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Messaggi don Orione
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Un articolo biografico sul Santo di Padova ricostruito con testi di Don Orione.

SAN LUIGI ORIONE E SANT’ANTONIO DI PADOVA:

DEVOZIONE E SINTONIA

 

Don Flavio Peloso

Don Orione fu grande devoto di Sant’Antonio di Padova (Fernando Martins de Bulhões, nato a Lisbona il 15 agosto 1195) del quale conosceva bene la biografia.[1] Faceva risalire la sua speciale venerazione verso questo Santo al primo impulso della sua vocazione, quando, a 13 anni, entrò nel convento dei frati minori di Voghera (PV), lasciato, dopo solo un anno, per gracilità di salute. “Mi sono ammalato di polmonite che mi lasciò la palpitazione di cuore e si diceva che sarei morto presto. Ho pianto tanto, nel dovere lasciare il convento!”.[2] “Tanto sospirai di vestire il saio francescano e di servire nell’umiltà dello spirito e nell’umiltà e povertà della vita, Colui «la cui vita – dice l’altissimo poeta -  meglio in gloria del ciel si canterebbe»”.[3]

Quella breve esperienza francescana contribuì ad imprimere in Don Orione adolescente alcuni tratti spirituali che risulteranno tipici della sua personalità come la fiducia nella Divina Provvidenza; l’esperienza della paternità di Dio sulle creature e sulla loro storia; l’atteggiamento di «minoritas», di povertà, semplicità e umiltà; l’austerità e la fortezza di vita.

Durante la sua vita, Don Orione edificò ben tre santuari dedicati a Sant’Antonio di Padova: a Cuneo, ove c’era una Colonia agricola Sant’Antonio; ad Ameno (NO), il santuario fungeva da chiesa per l’Ospizio Sant’Antonio per anziani,[4] e a Reggio Calabria con l’annessa opera di carità per orfani denominata Opera Antoniana delle Calabrie.[5] Inoltre, pubblicò due riviste indirizzate alla devozione a Sant’Antonio, una a Cuneo e una a Reggio Calabria, nelle quali ebbe modo di scrivere del Santo mostrando un’ottima conoscenza storica unita a devozione sincera.

 

Da Fernando ad Antonio

Don Orione parlò così tanto di sant'Antonio, nei suoi scritti e nei suoi discorsi, che è possibile quasi ricostruire una sua piccola biografia.

Riferendo della sua nascita, il 15 agosto 1195, amava sottolineare che “il dì in cui il Santo è nato è sacro a Maria Assunta in cielo, lieto presagio della sua devozione verso di lei. Fu rigenerato nelle acque battesimali alla cattedrale di Lisbona, dedicata a Maria Assunta; come se all’ombra della Madonna avesse voluto il Signore mandare l’anima di quel bambino, e irrorarla dei carismi della grazia”.[6]

Nel presentare Sant’Antonio, Don Orione metteva in evidenza la sua scelta di povertà e di ardore missionario che lo portò a lasciare i Canonici regolari della Santa Croce, a Coimbra, tra i quali era entrato all’età di 15 anni nel 1210, “in un convento che viveva di rendita, non viveva di Provvidenza”,[7] per unirsi ai francescani, “spinto certo dal desiderio di una vita più povera e da una grande sete di umiltà e di penitenza”.[8]

La sua radicale decisione fu particolarmente ispirata dal sacrificio dei primi cinque frati francescani partiti per il Marocco, nel 1219, con l'intento di convertire i musulmani. Giunti in Africa, i cinque furono quasi subito uccisi per decapitazione e i loro corpi furono riportati a Coimbra, ove Antonio viveva. “Nel vedere e sentire narrare la fede dei Francescani che erano stati condotti al martirio, nel Marocco – i primi martiri francescani – volle ed ottenne di vestire l’abito serafico[9] ed egli stesso “si sentì trasportato a partire per le missioni”.[10]

