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Messaggi don Orione
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Autore: Don Luigi Fiordaliso, FDP
Pubblicato in: Messaggi di Don Orione, n. 111, anno 35, 2003, p. 19-28.

Quali virtù in particolare emergono nella vita di Don Orione? Come egli fu sacerdote?
Come si percepiva e come lo percepivano gli altri?
Alcune linee di vita sacerdotale valide e stimolanti.


LE VIRTÙ SACERDOTALI DI DON ORIONE


LUIGI FIORDALISO

 

DON ORIONE «SACERDOTE»

Don Orione ha incarnato l’identità del Sacerdote in modo pieno ed esemplare.
Il Sacerdote è un uomo, preso in mezzo al popolo e dal Signore destinato a fare da intermediario, tra Lui e la gente della Grazia e della salvezza.
Offre a Dio preghiere e suppliche per le necessità degli uomini; presenta al popolo le esigenze del Signore, trasmette e sbriciola la sua Parola in modo che tutti possano comprenderla, orienta i passi di quanti cercano Dio con cuore sincero. Santifica, conforta, benedice, insegna, distribuisce il Pane dell’Eucaristia, perdona, e, soprattutto, diventa l’uomo della preghiera. Davvero il sacerdote è un rappresentante di Dio sulla terra: quanto santa deve essere la sua vita!
Se il sacerdote è colui che dà Cristo e le cose sante alle anime, Don Orione è un grande sacerdote. Tutta la sua personalità incarna la figura ideale del sacerdozio cattolico.
Don Orione è “tutto” sacerdote, consacrato a Dio, alla Chiesa, alle anime. Non c’è spazio per altre dimensioni, espressioni di una vita privata, come succede in chi esercita una professione.
Ha vissuto la sua vocazione con eroicità ammirabile.


ERA UN SACERDOTE «TUTTO DI DIO»

Non era ancora ordinato ma la Grazia lo aveva conquistato. Già negli anni del seminario appare qualche singolarità nella sua vita, come se si sentisse chiamato a essere un prete in modo differente. Egli stesso ne è cosciente e in qualche scritto giovanile scrive che rinuncia alla carriera, alla parrocchia perché avverte che il Signore lo chiama per altre strade ad una modalità diversa di incarnare la vocazione.
Quando si è tutti di Dio si va incontro a molti imprevisti, si è chiamati a percorrere strade non battute in antecedenza, e tutta la vita appare come una grande avventura.
Dio non si ripete mai nei suoi santi e ognuno costituisce una vera sorpresa per la sua Chiesa. Non ce ne sono due uguali. È come se Dio si divertisse a esprimere in ciascuno di loro, la sua infinita varietà nel modellarci a sua immagine, senza mai esaurirsi.
L’essere “tutto di Dio” è stato un traguardo, frutto di una vita eroica senza tentennamenti o ripiegamenti su se stesso. È diventato “tutto di Dio” dopo un lungo lavoro di purificazione il cui artefice è lo Spirito Santo, autore e artefice della nostra santificazione.
Ci sorprendiamo quando Don Orione scrive: “Vidi che invece di cercare nel mio lavoro di piacere a Dio solo, era da anni che andavo mendicando la lode degli uomini, ed ero in continua ricerca, in un continuo affanno di qualcuno che mi potesse vedere, apprezzare, applaudire e conchiusi tra me: bisogna cominciare vita nuova, lavorare cercando Dio solo!”. (1)
Noi ci sorprendiamo di questa confessione giovanile perché mai chi viveva accanto a lui poteva ammettere che ci fosse altra intenzione nel suo agire se non quella di piacere al suo Signore.
Ma la luce di Dio è così pura che quando si riflette nell’intimo dei santi fa scoprire anche le minime imperfezioni. Anche i santi si confessano! “Lavorare sotto lo sguardo di Dio, di Dio solo! Come è utile e consolante il volere Dio solo per testimonio. Dio solo, figli miei, Dio solo!”. (2)
Don Orione è un uomo tanto attivo, pieno di zelo infaticabile eppure il suo cuore è sempre immerso in Dio. Lavorare sempre, senza soste, ma senza lasciare il suo Dio.
“Gesù non venne per i giusti ma per i peccatori. Certo, il mio ministero riuscirebbe più facile, ma io non vivrei di quello spirito di apostolica carità verso le pecorelle smarrite, che risplende in tutto il Vangelo. Preservatemi, o mio Dio, dalla funesta illusione, dal diabolico inganno che io prete debba occuparmi solo di chi viene in chiesa e ai sacramenti, delle anime fedeli e delle pie donne. Solo quando sarò spossato e tre volte morto nel correre dietro ai peccatori, solo allora potrò cercare un po’ di riposo presso i giusti. Che io non dimentichi mai che il ministero a me affidato è ministero di misericordia, e usi coi miei fratelli peccatori, un po’ di quella carità, che tante volte usaste verso l’anima mia, o gran Dio!”. (3)


