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Messaggi don Orione
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Autore: Flavio Peloso
Pubblicato in: Don Orione oggi, maggio 2018, p.3-4.

E' la virtù del buon umore, è la serenità sorridente di chi sa volgere al bene le cose della vita.

EUTRAPELÌA, il riposo dell’anima e il piacere del cuore.

 

Don Flavio Peloso

 

Eutrapelìa? Che significa? Che parola è?

Indica una virtù. È la virtù del comportarsi piacevolmente, del divertirsi bene e del relazionarsi con gli altri in maniera piacevole e sorridente. Deriva dal greco εὐτραπελία (eutrapelìa), ed è composta da εὐ (bene) + τρέπω (volgere). È la virtù di chi sa volgere al bene le cose della vita, di chi si comporta piacevolmente.

Di questa virtù umana si occuparono grandi filosofi, come Aristotele e San Tommaso. Don Orione la presentava come “la serena e santa ilarità e piacevolezza” (Scritti 57, 77).

Elogio del divertimento

È stato proprio il nostro Don Orione a darmi l’idea per questo editoriale. Infatti, mi sono imbattuto nella bozza di un suo articolo dal titolo “Divertirsi sì. Peccare no”. Ne riporto passaggi significativi.

“La Chiesa non ha mai condannato il divertimento in sé; lo ha solo arginato, perché fosse onesto, moderato e non degenerasse nella immoralità. Il sollievo è pur necessario.

Un’ora di buona compagnia, un banchetto allegro, un bicchierotto di vino e una partita fra amici, fanno dimenticare, fanno star bene. Chi dicesse che la gioia è male, chi predicasse solo lavoro, serietà, preghiera, non comprenderebbe che l’arco troppo teso si rompe; e nemmeno comprenderebbe lo spirito vero della Religione cristiana.

Basta ricordare alcuni dei grandi modelli del Vangelo: Don Bosco, ad esempio, era sempre allegro. I Santi della gioventù hanno creata e diffusa un’atmosfera sana d’allegria intorno a sé. S. Francesco di Sales, studente, era l’anima della ricreazione fra i condiscepoli; una volta, per divertire i suoi fratelli, fece anche da attore. E chi non sa quale e quanta giocondità e festevolezza adornasse l’animo di S. Filippo Neri?

Ma il divertimento deve essere onesto e moderato. È un vino che esilara, ma preso in troppa quantità, ubriaca, abbruttisce, degrada, rovina” (Scritti 104, 239-240).

    L’arte del buon umore

Questa antica parola, eutrapelìa, potremmo tradurla con “gaiezza, scherzosità, ilarità, buon umore, humour”. È una virtù importante. È un’arte e, come ogni arte, “l'abito di vertude, sì morale come intellettuale, non si acquista sùbitamente ma per usanza” (Dante, Convivio I XI 7), cioè per atti ripetuti, per consuetudine.

Potremmo definirla l’arte del sorridere e del far ridere senza deridere.

Quante volte nelle trascrizioni dei discorsi di Don Orione, a tavola o di “buona notte”, si trova annotato tra parentesi “si ride”, “ilarità”. Un testimone riferisce che “era abitualmente sereno e ilare, nascondeva le molte sue preoccupazioni, i disappunti e i dolori, premuroso di non far pesare sugli altri i suoi crucci. Voleva che in casa ci fosse atmosfera e spirito di letizia e avvicinava chi mostrasse volto od atteggiamenti tristi”.

    Cesare Pisano (Frate Ave Maria), giovane cieco, era da poco al Paterno. È ricordata la scena di Don Orione che, dietro le spalle, gli chiude gli occhi e, cambiando voce, gli chiede: "Chi è?". E l'altro: "E come faccio, se mi chiudi gli occhi!". Santa ilarità!