Per esprimere il netto cambiamento di vita, decise di mutare il suo nome di battesimo: da Fernando ad Antonio. “Fatti i voti solenni chiese subito e ottenne, nell'autunno del 1220, di portare la sua opera in Africa”.[11] Una malattia tropicale lo costrinse però a tornare a Coimbra. La nave che portava Antonio e un suo compagno in Spagna si imbatté in una tempesta e fu spinta sulle coste della Sicilia orientale, a Capo Milazzo. Soccorsi dai pescatori, i due vennero accolti nel vicino convento francescano di Messina.[12] A Messina “S. Antonio predicò e lasciò esempi mirabili di mortificazione, di umiltà, di santità. A Messina esiste tuttora il pozzo di S. Antonio: parte del Convento abitato da Lui: il sasso, che gli serviva di cuscino”.[13]

 

Dal nascondimento alla predicazione

Proprio in quel tempo, Francesco di Assisi aveva radunato tutti i suoi frati per il Capitolo Generale, e Antonio poté parteciparvi nella primavera del 1221, con i frati di Messina. Qui, al “Capitolo delle stuoie” presso la Porziuncola, vide e ascoltò di persona san Francesco d'Assisi. “Finito il Capitolo, ogni Padre Provinciale si prese i suoi frati e prese la via del ritorno. Solo ad Antonio nessuno badò. Egli non apparteneva a nessuna provincia. Fu quindi lasciato negletto; tutti partivano. Quando il Provinciale della Romagna, veduto tutto solo il poveretto, che pieno di umiltà si teneva ultimo, se lo prese con sé. Era profondamente umile, eppure era dottissimo”.[14]

Antonio fu inviato a Montepaolo, nei pressi di Forlì, dedicandosi ad una vita semplice, ai lavori umili, alla preghiera e alla penitenza. “Nella solitudine di Montepaolo si raccoglie in meditazione e preghiera; ma dopo, come Mosé, discenderà dal monte con lo splendore di Dio nell’anima e nella parola, sicuro ed armato, alla missione alta di fede e di pace che gli ha dato il Signore”.[15] Don Orione era molto sensibile ai santi che univano contemplazione e missione, fede e impegno civile. “Chi più di lui cercò e visse la vita e la povertà stessa del popolo? Chi di lui più benemerito della pace tra le città d’Italia, della proprietà e cristiana ascensione delle classi più umili. Tempi di divisioni e di odî, tempi di errori religiosi, di contrasti civili, di guerre fratricide, incessanti, sanguinose, furono quelli che videro Sant’Antonio di Padova”.[16]

Antonio era dotato di grande umiltà, si fece presto stimare anche per la grande sapienza e cultura, per le sue valenti doti di predicatore, mostrate per la prima volta proprio a Forlì. Avvenne, il 24 settembre 1222, che Antonio si era recato con altri confratelli a Forlì per un'ordinazione sacerdotale. Nella Cattedrale piena di gente e di religiosi di diversi ordini, venne a mancare il predicatore; tutti rifiutavano quella improvvisata supplenza. Il provinciale Fra Graziano chiese ad Antonio di farsi avanti. Il giovane portoghese non aveva mai parlato in pubblico e tanto meno in un'occasione tanto importante. Obbedì. La sua predica fu breve, con voce profonda, con parole maestose e infuocate. “Risplendette in tutto il suo fulgore quella lampada di virtù e di eloquenza che usciva di sotto il moggio”.[17]

Da quel momento, Antonio iniziò l’apostolato della predicazione. I superiori lo chiamarono ad Assisi per la predicazione. Antonio cominciò così a viaggiare e a predicare. “Seppe con illuminata eloquenza, con la santità e l’olocausto stesso di tutta la sua giovane vita, imporsi ai potenti e a turbe immense di popolo, e tutti trascinare dietro di sé, e tutti portare tra le braccia aperte di Cristo. L’Italia della età sua e gli oppressi e gli afflitti d’ogni fatta ebbero in lui un araldo insuperabile di pace e di conforto, un insigne maestro e propugnatore di vita”.[18]

 