L’ESSERE DI CRISTO, L’APPARTENENZA AL SUO SIGNORE

È come se Don Orione sentisse quest’appartenenza a Cristo come una sua seconda natura. Credo che sia il principio di tutto. Il sacerdote è un uomo posseduto da Cristo: tutto lo porta a donarsi alle anime fino alla totale oblazione di sé. Un essere che non esiste se non per gli altri. Chiunque vive in questa dimensione è un modello per la Chiesa.
Non parlo con entusiasmo solamente perché il Signore mi ha additato Don Orione come Padre e Maestro, ma considero che egli è un gran santo dei nostri giorni e appartiene a tutti. La Chiesa stessa ce lo presenta come una mirabile realizzazione della Grazia.
Molte persone che non appartengono alla Congregazione da lui fondata, hanno parlato e parlano ancora, hanno scritto e continuano a scrivere di lui con accenti che ci lasciano sorpresi e immensamente lieti. È gente importante che ha un nome nella società e nel mondo della cultura (4). Quello che io posso dire è ben poca cosa al confronto. A tutti fa piacere sentir lodare il proprio padre da altre persone.
L’amore di Cristo è in lui un fuoco che lo divora, e non gli permette il ripiegamento su se stesso, in nessun momento. Non ha cura di sé ma è tutto preso dalle attenzioni per gli altri.
Il Gesù di Don Orione è il Crocifisso, è l’Eucaristia; è quella presenza appena percettibile nel sofferente e nel povero, nell’emarginato. Avevo fame e sete; ero malato e povero e mi avete assistito. (Mt 25, 35-36). L’amore per Cristo lo portava a cercare instancabilmente vocazioni per il servizio di Dio, per l’altare, per servire i poveri ed educare la gioventù. Amava chiamarsi il facchino delle vocazioni e molti divennero sacerdoti grazie ai suoi piccoli risparmi e alla questua delle vocazioni in tutte le diocesi d’Italia.
“Sostenuto dalla grazia del Signore, ho evangelizzato i piccoli e gli umili. Ho procurato di evangelizzare i poveri e il povero popolo che, avvelenato da teorie perverse, è strappato a Dio e alla Chiesa.
Nel nome della Divina Provvidenza, ho aperto le braccia e il cuore a sani e ad ammalati, di ogni età, di ogni religione, di ogni nazionalità. A tutti avrei voluto dare col pane del corpo, il divino balsamo della fede, ma specialmente ai nostri fratelli più sofferenti ed abbandonati.
Tante volte ho sentito Gesù Cristo vicino a me, tante volte l’ho come intravisto, Gesù nei più reietti e nei più infelici.
Tutto passa, solo Cristo resta! È Dio, e resta. Resta per illuminarci, per consolarci, resta per dare a noi, nella sua vita, la sua misericordia! Gesù resta e vince, ma nella misericordia!”.
(5)

