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Messaggi don Orione
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Autore: Alessandro Belano
Pubblicato in: Tratto da: Amici e Vicini. Storie di Santi a portata di mano. L.E.V., 2018, 17-22.

Una delle vesti e dei titoli preferiti da Don Orione: Il facchino della Divina Provvidenza.

        IL FACCHINO DELLA PROVVIDENZA

SAN LUIGI ORIONE

Alessandro Belano

 

            Ecco soltanto un tassello del variegato e straordinario mosaico di santità.

            Anno 1882: il giovane Luigi Orione compie dieci anni. Si trova con il padre sulle strade del Monferrato. Durante i mesi estivi è solito aiutarlo come garzone nell'opera di selciatore.

            Il lavoro è duro: ore e ore con le ginocchia affondate nella sabbia umida, le mani screpolate, la schiena curva, mentre l'incessante martellare sull'acciottolato cadenza il ritmo della giornata. Sarà impegnato in questa attività per tre anni, dal 1882 al 1885.

            Il suo successivo apostolato, l'impressionante resistenza e attività, traggono si­gnificato quanto mai vero se visti su questo sfondo giovanile, quello della fatica, del sole cocente e del freddo, del sacrificio e delle privazioni, gomito a gomito con i figli del popolo.

            Riferisce uno dei testimoni, suo coetaneo: «In quella vita, proprio di strada, il giovinetto si nutriva più di stenti che di pane e si abituava alla fatica non meno che alla privazione» (Alberto Vaccari).

            Forse è proprio per questa esperienza così dura, capace di formarlo nei muscoli e nello spirito, che egli è solito impiegare un'immagine particolare e definirsi "facchino della Provvidenza", "facchino della carità", volendo con ciò esprimere la volontà di darsi tutto a tutti, con una carità onnicomprensiva. La parola facchino è da lui usata in mille occasioni e ritorna come uno dei tan­ti e significativi leitmotiv che imperlano le numerose lettere: «Tutto diventa amore di Dio e del prossimo se si fa con vero spirito del Signore. Io, col divino aiuto, nulla dì più sospiro che di essere un facchino di Dio e del prossimo».

            La forza (e la concretezza) di questa metafora ritorna nuovamente nella vita di don Luigi Orione, questa volta come messaggio rivolto a tutti i suoi figli spirituali: «Lavoriamo per la nostra perfezione e lavoriamo, fatichiamo, da facchini di Dio, sino alla consumazione di noi, come apostoli e da apostoli!».

            Nei primi anni della fondazione dell'O­pera, don Orione fissa alcune condizioni o qualità che egli ritiene indispensabili per chi desidera far parte del «corpo degli arditi della Chiesa». Ecco la prima: «Essere e fare i facchini di Dio e della Chiesa, sempre pronti a ogni ora».

            Ripete spesso che nella Congregazione non c'è posto per i "frati mosca", cioè per i poltroni e gli sfaccendati.

            La sua indole è eminentemente dinamica; dimostra una tenacia al lavoro e una incuraza alla fatica che sbalordiscono. Nemico di ogni fannullismo e perditempo, un giorno ordina di bruciare pubblicamente un sofà su cui ha trovato alcuni suoi chierici intenti a fare la siesta.

            Ecco un esempio diretto di questa sua prodigiosa attività, come riferisce lo stesso protagonista in una lettera del 21 gennaio 1925 indirizzata a un suo stretto collabortore: «Lunedì passato ero a Venezia, martedì ero a Tortona, mercoledì ero di nuovo a Venezia, giovedì ero a Trento, venerdì a Venezia, sabato ero a Genova, domenica ero a Tortona: eccoti una delle mie settimane. Che volete mai che faccia di più?».

            Riferisce un testimone in occasione del processo di canonizzazione: «Don Orione non ha mai fatto villeggiatura, né mai si co­cesse un periodo di riposo, ma ha lavorato tanto sino a cadere "alla sera stanco nelle braccia di Gesù e fino a morire d'in piedi" come soleva dire. Non si dava un momento di sosta e, quello che più sorprendeva, abbi­nava a questo lavoro sfibrante una continua unione con Dio. Raccomandava sempre a noi il lavoro e ci diceva: Siamo i facchini di Dio, ci riposeremo in Paradiso» (Suor Maria Rosaria).

            All'inizio della costruzione del grande Santuario della Madonna della Guardia, a Tortona, egli chiede la collaborazione attiva dei suoi chierici e li prepara con queste parole: «È cominciata la predica e sarà una predica lunga, che durerà qualche anno: speriamo di far presto, ma certo ci vorrà del tempo... E la gente vi vedrà lavorare per la Madonna e si edificherà, prenderà il buon esempio. Vedrà che siete capaci di adoper­re la penna, ma anche la zappa e il piccone, vedranno che non siete capaci solo di dire dei Pater Noster, ma anche di sfacchinare, di incallire le mani, di sacrificarvi per quella religione che vi preparate a predicar loro».

            Terminata la grandiosa opera, il giorno della inaugurazione del nuovo Santuario egli vuole che i suoi chierici sfilino in processione in un modo davvero originale per manifestare il loro ringraziamento e devozione alla Madonna.

Si vedono così decine e decine di giovani che, accanto alle bianche cotte dei sacerdoti e dei canonici, portano a mano o sulle spalle carriole, badili, secchi, pale, scalpelli... Don Orione canta l'amore alla Vergine con quegli arnesi che sono serviti ai suoi figli per costruire il monumento della riconoscenza alla Madre di Dio.

            Sarebbe però un errore considerare don Orione come un instancabile ed eterno pendolo, un attivista estremo, preso e quasi divorato dalla frenesia del correre.

           

            Limitarsi a guardare (e valutare) don Luigi Orione unicamente attraverso il metro del fare, significa travisare la sua vena contemplativa e la sua azione caritativa.

            La forza d'animo di don Orione, la sua preghiera, la sua fede e santità, le notti insonni passate in adora­zione, i cilici e le penitenze, rappresentano la sicura garanzia per la buona riuscita delle sue opere.

            Come tutti i santi attivi, egli conosce bene questo segreto e lo ha sintetizzato in una delle tante e splendide sue espressioni, dal sapore di un testamento spirituale: «fede di amore, carità di fede».

            Per questo può dire: «Se vogliamo oggi lavorare utilmente al ritorno del secolo verso la luce e la civiltà, al rinnovamento della vita pubblica e privata, è necessario che la fede risusciti in noi e che escano dal cu­re della Chiesa nuovi e umili discepoli del Cristo, anime vibranti di fede, i facchini di Dio, i seminatori della fede! E deve essere una fede applicata alla vita. Ci vuole spirito di fede, ardore di fede, slancio di fede, fede di amore, carità di fede!».

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