Teologo e padre provinciale

Fu anche incaricato dell'insegnamento della teologia. Egli era convinto e convinse che la predicazione aveva bisogno di solide basi dottrinali e, per questo, ottenne la fondazione del primo studentato teologico francescano a Bologna, nel 1223. Francesco stesso, che pure aveva sperato che la preghiera e la dedizione potessero bastare, si trovò ad approvare l'iniziativa di Antonio. «Si conserva ancora il biglietto che san Francesco scrisse a lui in quel tempo”.[19] A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga lo spirito di santa orazione e devozione, com'è prescritto nella regola».[20]

Verso la fine del 1224, quando papa Onorio III chiese a Francesco di Assisi di inviare qualcuno dei suoi come missionario nella Francia meridionale per convertire i Catari e gli Albigesi, questi scelse Antonio ricco di dottrina e di santità. L’intensa ed efficace attività di predicatore in Francia valse ad Antonio il famoso appellativo di "martello delle eresie”.[21]

Antonio fu ad Assisi il 30 maggio 1227, per il Capitolo Generale, nel quale si doveva eleggere il successore di Francesco. In quell’occasione, egli fu nominato ministro provinciale per l'Italia settentrionale; aveva 32 anni. L’incarico comportò per Antonio una vita intensa di relazioni con visita ai numerosi conventi dell'Italia settentrionale; Milano, Venezia, Vicenza, Verona, Ferrara; ma anche Trento, Brescia, Cremona e Varese. Fra tutte queste città Antonio scelse però il convento di Padova come sua residenza fissa, quando non era in viaggio, e a questa città restò legato il suo nome.

Sono questi quattro ultimi anni della sua vita che lo fecero conoscere nella sua azione e nella sua eredità spirituale. Compose in questo periodo i Sermones, due cicli di commenti dei testi della Scrittura presentati dalla Liturgia e destinati ai predicatori ed insegnanti degli studi teologici. Sono testi desunti dalla sua predicazione viva e dagli studi; in essi Antonio propone un vero e proprio itinerario di vita cristiana.[22]

 

Paladino del bene spirituale e civile

Nel 1230, Antonio accusò diversi disturbi ai polmoni e al cuore: chiese ed ottenne d'essere sollevato dall'incarico di ministro provinciale. Per lui fu un ritorno alle origini, cioè alla predicazione, con un linguaggio semplice e diretto. Fu tanta la notorietà e la fama di santità che gli fu assegnato un gruppo di guardie del corpo per tenere alquanto distante la folla che si accalcava al suo passaggio.

Don Orione apprezzò ed additò ad esempio il fatto che Antonio di Padova si interessò anche della vita civile, ai problemi sociali che affliggevano soprattutto la gente povera, primo fra tutti quello dei debiti e dell’usura.

In quel tempo, spadroneggiava e opprimeva, tra Verona e Vicenza, Ezzelino III da Romano, podestà di Verona: “In pochi giorni aveva fatto uccidere, si dice, più di 12.000 cittadini, perché erano guelfi e ne aveva ancora molti prigionieri”.[23] Ebbene, Antonio, verso la fine del maggio 1231, partì alla volta di Verona e si presentò ad Ezzelino per chiedere giustizia e grazia verso i perseguitati.

Don Orione raccontò l’episodio. Antonio lo trovò seduto sopra di un seggio, circondato dai suoi sbirri, e gli rimproverò le sue crudeltà. Tutti si aspettavano che Ezzellino desse ordine di fare di Antonio ogni peggior governo.[24]  Invece, videro Ezzelino atterrito ed umiliato ai piedi di Sant’Antonio come è dipinto nella Basilica di Padova, e, mettendosi al collo la sua cintura, disse: «Va, o uomo di Dio: Padova sarà salva per ora dalle mie armi e Tiso restituito alla libertà» Ai cortigiani che, dopo, lo interrogarono come mai tanto e sì pacatamente avesse sofferto il dire di quel frate, Ezzelino rispose: «Che volete vi dica? Mentre il Frate parlava vedevo dal suo volto uscire tanta luce, che mi empiva di terrore e di venerazione»”.[25]

 

Rapido tramonto

Già malato e sofferente, nel giugno 1231, “Antonio si ritirò a far penitenza a Camposampiero, perché capì che la sua vita era presso a finire; si ritirò a Camposampiero nella solitudine dove si era fatta una cella, sopra di una pianta e dove si nascondeva solo per soddisfare la sete di pace e di solitudine”.[26]

Quando il venerdì 13 giugno 1231 si sentì mancare, chiese di essere riportato a Padova dove desiderava morire. Fu trasportato verso Padova su un carro agricolo trainato da buoi. Ancora oggi, quei venti chilometri di strada romana sono chiamati la "strada del Santo". Antonio poté giungere fino al convento delle Clarisse dell'Arcella, sfinito, al sicuro dalle sante intemperanze della folla.

