo episodio che canta ed esalta la fede, la fiducia in Dio e nella Divina Provvidenza.

Il Manzoni ha voluto fare ben di più. Come Dante ha cantato la fede e ci ha dato la Divina Commedia, il poema sacro, così Manzoni ha cantato la fiducia in Dio, ha cantato la Divina Provvidenza e ci ha dato, nei Promessi Sposi, il poema della Provvidenza.

Mi sembra, o cari amici milanesi, che al capolavoro manzoniano non si convenga un titolo migliore di questo: il Poema della Provvidenza. Tutto segue, direi, un soffio di vita, una luce, la luce della Divina Provvidenza.
Guardate; non mi fermerò a tutti i passi del nostro autore, dove si canta e si celebra la Divina Provvidenza. Ma ecco che là, nel castello di don Rodrigo, in quella grande sala, la sala dei quadri degli antenati potenti, mentre ancora vi risuona I’eco di quelle parole oltraggiose con cui don Rodrigo ha voluto arrestare la predizione del frate, e ancora bruciano le dita di Padre Cristoforo — di quella mano che egli trasse dagli artigli del gentiluomo —, e mentre don Rodrigo misura a passi infuriati il campo di battaglia - e guarda e vede i qua­dri dei suoi antenati, magistrati ecc.-, da un androne semi oscuro Padre Cristoforo sente un richiamo.

E' un vecchio servitore che si avvicina a Padre Cristoforo, gli dice in un orecchio una certa parola, gli promette di fargli sapere ciò che può mandare a monte tutte le mene di don Rodrigo. Padre Cristoforo lo guarda, lo conforta, lo benedice e poi scende dal castello do­ve sta annidata la malvagità, e mentre scende e vede il sole che tramonta dietro la cima del monti, fra Cristoforo pensa: «Ma guarda, in questo momento, in mezzo a tutte queste vicende, ma guarda, proprio in quella casa — il Manzoni la chiama la casaccia, la casa della quale fra Cristoforo, parlando a don Rodrigo un momento prima, aveva detto: «Sta a vedere che la giustizia di Dio avrà paura di quattro pietre e soggezione di quattro sgherri» — guarda: proprio in questo momento così difficile e proprio in quella casa, ecco che mi viene in mano un filo».

Era veramente il filo d'oro, il filo della Divina Provvidenza, quel filo che corre per tutta l'opera manzoniana e lega tutti gli avvenimenti: la Provvidenza. E Padre Cristoforo, che nel groviglio ha intravveduto il filo, se lo stringe e non lo smarrisce più e lo trasmette, quel filo, ai suoi protetti, perché si rinfranchino (Capo VI).

Lui è per tutto

Ecco i poveri fuggitivi perseguitati, Renzo, Lucia, Agnese, fuggono sul lago. La povera Lucia guarda e vede la sua casetta, vede la chiesa del suo villaggio, dove tante volte l'anima sua aveva cantato inni di lode al Signore, la chiesa dove il suo affetto puro sarebbe stato benedetto, e detto santo; poi vede il castello turrito del suo persecutore, e piega il capo sull'avambraccio e piange. Ecco che se ne vanno profughi, esuli in vie incerte, in un avvenire tutto incerto, con nello spirito la no­stalgia di coloro che lasciano quei posti così cari e diletti, mentre il pensiero e il desiderio non era andato oltre i loro monti e il loro paese.

Ecco l'addio ai monti. E come finisce l'addio ai monti, lo ricordiamo tutti: «Chi dava a voi tanta giocondità e per tutto; e non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande» (Capo IX). In questo passo quei poveri esuli piangono; ma attraverso le loro lacrime passa il raggio di fede, la luce della Divina Provvidenza. Le loro lacrime non saranno di disperazione o di odio, ma lacrime che si solleveranno al cielo e sa­ranno preziose davanti al Signore.

«Ci rivedremo presto...»

Fra Cristoforo, nella povera chiesetta di Pescarenico, dice ai suoi protetti parole di rassegnazione e di perdono, cerca di elevarli nel­la fiducia in Dio, e parla così: «Signore, noi almeno abbiamo il conforto di sentirci sulla strada dove ci avete messi Voi. Possiamo offrirvi i nostri guai che diventano un guadagno»; e poi, per aprire i cuori alla speranza: «II mio cuore mi dice: ci rivedremo presto».