Sembra presunzione questo parlar di sé. Ma quando si è nella verità, si sa attribuire alla sorgente di ogni bene quanto di buono ritroviamo in noi stessi. È il messaggio del Magnificat della Madonna. Non è diverso il linguaggio di San Paolo nelle sue lettere, quando parla del suo mondo interiore, delle sue fatiche apostoliche, di quel suo farsi tutto a tutti per portare tutti a Cristo. Non è presunzione ma la pura verità e Don Orione lo riconosce. Il suo cuore è dilatato dalla carità di Cristo che lo porta ad abbracciare ogni dolore. Egli stesso si definiva: «un cuore senza confini».(6)


AMORE TENERO E FILIALE ALLA SANTA MADONNA

È Gesù stesso che indica al discepolo prediletto, l’unico che era sotto la Croce, la Madre sua. Gliela addita come Madre e quel discepolo l’accolse nella sua casa. Seguendo l’esempio di San Giovanni, tutti coloro che seguono più da vicino il Signore sentono come propria questa maternità di Maria. Ogni sacerdote è un familiare di Cristo ed entra nella sua intimità. Deve esercitarla anche con Maria.

Nella vita di Don Orione le predilezioni di Maria risalgono a prima della sua nascita. Ne è segno quella rosa che non appassiva e che sua madre, Carolina Feltri, aveva deposto davanti all’edicola della Madonna verso la fine del mese di maggio del 1972. Don Orione nascerà nel mese di giugno. Lo stesso parroco di Pontecurone intuiva che quella rosa significava una particolare grazia che la Madonna stava per fare al paese (7).
La povertà accompagnò tutta l’esistenza del nostro Santo e costituì un ostacolo anche per la vocazione al sacerdozio che egli sentiva in cuore. Nel santuario in rovina della Fogliata promise di riedificare il tempio se la Madonna lo avesse aiutato a diventare sacerdote. Entrambi mantennero la promessa (8).
La turba dei suoi ragazzi si raccoglieva accanto all’altare della Madonna del Buon Consiglio nel Duomo di Tortona. Si pregava ogni giorno, si cantava alla Madonna… e quando giunse inaspettato l’ordine di chiudere l’Oratorio, il giovane seminarista legò alla mano della statua dell’Immacolata la chiave della porta (9). “Oh Madre mia che non hai mai abbandonato nessuno, non abbandonare questo tuo povero ed ultimo figliuolo! Non ne posso proprio più… Salvami o Mamma cara, salvami coi miei giovani e col mio oratorio. Vieni, Madre, a prenderti cura di noi. Eccoti, prendi la chiave dell’oratorio… O Maria salva i tuoi figli!” (10).
L’Oratorio non fu riaperto, ma si aprirono nuovi e impensati orizzonti. Quello stesso anno (1893) la sua Madonna gli ottenne di aprire il primo Collegio a San Bernardino per i ragazzi poveri. Era il principio di una lunga serie di opere e istituzioni in molti paesi del mondo (11).

Don Orione mostrò la sua devozione e il suo amore filiale verso la Vergine Maria in mille circostanze della vita. Sono davvero innumerevoli i gesti di una tenerezza indicibile tra lui e la Madonna che mostrava visibilmente gradire il suo affetto di figlio e rispondeva con uguale premura esaudendo i suoi desideri e guidando i suoi passi.
La semina delle medaglie (12), la statuetta nascosta sotto la tegola (13), la cornice composta dai 25 biglietti delle mille lire (14), la questua delle pentole rotte per farne una grande statua (15), gli orecchini di sua madre collocati alla statua del Carmine nella parrocchia di San Michele (16) e tanti altri episodi, sono soltanto alcuni dei gesti filiali di Don Orione verso la Madre sua.

