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1943: EBREI NASCOSTI A VILLA EREMO DI VARALLO SESIA
Quanto segue è, in buona parte, frutto di un colloquio che ho personalmente avuto con il Prof. Avv. Barbano Enzo, giornalista, storico e scrittore, cittadino di Varallo che è stato uno dei testimoni di quanto descritto.
La Valsesia è una piccola valle appartata, ma che durante la Seconda Guerra Mondiale pagò un duro prezzo per la sua adesione alla Resistenza; questo almeno le giovò il conferimento della medaglia d’oro al valor militare. Non c’erano ebrei stabili in Valsesia, ma attraverso le montagne molti ebrei conquistarono la salvezza; la casa orionina “Villa Eremo” di Arboerio, conosciuta anche semplicemente come Eremo, ospitò ebrei braccati, sottraendoli alla deportazione.
Nella notte dell’11 settembre del 1943 arrivarono sul lago Maggiore le prime compagnie della divisione corazzata denominata “Leibstandarte - SS Adolf Hitler” (Guardia del corpo di Adolf Hitler). In quei mesi i paesi del lago Maggiore erano affollati di milanesi che cercavano riparo dai bombardamenti, ma anche da molti ebrei, provenienti da diverse parti d’Europa, che tentavano di sottrarsi alle deportazioni di massa nei campi di sterminio.
Fu qui, tra il 15 settembre e l’11 ottobre del 1943, che si compì la strage. Sulla sponda occidentale del lago Maggiore, tra Arona, Meina, Baveno, Stresa, Intra, Mergozzo, Orta e Pian di Nava. Almeno 54 le vittime. Ebrei non solo italiani, ma anche ungheresi, polacchi, greci e bulgari, che cercavano una via per salvarsi, per raggiungere la Svizzera, in quei giorni spesso con le frontiere sbarrate.
Dopo la strage di questi ebrei un cameriere dell’Hotel Meina sentì dai discorsi di due soldati della Leibstandarte che la prossima missione sarebbe stata a Varallo dove, nell’Albergo Italia, erano rifugiati parecchi ebrei; fu subito avvisato il Parroco di Meina che, con un veloce passaparola, fece arrivare la notizia al Parroco di Varallo e quindi al personale dell’Albergo Italia.
Gli ebrei e gli altri perseguitati fuggirono e parecchi si diressero verso Arboerio (per via del suo “isolamento”) e proprio a “Villa Eremo” molti trovarono rifugio e riuscirono a salvarsi; tra questi appunto molti Ebrei, il vice Parroco di Varallo Gianni Nascimbene, alcuni elementi giovanili cattolici, renitenti alla leva, l’ex Cancelliere del Tribunale di Vercelli Luigi De Martino, l’allora ragazzino ed ex Capo della Comunità Ebraica di Vercelli Dario Colombo, diversi combattenti ed un partigiano ferito che in villa fu operato con amputazione di un braccio.
Come diceva il Prof. Barbano, al cameriere di Meina avrebbero dovuto fare un monumento.
Concludo con le parole di Barbano: “Mi raccomando sig. Ratti, scriva queste cose perché la strage di Meina è un fatto dimenticato e la fuga di Varallo è una storia che conoscono in pochi e andrà perduta”.
Ecco, ora l’ho scritto.
Guido Ratti

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