Ma i presagi di fra Cristoforo non furono coronati dall'avvenimento. Renzo e coinvolto nella sommossa di Milano e fugge; Lucia è là nel monastero di Monza e il volto le vien ros­so davanti a certe domande, a certe interrogazioni, chiamiamole indiscrete, di quella pove­ra sventurata; e poi, quando arriva notizia d'un certo Renzo Tramaglino coinvolto nella sommossa di Milano, allora a mala pena può liberarsi dal fuoco di fila della fattoressa. Ed ecco che i nostri Renzo e Lucia sentiranno un beneficio alto come tutela sopra se stessi: la Divina Provvidenza.

L'opera della Divina Provvidenza si rivela sempre più efficace. Tutto sembra congiurare ai danni di Renzo, Lucia e Agnese. Renzo, passata l'Adda, è dal cugino Bortolo. Da principio pareva una sventura, ma ecco che intanto si trova in una casa quieta, ha un lavoro proficuo, rimunerativo;  e la Provvidenza lo toglie dal disagio della terribile carestia. Lucia e chiamata, col suo dolore e con le sue virtù, a essere di gran conforto a tutte le anime che soffrono e anche alle più traviate. Lu­cia e perseguitata da don Rodrigo, tradita da Gertrude: a forza e a violenza è rapita, nella strada che mena da Monza al convento: e più morta che viva in quella carrozza.

Là, nel castello dell'Innominato, fatta prigioniera dall'uomo prepotente che porta la casacca insanguinata, sembra in un primo momento un cumolo di dolore, di sventura. II bandolo, il filo conduttore della Divina Provvidenza sembra si sia spezzato, smarrito; ma ecco che, quando meno si aspetta, nel momento più decisivo, è tutto uno sfolgorio, una grazia, un bene per i nostri tre.

La supplica dell'innocente

Per Lucia quella notte passata nel castel­lo dell'Innominato è una grande prova. Le pro­ve e i dolori entrano sempre nel piano delta Divina Provvidenza. Quei dolori perfezionano Lucia, le temprano il carattere, e preparano la vittoria di Dio sul male, la vittoria della Provvidenza sulla malvagità degli uomini. Ricostruiamo mentalmente la scena nel castello dell'Innominato.

In una stanzona malamente illuminata da lucerna a olio, in balìa d'una vecchia maligna, Lucia è là sola, si sente mancare. Ricorda la fede di sua madre, ricorda le parole di fra Cristoforo e dice: «II Signore lo sa che ci sono». Si affida alla Divina Provvidenza. Le te­nebre avvolgono il Castello. Quelle tenebre sono figura delle tenebre morali che stanno per sommergere lo spirito di Lucia, delta povera Lucia. Quelle tenebre forse nell'intenzione dell'autore vogliono significare qualche cosa d'altro, le tenebre morali di quel tempo, quando la nostra Italia era serva dello straniero.

Lucia è là e si vede perduta. Forse fra poche ore sarà consegnata al suo persecutore abbominevole, don Rodrigo, e sarà vittima del giovane scostumato. Si sente perduta. E che fa la povera fanciulla? Prende la sua corona; alza le sue mani verso il cielo, si getta in ginocchio e invoca Colei che tutti gli afflitti invocano e chiamano, Maria SS., la dispensiera delle grazie, la Madre delle grazie, la Madre della Divina Provvidenza; e parla alla Madon­na come un figlio parla al cuore della madre e dice: «Vergine Santissima, mi sono votata tante volte a Voi e Voi mi avete consolata; avete sofferto Voi tanto dolore e ora siete gloriosa. O Vergine SS., avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati, salvatemi da questi pericoli, conducetemi da mia madre». La Ver­gine interviene e Lucia e salva (Capo XXI).

Dio perdona tante cose …

Dice il Manzoni che in quel castello vi era un altro che in quella notte non poteva dormire — l'Innominato, che si agitava sotto le coperte divenute pesanti e in un attimo di disperazione stava per finire una vita divenuta insopportabile —, quando gli par di udire le parole della povera Lucia che dice: «Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia», e la vede non come una schiava, come una prigioniera, ma raggiante di una luce celeste — non per nulla Don Bosco chiamava Maria SS. la Vergine Celeste —.

Mentre stava per passare un lampo sanguigno che avrebbe in qualche modo cantato il trionfo dell'iniquità sopra l'onestà e la vir­tù, palpita invece un'alba di redenzione: e l'In­nominato si converte. L'Innominato da perse­cutore diventa liberatore e strumento della Divina Provvidenza.

