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Messaggi Don Orione
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Nella foto: Caorle oggi

La ricostruzione morale e civile dopo la prima guerra Mondiale.

LA PARROCCHIA DI CAORLE

Cenni sulla presenza degli Orionini dal 1919 al 1924

 

Flavio Peloso


Durante gli anni seguiti alla disfatta di Caporetto (ottobre 1917) e all’invasione austro-ungarica, gli abitanti di Caorle avevano dovuto abbandonare in fretta le loro case per trovare rifugio in zone più sicure. L’esercito in ritirata aveva distrutto idrovore e pompe meccaniche (che causarono il volontario allagamento della campagna circostante), le barche da pesca, diverse abitazioni del centro cittadino, il municipio, il mercato e le scuole.

Ora, terminata la guerra, a inizio 1919, cominciavano a ritornare i profughi e trovavano il paese e le case in condizioni desolanti. Le campagne erano allagate e paludose per cui imperversava la malaria. In quel paese devastato c’era tutto da rifare materialmente e moralmente.[1]

Il patriarca di Venezia Pietro La Fontaine, nel 1919, chiese a Don Orione di prendersi carico della Parrocchia Santo Stefano di Caorle inviandovi due sacerdoti. Don Orione conosciuta la drammatica situazione mandò il suo fido collaboratore Don Carlo Sterpi a Caorle per conoscere il paese e la parrocchia rimasti abbandonati da più da un anno. Gli riferì: “Caorle è un paesetto in riva al mare; buona gente, bella Chiesa, bel campanile, ed un santuario detto della Madonna dell'Angelo, proprio sul mare, molto venerato. Chiesa e canonica sono a 50 metri dal mare sono pescatori e contadini”.[2]

Don Orione destinò a Caorle Don Silvio Ferretti il quale, accompagnato da Don Sterpi, fece l’ingresso come parroco il 20 novembre 1919. A lui si aggiunse poi Don Giuseppe Saroli. Poi, il 31 dicembre 1920, giunsero quattro Piccole Suore Missionarie della Carità: suor Maria Innocenza, suor Maria Teresa del Bambino Gesù, suor Maria Domenica e suor Maria Filippina. Aprirono l’asilo per i bambini e fecero varie attività pastorali e di aiuto alla gente molto bisognosa. Vi rimasero fino all’agosto 1923.

La popolazione della parrocchia si aggirava sulle 5000 anime – informa Don Ferretti -, comprese le borgate di Ca’ Corniani e San Gaetano. Nel centro, in riva al mare, erano pescatori nella quasi totalità; nella campagna erano agricoltori. Si cercava di andare incontro ai loro bisogni non solo spirituali, ma anche materiali, e si è così creato subito un ambiente di comprensione e di unione”.
Il Cardinale Patriarca venne a Caorle due volte. Don Sterpi venne diverse volte. In occasione di una festa arrivò Don Orione; fece diverse prediche; fu per me quella visita di indicibile conforto e di tanta edificazione e salutare impressione per i parrocchiani”.[3]

Il parroco Don Silvio Ferretti si dedicò totalmente al bene della gente. Nelle sue Memorie ricorda che “Non mi sono mai allontanato dalla parrocchia, se non qualche rara volta per ragioni di ufficio o per andare agli esercizi spirituali”. La generosità del parroco – che dava via tutto vivendo lui in estrema povertà anche delle cose più essenziali – e il suo grande spirito di pietà conquistarono quella povera gente.

Giunse a trasformare l’orticello della casa canonica in campo da gioco per i ragazzi. Visitava le famiglie e si rendeva conto di tanti bisogni; si privava dei propri vestiti e persino del proprio materasso per darlo a un malato. La mamma del parroco, quando andava a trovarlo, doveva portargli valigie piene di indumenti e biancheria, che non bastavano mai a quel figlio che donava tutto ai poveri”.[4] I parrocchiani notarono che dal camino della canonica non usciva mai fumo, né per cucina, né per riscaldamento.

Non meno impressionò la sua grande pietà. Lo vedevano in ginocchio al mattino presto, dalle 4.30 alle 6.00, in preghiera e meditazione. Ma che cosa faceva, che cosa diceva Don Ferretti così lungamente silenzioso in preghiera? E lui spiegò: “In realtà, ciò che importa nella preghiera non è tanto quello che vi si fa, ma il modo come se ne esce”.