La spontaneità dell’amore di lui, non sorprende di più dell’amabilità di Maria. Quanti segni della vicinanza di lei, disseminati durante tutta la vita! Don Orione e la Madonna si intendevano in maniera meravigliosa.
La Madonna era il suo canto più dolce. Portò a Lei gente del popolo e fedeli di ogni condizione, organizzò pellegrinaggi, innalzò templi e statue in suo onore e Tortona ne è testimone; animò e infervorò tutti verso un grande e tenero amore, parlò di Lei, scrisse e predicò con indicibile entusiasmo. Avrebbe voluto morire invocando il suo nome. La Madre di Dio e la Madonna della Guardia erano le sue invocazioni preferite.
“Leggete sulla mia fronte, leggete nella mia vita leggete nel mio cuore: non troverete altro scritto se non «Grazia di Maria». Portami, o Vergine benedetta, tra le moltitudini che riempiono le piazze e le vie; portami ad accogliere gli orfanelli e i poveri, i membri di Gesù Cristo, i tesori della Chiesa di Dio. Se sorretto dal tuo braccio, tutti io porterò a Te, o beata Madre del Signore! Madre tenerissima di tutti noi peccatori, di tutti gli afflitti!” (17).

“Che questo tuo povero figlio, o Santa Madonna, sia in vita e in morte et ultra, il pazzo della carità, l’inebriato della Croce e del Sangue di Cristo Crocifisso! Dacci, o Maria, un animo grande, un cuore grande e magnanimo, che arrivi a tutti i dolori e a tutte le lacrime. Fa che tutta la nostra vita sia sacra a dare Cristo al popolo e il popolo alla Chiesa di Cristo!”. (18)


DALL’APPARTENENZA A CRISTO ALL’IRRADIAZIONE NELLA SOCIETÀ

I Santi sono da collocare tra i più grandi e veri benefattori dell’umanità. Dove sono passati loro, il mondo si è fatto più buono e la situazione della società è diventata più umana. Noi stessi ancora non abbiamo scoperto tutta l’influenza che Don Orione ha avuto nella società del suo tempo. Gli ulteriori approfondimenti nell’archivio della Congregazione ci riservano sempre sorprese e scoperte.
Gli avvenimenti dell’Italia del secolo ventesimo, fino al 1940, lo hanno visto sempre in prima linea. Talmente si sentiva inserito nella città terrena che partecipava attivamente e seguiva con attenzione le correnti, i movimenti e le vicende, spesso drammatiche del suo tempo.
Viveva tutto con la passione del credente, con le certezze che gli provenivano dalla sua fede ancorata in Cristo, per cui parlava con grande fiducia, e sapeva infondere speranza perché era sicuro del trionfo finale del Regno di Cristo.
“Leviamo lo sguardo della fede, o fratelli: ecco Cristo che viene a darci vita con la sua vita, nell’effusione copiosa della redenzione. Egli procede raggiante, avvolto nel gran manto della misericordia, e avanza amabile e possente. Avanza al grido angoscioso di popoli: Cristo viene portando sul suo cuore la Chiesa e, nella sua mano, le lacrime e il sangue dei poveri: la causa degli affitti, degli oppressi, delle vedove, degli orfani, degli umili, dei reietti. E dietro a Cristo si aprono nuovi cieli: è come l’aurora del trionfo di Dio… L’ultimo a vincere è Lui, Cristo, e Cristo vince nella carità e nella misericordia. L’avvenire appartiene a Cristo, Re invincibile!” (19).