Volle essere deposto sulla predella dell’altare” e ricevette l'unzione degli infermi. “Era la sera del 13 giugno 1231. Sant’Antonio, giovane d’anni, è affranto da apostoliche fatiche. Vicino a morire, il suo volto angelico s’illumina d’un raggio di cielo: le labbra affievolite s’infiorano d’un sorriso soave, e un inno tenue si espande: O gloriosa Domina! Era l’inno che apprese dalle labbra di sua madre”.[27]  Spirò sussurrando: “Vedo il mio Signore”. Aveva 36 anni.

 

Il Santo dei miracoli

“Appena morto, attorno al corpo di Sant’Antonio, trasfigurato e bello di celeste bellezza, subito si moltiplicarono i miracoli”.[28] “I prodigi che seguirono la sua morte furono sì grandi che il Papa Gregorio IX sentì di doverlo santificare subito l’anno dopo”.[29] 

Pio XII, nel 1946, lo proclamò Dottore della Chiesa con il titolo di Doctor Evangelicus. Il suo culto è fra i più diffusi del cattolicesimo, “Sant’Antonio di Padova, il quale di tutti i frati di San Francesco, che pur sono i frati popolari per eccellenza, è il frate più popolare”.[30]

Don Orione definisce sant’Antonio di Padova come “gran taumaturgo[31] e vede nella sua immagine tipica, con Gesù bambino in braccio, tanto venerata dal popolo, l’icona della sua prerogativa di “santo dei miracoli”:[32]Guardate, come il bambinello Gesù riposa nelle braccia del grande Sant’Antonio e gli sorride e lo accarezza. E pare che gli dica: Le mie grazie, o Antonio, le metto nelle tue mani: dispensale tu a tutti quelli che promettono il pane pei tuoi cari e poveri orfanelli, e beneficano la tua nuova Opera”.[33]

Don Orione visitò e celebrò più volte nella basilica del Santo, a Padova, dove, dal 1923, c’era il suo Istituto Camerini Rossi per ragazzi orfani. Fu ammirato dell’insigne reliquia della lingua. “Dopo trent’anni, aprendosi la sua tomba per trasportare il suo corpo benedetto nella splendida basilica di Padova, San Bonaventura, il grande dottore serafico, che presiedeva la festa, trovò la sua lingua fresca e vermiglia; la baciò con trasporto e la bagnò di lacrime”.[34] “Pochi più di Sant’Antonio si distinsero nel sapere adoperare la lingua al bene - commentò Don Orione -; e lasciando da parte le prove storiche della sua sapienza, dottrina, fortezza e santità, noi abbiamo il miracolo perenne che lo prova: la sua lingua! Essa, che tuonò dai pulpiti contro l’avarizia, ci sprona ad essere più umani col povero; essa, che infranse le ire di parte nella bella Italia nostra, ci inculca a togliere qualunque rammarico nutrito verso il nostro simile: essa, che infiammò le turbe del secolo XIII all’amore di Dio, ci parla ancora per dirci che l’unica felicità è in Dio: essa, che sfolgorò l’eresia, ci avvisa a tenerci lontani dal modernismo, che tiranneggia le coscienze e le toglie all’amore di Cristo e del suo Vicario”.[35]

 

San Luigi Orione fu un grande devoto e ammiratore di Sant’Antonio di Padova. Ne valorizzò l’esemplarità e lo sentiva in piena sintonia con i valori carismatici che - in tempi diversi, ma con sfide apostoliche molto simili - il Signore gli aveva messo nell’anima. “Impariamo da Sant’Antonio ad avere grande amore alla regola, ad avere petto forte contro le difficoltà, ad avere desiderio di apostolato, e, soprattutto, a nutrire una forte devozione alla Madonna, nel desiderio di spendere la nostra vita in olocausto di amore a Dio e al prossimo”.[36]

 

N  O  T  E


[1] Vedi l’articolo, in bozze di stampa con sue correzioni, in Scritti 83, 198-200.