    Anche Don Giuseppe Curetti, direttore del Paterno, era cieco. Don Orione lo toccava sulla spalla e si ritraeva in silenzio... Don Curetti lo cercava a tentoni qua e la... Don Orione si scansava, giocava... poi si faceva trovare, in un abbraccio, con grande soddisfazione di Don Curetti per quel gioco sempre nuovo.

    Fantin, invece, era un fratello coadiutore, autista di Don Orione, sempre in talare, già avanti negli anni ma con segreta speranza di diventare prete. I chierici ci scherzavano, e anche Don Orione: "È vero che al mattino studi latino, a mezzogiorno filosofia e alla sera teologia? Ah! Fantin, come sono maligni questi giovani!". Però, un giorno, andati presso una famiglia genovese per celebrare Messa, quando chiesero anche a Fantin se dovesse celebrare Messa... intervenne pronto Don Orione: "No, no! Lui, per la Messa è già a posto". E lo tolse dall'imbarazzo.

La via del sorriso

L’eutrapelìa, la giocosità, fiorisce da un cuore umile che, riconoscendo le insufficienze umane, le accarezza e le volge al meglio. La derisione e la beffa, invece, provengono dall’autosufficienza, dalla presunzione di sé e dal disprezzo per gli altri. Deridere è un peccato molto grave. Mentre la derisione provoca al riso per mancanza di stima e per disprezzo del prossimo, la battuta allegra e l’atto scherzoso provocano al riso per la “trovata”, per gli accostamenti imprevedibili, per la confidenza e la schiettezza amichevole. 

Ricordo tre scrittori dei quali ho letto quasi tutto quando ero al liceo e che sono maestri di eutrapelìa, ricchi di buon umore: Giovannino Guareschi, il creatore di don Camillo e Peppone, Gilbert Chesterton con il suo padre Brown, e Bruce Marshall. Ne consiglio la lettura.

L’eutrapelia è una virtù da recuperare perché c’è bisogno di un sorriso buono in un tempo come il nostro che oscilla tra seriosità introversa e satira cattiva, tra sghignazzo sboccato e pessimismo tossico. La via di questa virtù ha al lato destro il sorriso, a quello sinistro la misura e, davanti, il bene. È una via che passa con serenità per ogni situazione che incontra, perché la comprensione degli altri e lo sguardo magnanimo sanno relativizzare e dribblare le buche e i macigni dell’insufficienza umana.

Anche in punto di morte

Aggiungo ancora due osservazioni su questa virtù.

L’eutrapelìa è una virtù imparentata con la modestia: ci aiuta a non darci troppa importanza e a non montare in superbia. Chesterton diceva che il motivo per cui gli angeli volano è che si prendono alla leggera.

L’eutrapelìa è strettamente legata alla maturità e alla santità. Dante osserva: "felicitade è operazione secondo virtude in vita perfetta, in quanto fine de la vertù sia la nostra vita essere contenta” (Dante, Convivio I VIII 12). Per questo “la vertù dee essere lieta, e non trista in alcuna sua operazione, e questo è il requisito di perfetta vertù” (Idem 7). È un italiano antico, ma si capisce. È in sintonia con l’affermazione “santo triste è tristo santo”, cara al nostro Don Orione e prima ancora a Don Bosco e a san Francesco di Sales. Si potrebbe anche dire che “in risu veritas”: la verità della bontà e della santità risplende nel riso allegro, nel buon umore. Mentre la tristezza è l’ombra del diavolo.

E finisco con il venerabile Frate Ave Maria. Morì al mattino del 21 gennaio 1964, all’ospedale di Voghera. Già dal mattino del 20 gennaio la sua situazione era grave. Cristina Balduzzi, una devota amica dell’Eremo, gli era accanto e vegliava aspettandosi sempre qualcosa di straordinario da quell’uomo. Lo nota bisbigliare da solo.

  • Con chi parla?
  • Parlo con la Madonna”, rispose con un fil di voce.
  • E cosa le dice?
  • “Dice che è là che mi aspetta con un bastone!”.

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