Il contatto continuo con il Signore lo rendeva particolarmente sensibile ai bisogni del prossimo. È una norma di vita spirituale: più si è di Cristo, più si ama l’umanità. Don Orione non attendeva d’essere sollecitato di un aiuto, sapeva prevenire e farsi presente ancor prima che glielo chiedessero. Come del resto faceva Gesù. Il paralitico della piscina di Siloe non gli aveva chiesto nulla: “Vuoi guarire? Prendi il tuo lettuccio e va a casa tua!
. Davanti al feretro del giovinetto che era condotto alla sepoltura, è lui che ferma i portatori e restituisce vivo il figlio alla madre, senza che nessuno glielo avesse richiesto.
A chi ha sensibilità, gli basta vedere per intuire le necessità altrui. Don Orione dà vita a innumerevoli attività di bene, spinto unicamente dalla visione del bisogno e dal fuoco interiore che lo portava sempre a donarsi senza soste.
È stato così sin dal primo ragazzo che egli accolse, Mario Ivaldi, perché era stato allontanato in malo modo dal catechismo (20). Tutta la sua opera è nata come risposta ai bisogni che egli intravedeva. Doveva avere un filo diretto con l’Eterno perché dimostra di aver chiaro il suo cammino sin dai primi anni, quando contava con quattro o cinque ragazzi che lo seguivano, affascinati dai suoi ideali. In quei sogni giovanili c’è tutta la Piccola Opera della Divina Provvidenza.
Non aveva forze, non disponeva di mezzi e di risorse, ma aveva chiara la visione di quello che intendeva fare. Forse è più giusto dire che il Signore gli mostrava con chiarezza che cosa si sarebbe degnato di fare per mezzo di lui.


DON ORIONE E LA POLITICA

“Noi non facciamo politica: la nostra politica è la carità grande e divina, che fa del bene a tutti. Noi non guardiamo ad altro che alle anime da salvare. Anime, anime! Ecco tutta la nostra vita, il nostro programma!”. (21)
Se in qualche momento dà l’impressione di inserirsi nelle vicende politiche, lo fa per amore della sua Patria e per scongiurare qualche pericolo imminente, per prestare un aiuto, un servizio.
Quando era ancora giovane sacerdote, reagiva con forza davanti alla sopraffazione dei diritti delle mondine nelle risaie, povere donne costrette a lavorare nell’acqua per lunghe ore e senza un salario adeguato (22).
A fine 1800, tanti parlano di un grave problema che preoccupa tutta l’Italia: la triste visione dei campi infruttuosi in tante regioni, per mancanza di braccia che li lavorino. Tanti andavano ad ammassarsi in città e perdevano la fede dei padri. Guardando quella realtà con gli occhi della fede trova una risposta sorprendente e innovativa: dar vita a un gruppo di lavoratori… consacrati al lavoro e all’educazione della gioventù. Intuisce come voluta da Dio la fondazione dei suoi eremiti, contadini e contemplativi, che seguendo gli antichi esempi di San Benedetto, «ora et labora», ridessero fertilità alla nostra terra con il loro lavoro (23).
Rassicurato dal suo Papa, San Pio X, si inserisce nel Patronato laico “Regina Elena” per salvaguardare la fede dei minori, vittime scampate al terremoto di Messina (1908) (24).
Quando c’è da proteggere i bambini non si ferma nemmeno davanti a Sua Maestà il Re d’Italia, e gli chiede qualcuna delle sue vetture per portarli lontano, al sicuro, dopo il terremoto di Avezzano (1915) (25).
Durante la prima guerra mondiale molti dei suoi religiosi erano sotto le armi e Don Orione, con vanto, scriveva ai suoi figli lontani, che quanti erano rimasti nelle sue case hanno continuato ad accogliere gli orfani, anche se le forze erano diminuite (26). Il Santuario della Madonna della Guardia in Tortona, sorto come voto per il trionfo della Patria e per il ritorno dei suoi soldati (27).
In questi anni si è scoperto il suo interessamento diretto presso il Duce Benito Mussolini, per la auspicata riconciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa e presso il ministro delle finanze Penna, per migliorare la giustizia economica. Questi sono solo alcuni esempi chiari di fede e di patriottismo (28).