[2] Scritti 44, 15.

[3] Parola IX, 406.

[4]Il Santuario di S. Antonio venne innalzato quasi contemporaneamente (all’Ospizio): cosicché, già nell’ottobre 1916, Mons. Gamba, allora Vescovo di Novara, poteva procedere alla sua benedizione”  (110, 55), “disegno di quell’anima serafica dell’Ing.r Chiappetta”; Scritti 94, 194; 9, 142.

[5] La costruzione dell’Opera fu affidata all’impresa di Leone Castelli nel febbraio 1933 e venne inaugurato il 10 giugno 1934; Scritti 53, 41 e 88, 85.

[6] Scritti 61, 86; 83, 198-200.

[7] Parola III, 190-1. A Coimbra, presso gli Agostiniani, trascorse anni preziosi di formazione umana, spirituale e intellettuale; divenne sacerdote nel 1220.

[8] Parola X, 110.

[9] Parola VA, 76.

[10] Scritti 64, 135.

[11] Don Orione raccontò più volte dello slancio missionario di Sant’Antonio; cfr Parola III, 190-2-3. Don Orione, nel 1928, inaugurando la casa di formazione di Voghera, scrisse: “Vorrei che codesto Istituto di missionari fosse tutta un’Opera Antoniana di apostolato”; Scritti 64, 135.

[12]A Messina esiste tuttora il pozzo di S. Antonio: parte del Convento abitato da Lui: il sasso, che gli serviva di cuscino”; Scritti 92, 121.

[13] Scritti 92, 125.

[14] Parola III, 190-4 e X, 225.

[15] Scritti 61, 101. “Il Santo dei Miracoli è il Patrono delle nostre Missioni, perché volle essere Missionario, e fu, invero, Apostolo di fede, che attraversò l’Italia e la Francia riconducendo a migliaia e migliaia le anime sui sentieri della pace e del bene”; Scritti 78, 132.

[16] Scritti 61, 102.

[17] Parola X, 226.

[18] Scritti 61, 102.

[19] Parola X, 226.

[20] Fonti Francescane, 251-252; Kajetan Esser, Gli scritti di S. Francesco d’Assisi, Padova 1982, p. 183.

[21] Scritti 92, 163; Parola X, 227.

[22] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, V ed., Padova 2015, p. 1328.

[23] Parola X, 227.

[24] Ibidem.

[25] Scritti 92, 117-118; raccontato anche in 92, 159.

[26] Parola X, 227.

[27] Scritti 61, 86-88; cfr Parola III, 190-5 e X, 228.

[28] Scritti 98, 3.

[29] Scritti 98, 2.

[30] Scritti 61, 102. “Sant’Antonio fu un grande Santo; è il Santo universale della Chiesa; è il Santo del popolo. Dappertutto è onorato, e senza offendere gli altri Santi, possiamo dire che ha un culto mondiale; a Lui tutti ricorrono”; Parola VA, 75.

[31] “Lo chiamano il Santo. Il santo per eccellenza, per antonomasia. Lo chiamano anche il Taumaturgo”; Parola III, 190-6. “Ricorrete a Sant’Antonio, al Santo dei miracoli! A Lui rivolgetevi e invocatelo con la recita devota e frequente del Suo Responsorio. È una preghiera antichissima in uso pei nell’Ordine dei Frate Minori prima del 1249”; Scritti 92, 141.

[32] Scritti 61, 101; 64, 135; 76, 121; 78, 132; 92, 141; 98, 2-3.

[33] Scritti 61, 85.

[34] Scritti 98, 2. La ricognizione avvenne l’8 aprile 1263 e il Corpo fu traslato nella nuova Basilica dedicata al Santo.

[35] Scritti 61, 110. Della reliquia della Lingua di sant’Antonio parla anche in Scritti 92, 163.

[36] Parola X, 228.

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