Renzo va a cercare Lucia al Lazzaretto. Non la trova e quasi si dispera. Alza lo spirito al Signore, invoca l'aiuto di Dio, la Divina Provvidenza. Trova Lucia, ma sente la storia del voto famoso; ed ecco, la Divina Provviden­za mette, sui passi di Renzo e Lucia, Padre Cristoforo, che appiana le difficolta. Quando la Vergine Celeste comincia a diffondere i suoi favori, allora uno spirito vivificante invaderà il cuore, invaderà uomini e cose; l'Innominato ritroverà il sonno consolatore, la povera Lucia sorriderà nella casa del sarto. Anche Don Abbondio, che non si era dato vinto, si commuove alle parole paterne del Pastore, del Vescovo, e per un momento e convinto. E il popolo, che era accorso allo scampanio all'alba della giornata, per vedere il celebre Cardinale Federico Borromeo, il popolo sente passare sopra di sé come un soffio, un alito di vita spirituale.

Là, nella canonica, il Cardinal Federico abbraccia l'Innominato, alza gli occhi al cielo e benedice Dio, Dio grande, Dio buono: l'Inno­minato cerca di svincolarsi, mentre cadono lacrime calde sulla porpora incontaminata di Fe­derico. L'Innominato dice: «Andate, buon Fe­derico, là tutto un popolo vi aspetta», e il Pastore dice: «Lasciamo le novantanove pecorelle», e stringe al petto la casacca insanguinata dell'Innominato. Forse lo Spirito Santo, che fa sentire loro una gioia alta e soave, met­te a parte quel popolo di questo convito di grazia: ed il paese, tutta la valle, chiama la conversione dell'Innominato «il miracolo».

Vincere il male col bene

Chi è? E' passata la Provvidenza Divina è là, dove vi erano tenebre e spine, e tutta una fioritura di corolle fragranti. E' la Provvidenza di Dio, e la mano di Dio, e l’orecchio di Dio, e il cuore di Dio che mena a lieto fine tutte le cose (Capo XXIII).

Non crediate che il Manzoni, o miei cari amici, vedesse tutta rosea la vita. Il Manzoni fu un cristiano vivissimo, direi perfetto; tanto è vero che si parla di un Manzoni santo, e vedremo anche questo. Il Manzoni non poteva non essere conseguente ai cristiani princìpi per cui vedeva nella vita presente una valle di lacrime; riconosceva i dolori della vita; dolori e fastidi morali molte volte ben più acerbi e profondi dei dolori del corpo.

Il Manzoni vedeva i mali, tanti mali; però egli riteneva che la mano di Dio conduce tutte le cose. Qualcuno di voi dirà: — Anche i mali? — Sì, anche i mali morali —. Anche il peccato? —. Si, anche il peccato. Non il male morale per sé, ma perché ci fa sentire che tutti siamo deboli, che dobbiamo gettare la fronte nella polvere, che siamo niente davanti al Signore, che non dobbiamo altro che invocare l'aiuto di Dio, il conforto, la luce, la grazia, la misericordia di Dio.

Darci la mano e camminare insieme

Bene l'epistola di questa domenica, nel passo della lettera che l'Apostolo scrive ai Romani, dice: «Non lasciatevi vincere dal ma­le, ma vincete il male col bene; sempre amare, capire il dolore, sempre una mano per asciugare una lacrima del tuo fratello, sempre una parola di conforto, di consolazione per quelli che piangono. Il Manzoni ci dimostra che an­che nei tre grandi flagelli: peste, carestia, guerra — e in modo speciale nella peste —, Dio sa trarre luce dalle tenebre, sa cavare motivo di conforto e di abbandono alla Provvidenza di Dio.

Rievochiamo lo squallore e il terrore del­la peste e soffermiamoci sulla figura di Padre Felice, che parla ai convalescenti che stanno per uscire dal lazzaretto: «Benedetto Iddio! Benedetto il Signore nella giustizia, benedetto Iddio nella misericordia, benedetto nella morte e nella vita, benedetto nella salvezza, benedetto il Signore che ci ha conservati; e perché ci ha conservati, se non per darci la mano e camminare insieme per una via di carità e d'amore?» (Capo XXXVI).

La peste fa giustizia: di tutti quei malvagi, non se ne salva uno, e don Abbondio dice che la peste è una gran scopa e accenna a tut­ti coloro che sono morti e a quelli che sono sopravvissuti. La macchina montata dalla malvagità, dall'iniquità, dal vizio, si fracassa e travolge nella sua rovina i suoi fautori, diretti e indiretti. Chi vive? Chi sopravvive? Renzo, Lucia, Agnese. Sopravvivono per dire un giorno, Renzo e Lucia, quello che e tutto il sugo di questo grande libro, per riconoscere e per dichiarare che molte volte le croci ce le manda Iddio, altre volte Iddio ce le permette, altre volte i guai andiamo a cercarli noi; e bene finisce il Manzoni: dopo un lungo dibattersi tra loro, conchiudono che la rassegnazione «li rende utili per una vita migliore» (Capo XXXVIII).