AMA IMMENSAMENTE LA SUA CHIESA

La sente come sua Madre, come l’emanazione di Cristo, come la realizzazione mai esaurita del progetto di Dio sul mondo; l’asse su cui s’appoggia l’Instaurare omnia in Christo. Per questa Chiesa egli è pronto a dare il suo sangue, la vita e tutto il suo amore. Se la vede in pericolo non scrive trattati di apologetica o di ecclesiologia. La sua apologetica è la carità verso i poveri. In nome della Chiesa apre case e istituzioni per raccogliere le miserie del mondo. Vuole portare tutti a Cristo e alla Chiesa, ma specialmente i piccoli, i deboli, i poveri. Pensa colmare con l’amore effettivo i solchi profondi aperti dall’odio e dalle lotte di classe (29).
“Stendi, o Chiesa del Dio vivente, le tue grandi braccia, e avvolgi nella tua luce salvatrice le genti. O Chiesa veramente cattolica, Santa Madre Chiesa di Roma, unica vera Chiesa di Cristo, nata non a dividere, ma ad unificare in Cristo e a dare pace agli uomini! Mille volte ti benedico e mille volte ti amo! Bevi il mio amore e la mia vita, o Madre della mia fede e della mia anima!
Oh come vorrei delle lacrime del mio sangue e del mio amore fare un balsamo da confortare i tuoi dolori e da versare sulle piaghe dei miei fratelli!”
O Santa Chiesa Cattolica, Chiesa di Gesù Cristo: luce, amore e Madre mia dolcissima! Madre Santa e Madre dei Santi, che sola non conosci la confusione delle lingue! Madre della nostra vita, palpito del nostro cuore, vita della nostra stessa vita!”.
(30)

Non è solo sublime poesia: è la sua vita! E quest’amore profondo lo spingeva a moltiplicare le iniziative benefiche per portare a Cristo e alla Chiesa i poveri e il popolo.
Uno dei suoi più grandi dolori era quando i cattolici più in vista si alzavano a criticare la Chiesa, o si allontanavano per correre dietro le fantasie del loro pensiero, oppure con la loro vita muovevano allo scandalo o alla avversione (31).
Non è possibile in questi appunti accompagnare ogni affermazione con esempi tratti dalla sua vita; dietro ogni affermazione ci sono fatti reali e non semplici esaltazioni di un sentimento.


L’AMORE E LA FEDELTÀ AL SANTO PADRE

Pochi santi hanno sentito così profondamente il primato della carità del Papa come Don Orione. Le sue parole esprimono la sublimità della sua visione teologica ed ecclesiale. La sua fede gli fa intuire che è inscindibile l’amore al Gesù Cristo dall’amore e l’adesione al Papa. Ad un primo gruppo di seguaci voleva dare il nome significativo di “Compagnia del Papa” (32).
Ebbe strette relazioni con i Papi del suo tempo, i quali si servivano di lui per risolvere questioni spinose o per introdursi in situazioni delicate (33).
Pensò al suo Istituto come a un piccolo manipolo di ardimentosi ma fedelissimi figli e servitori del Papa. Li volle legare con il Quarto Voto di speciale fedeltà al Papa (34).
L’amore e l’adesione al Santo Padre, la fedeltà al suo Magistero e alla sua autorità, non dovrebbero forse essere il vanto e la caratteristica di tutto il Clero? C’è tanto bisogno, oggi, di stringerci attorno al Papa, per conservare l’unità della Chiesa e l’ortodossia della fede. C’è bisogno di questa virtù per rendere più trasparente la nostra testimonianza.
Nella confusione di questa valle di Babele, qual è la nostra società, troppi pretendono ergersi come guida e maestro. Ma la loro dottrina non è quella di Cristo e del Vangelo e non fa che aumentare il relativismo dei valori.
“Il nostro Credo è il Papa, la nostra morale è il Papa; il nostro amore, la ragione della nostra vita è il Papa. Per noi amare il Papa e amare Gesù è la stessa cosa; ascoltare e seguire il Papa è ascoltare e seguire Gesù Cristo; servire il Papa è servire Gesù. Dare la vita per il Papa è dare la vita per Gesù Cristo!
Non vogliamo, non conosciamo altro maestro, né altra luce… Non conosciamo, non vogliamo altro Pastore. Non conosciamo né vogliamo altro Padre, né altro Cristo pubblico e visibile in terra!” (35).