Il suo nome rimase in benedizione anche per avere fatto rifare, prontamente, la nuova statua della Madonna dell’Angelo, dopo il furto dei gioielli e l’incendio dell’originale. La nuova statua fu portata con una nave, accompagnata da una numerosa rappresentanza di confratelli e alunni dei nostri Istituti di Venezia con la banda. Era il 22 luglio 1923. Tutto il paese, in festa, mosse incontro alla tanto attesa statua, parte in barca e parte schierata lungo la riva del mare. Sua eminenza il Cardinale benedisse la statua e rivolse la sua semplice e penetrante parola ai fedeli, suscitando in tutti la più profonda commozione.

Le condizioni di vita erano molto difficili a motivo della malaria molto diffusa.

La zona era malarica, specie nella campagna, e quindi vi erano molti presi dalla malaria. Meno malarica era invece la zona sul mare, dove si trova il paese, e perciò, siccome la casa canonica è quasi sul mare, grazie a Dio, io potrei restarne immune fino al giugno 1924, quando dovetti lasciare la parrocchia perché colpito anch'io dalla malaria” (Don Ferretti).

Di malaria si ammalarono sia Don Saroli sia Don Ferretti. Il 17 agosto 1923 morì, a 21 anni, una delle suore: “È morta a Caorle la vostra Consorella che prese l’abito alla Madonna della Guardia l’anno scorso”.[5] Si trattava di suor Maria del Bambino Gesù , al secolo Ceschin Maria, originaria di Caorle.

Fu così che i sacerdoti, uno dopo l’altro, dovettero lasciare Caorle per curarsi. Don Orione, il 24 settembre 1924, da Tortona comunica: “Qui stiamo bene, eccetto don Ferretti che fu malato grave, ed è in convalescenza. Non potrà più andare a Caorle dove c’è la malaria, che ha rovinato anche don Saroli, il quale era là come vice-parroco. Ora però don Saroli s’è rimesso. Per qualche tempo”.[6]

Passata la prima emergenza, di fronte alla malattia dei due sacerdoti, il Patriarca provvide poi a nominare un altro parroco diocesano a Caorle.

I parrocchiani – ricorda Don Silvio Ferretti - hanno sempre ricordato con devozione riconoscenza i Figli di Don Orione e provarono vero dispiacere quando appresero che non sarei più ritornato fra loro perché ammalato”.[7]

Da ricordare che poi, da Caorle, seguirono Don Orione Suor Agostina Gusso[8] e fratel Alfredo Sarto.


Vedi  1917: CAORLE E FATIMA


[1] Notizie in Luigi Piccardo, Il Servo di Dio sacerdote Don Carlo Sterpi, Roma 1974; p.43-49. Mario Cattapan, Caorle. Guida storico-artistica, Venezia, 1979.

[2] Il Servo di Dio Don Carlo Sterpi, “fedelissimo di Don Orione”, Roma, 1961, p.418.

[3] Testimonianza scritta di Don Silvio Ferretti del 20 settembre 1965; ADO; vedi anche Piccardo p.44-45. Don Orione scrive, il 12 aprile 1921: "Ieri sono tornato da Caorle dopo una lunga giornata di viaggio"; Scritti 36, 122.

[4] Ricordi di Don Alfredo Sarto, ADO.

[5] Lettera di Don Orione del 17 agosto 1923; Scritti 55, 41. Cfr Diario di Caorle, ADO.

[6] Scritti 29, 210; “Noi qui abbiamo malato Don Ferretti Silvio, di gastro-enterite, con già 3 ricadute; ora, grazie a Dio, è fuori pericolo; ma la malaria di Caorle gli fece gonfiare milza e fegato tanto che non si potrà più rimandarglielo”, 1, 70; cfr. anche 69, 82-86.

[7] Don Silvio Ferretti, nativo di Rivalta Scrivia (Genova), è morto a Genova, 17 giugno 1968, all’età di 88 anni.

[8] Morì a Tortona, il 10 agosto 2002, all’età di 99 anni. È sepolto nella cripta del Santuario della Madonna della Guardia a Tortona.

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