Regno di Dio, regno di giustizia

I Promessi Sposi non solo affermano la presenza di Dio nella società, secondo la grande espressione dell'apostolo Paolo: «In Lui viviamo, in Lui siamo»; ma i Promessi Sposi sono anche un manuale, permettetemi, un trattato pratico di ammaestramenti preziosissimi sulla fiducia che dobbiamo avere nella Provvidenza di Dio e sul dovere che abbiamo, ciascuno secondo le sue forze, di concorrere per il trionfo della fede nel mondo, per il trionfo di Dio in mezzo ai nostri fratelli.

 Il Manzoni ci porta in tanti punti a quell'alta espressione del Vangelo dove il Divin Maestro dice: «Cercate prima il regno di Dio e la sua Giustizia e poi il Signore penserà a darvi tutto quello di cui voi abbisognate». Que­sto è e deve essere lo spirito nostro di fede: il pieno abbandono al Padre Celeste, alla provvidenza del Padre Celeste; ed e anche detto: «Non siate troppo solleciti del beni di questa terra».

Dante dice che i beni della terra sono immagini false di bene, sono beni fragili e fallaci. «Non siate troppo solleciti di quello che vestirete e mangerete», disse Gesù. «Guardate gli uccelli dell'aria: essi non seminano, non mietono, ne raccolgono nei granai; eppure il vostro Padre celeste li pasce. Guardate i gigli del campo: non tessono, non filano, e sono vestiti più splendidamente che non vestisse Salomone, il grande Salomone, nei dì di festa».

La tocchiamo e non la vediamo

Anche gli arabi hanno una grande espressione: «Nella notte nera, sulla pietra nera, la formica nera, l’occhio di Dio, l'occhio della Provvidenza di Dio la vede».

La c'è la Provvidenza, la c'è la Provvidenza ! Per gli infelici, per gli ammalati, per i reietti. Leggete questo gran libro, questo libro che è la più alta apologia del cristianesimo che sia stata scritta, per il popolo specialmente, in questi ultimi tempi. La c’è la Provvidenza! E c'è la carità che è Provvidenza e la Provviden­za che è la carità.

Provvidenza che, molte volte, noi tocchia­mo, e non la vediamo o non la vogliamo vedere; Provvidenza che si e gettata sui nostri passi, che viene a noi in tutte le forme, e con tutte le delicatezze con le quali il Signore spar­ge la sua luce davanti al cammino degli uomini. La c'è la Provvidenza, e c'è anche la carità, per tutti, anche per i peccatori. Guardate Fra Cristoforo: non gli preme meno l'animo del peccatore, di don Rodrigo, di quello che gli preme l'anima della fanciulla semplice, di Lucia. Tutto nei Manzoni, o miei amici, è un canto sublime che egli innalza alla Provvidenza di Dio.

Manzoni ha fatto un gran bene all'umanità, perché l'anima dell'umanità ha bisogno di verità, ha bisogno di bontà e di fede, ma anche di alta e pura bellezza, quali si trovano nei Promessi Sposi del vostro Milanese, del nostro Alessandro Manzoni.

San Giuseppe Benedetto Cottolengo e Manzoni: arte e santità

Un gruppo di giovani fiorenti di vita, fiorenti di fede, con a capo il caro Don Coiazzi,ha prospettato un Manzoni santo. Ai posteri l'ardua sentenza. Non ai posteri, alla Chiesa Madre dei Santi, conservatrice incorruttibile del Sangue di Cristo: alla Chiesa la materna decisione. E' certo però che Manzoni, come uomo, come scrittore, come grande pensatore cristiano, ha scritto pagine cosi convinte, ci ha lasciato un patrimonio cosi grande di fede, che non si sa come non si potrebbe metterlo nella schiera di quei giusti.

L'anno stesso in cui usciva la prima edizione dei Promessi Sposi, nel 1827, il Cottolen­go cominciava in Torino la sua opera. Ricordo come ebbe inizio l'opera del Santo della Provvidenza: ricoverare una povera donna giunta a Torino e che dopo essere stata respinta dall'Ospedale maggiore e dalla Maternità, trovò unico asilo presso di lui. Il Santo, dopo aver prestato le prime cure del caso, uscì, andò in chiesa, si gettò ai piedi di Colei che tutti gli afflitti invocano e pregò così: «O Vergine San­ta, questi casi non devono capitare più: datemi di fare qualche cosa». Aprì così la Piccola Casa della Divina Provvidenza nel 1827, che ora raccoglie diecimila infelici di tutte le età e di tutte le malattie.

Mi direte: il cantore della Divina Provvi­denza e il Santo della Divina Provvidenza, Manzoni e il Cottolengo si sono conosciuti? Non risulta che si siano personalmente conosciuti; ma tra libri del Cottolengo si e trovato una delle prime edizioni dei Promessi Spo­si. Questi due, che non si sono mai visti, dovevano sentirsi uniti da quello spirito di grazia, da quei vincoli di carità che fa l’unione dei Santi. Essi dovettero sentirsi uniti a tutto ciò che e di grande, di bene, di santo: a tutto ciò che sa di pietà consacrarono la loro vita. Essi celebrarono, l'uno in un modo, l'altro nell'altro, i portenti della Divina Provvidenza. Con l'arte e con la vita. Perché? L'arte che celebra, che canta la fede, e vita, e la vita consacrata alla carità — e specialmente ai reietti, ai rottami della società, ai rifiuti, come fece San Cottolengo —, quella vita è veramente un inno grande, l'inno più sublime che spirito di uomo possa cantare.

Unico sublime canto

La mente mi va a quel canto di Dante, do­ve l'altissimo Poeta celebra San Francesco d'Assisi e San Domenico di Guzman e canta la Divina Provvidenza. La Provvidenza che governa il mondo, che si crea due prìncipi, «l'uno tutto serafico in ardore, — l'altro per sapienza in terra fue — di cherubica luce uno splendore. — Dell'un dirò, però che d'ambedue si dice — l'un pregiando...», perché le virtù, i pregi, lo spirito ed il fine erano comuni a tutti e due.

O miei amici, quanto il Manzoni ha celebrato con il suo canto altissimo, il Cottolengo ha tradotto nella pratica della vita cristiana, con un petto infuocato di carità verso tutti, ma specialmente verso i miseri e i più abbandonati. Onde io — perdonate questo io — non mi accosto mai al grande nostro Poeta, che trasse un'ispirazione cristiana così alta, senza la stessa venerazione con cui mi accosto al Santo della Divina Provvidenza.

Chi ha scritto che il Manzoni non ha fatto altro che opera letteraria... l’à capì nient! Il Manzoni ha svolto un vero e fecondissimo apostolato di fede; e se l'Italia, il nostro popolo, durante i lunghi decenni dei funesti dissidi, e rimasto cristiano, si deve anche all'opera del Manzoni.

E se le nostre scuole italiane, in altri tempi, con altri uomini, con altro governo, hanno ancora sentito un soffio di fede, un soffio di cristianesimo, quando dall'oltralpe venivano certe correnti che inaridivano le sorgenti della vita spirituale, della fede, si deve anche al Manzoni. A questo proposito ricordo quanto fu detto dal Serrati: «Bisogna levare dalle mani del­la nostra gioventù soprattutto i Promessi Sposi, affinché il socialismo si faccia strada».

Accanto al Vangelo i Promessi Sposi

Finisco. Non vi meravigliate se una piccola, sconosciuta Congregazione ha ordinato ai suoi figli, ai suoi seguaci, che non si apra nessuna Casa, nessun istituto di educazione edi carità, se in quella Casa non entra col Vangelo, con la Somma di San Tommaso, conl’Imitazione di Cristo e la Divina Commedia di Dante, il nostro, il vostro Manzoni.

Quando si leggono queste pagine, allora, o miei amici, lo spirito si rifà. Si ha bisogno di tutto, ma soprattutto di bontà e di verità. Quando leggiamo il Manzoni, sentiamo lo spi­rito rasserenato: ci conquista, ci trasforma; il Manzoni, in certe ore, quasi ci trasumana, e ci sentiamo portati a compiere in noi l'esortazione del Cardinale: avviciniamoci a Dio, apriamo a Dio i nostri cuori, «perché gli piaccia riempirli di quella carità che ripara il passato, che assicura l'avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno» (Capo XXVI).

Quella carità che ben compiuta riempie l'animo di santa letizia; che porta sopra di noi la benedizione di Dio, in tutti i luoghi, su tutti i passi della nostra vita!

 

 


[1] Il testo della conferenza “La c’è la Provvidenza!” è pubblicato in  “Messaggi di don Orione”, n. 18, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Tortona-Roma 1973, si veda anche l’articolo di Don Domenico Sparpaglione con notizie e commenti sulla conferenza “La c’è la Provvidenza!” in “Messaggi di Don Orione”, 34(2002), n.108, p.45-54.

 

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