HA UNA VENERAZIONE FILIALE PER IL SUO VESCOVO

Don Orione ha vissuto una fedeltà senza limiti e senza incrinature anche nei momenti più dolorosi dell’incomprensione. Non meno della santità di Don Orione c’è da ammirare la grandezza del suo vescovo Mons. Bandi. Avere in Diocesi un prete così poco amante del quieto vivere, così poco tranquillo attendendo alla sua parrocchia; un prete che non resta mai fermo e ha sempre qualcosa di nuovo da inventare, da realizzare; uno che con il suo comportamento sconcerta il modo di vivere dei ben pensanti, anche delle persone oneste: un prete così deve aver provocato molti problemi al suo Vescovo.
La grandezza di Mons. Bandi sta proprio in questo: aver dato fiducia al suo sacerdote. Fu Mons. Bandi che il 21 marzo 1903 approvò con Decreto la nascita del nuovo Istituto (36). Ci bastino alcuni ricordi per ricordare l’amore di Don Orione al suo Vescovo.
Quando il primo maggio 1917 la folla esasperata e violenta per la guerra che non accenna a finire e per la propaganda socialista invade la Curia vescovile, Don Orione è là a difendere il suo Vescovo e a calmare i più facinorosi (37).
Nel 1899, nei giorni della bufera scatenatasi contro Mons. Bandi da parte dei suoi avversari, Don Orione porta i suoi ragazzi a riempire per tempo l’aula del tribunale di Tortona per accogliere il Vescovo il quale, in quel giorno, 7 luglio, doveva presentarsi in pubblico per dichiarare nel processo istituito contro di lui. Non poteva sopportare che il suo Vescovo fosse vilipeso dai nemici della Chiesa e trovò solo figli devoti ad applaudire (38).
Nei momenti più drammatici, quando era in gioco la sua stima personale e la sopravvivenza della famigliola appena costituita, un cenno a Roma presso lo stesso Santo Padre sarebbe stato sufficiente a risolvere ogni questione, per sempre, e Don Orione non lo fa per rispetto al suo Vescovo. Quando nel penultimo anno di Leone XIII, gennaio 1902, Don Orione viene ricevuto in udienza, è il Papa stesso a richiedergli copia delle Costituzioni (le nostre Regole) per approvarle. Don Orione le fa benedire, ma si scusa adducendo che tutta la faccenda dell’approvazione era già in mano del suo Vescovo. In realtà era ancora tutto in alto mare anzi, era quello il tempo dell’incomprensione e dell’ostilità da parte di molte persone di Chiesa. Se avesse seguito il consiglio del Papa, avrebbe risparmiato alla sua piccola Congregazione anni di sofferenza, di dubbi e di attesa (39). Ma Don Orione era fatto così.
Il suo amore filiale, la sua grande devozione non gli impedivano di essere anche franco in qualche straordinaria circostanza, come quando, in ginocchio davanti al suo Vescovo gli manifesta la sua disapprovazione per un’ingiusta decisione presa nei suoi confronti (40).
In una lettera confidenziale a Mons. Bandi Don Orione, si definì “ il suo cane fedele” che non si è mai rivoltato contro il suo Vescovo (41). Questo è amore eroico, vero amore di figlio.
Certamente si possono applicare a lui tante espressioni delle lettere di Sant’Ignazio di Antiochia quando parla dell’adesione piena al proprio Vescovo, come le corde alla lira.


VERO APOSTOLO, COLMO DI ZELO PER LE ANIME

Chi ama Cristo non può non amare coloro che sono amati da Cristo. È una via che non ammette eccezioni. Tutto il ministero di Don Orione è votato alle anime. Non importano la fatica, la stanchezza, il sospetto, la calunnia. Si era proposto di essere “il prete di coloro che non vanno in chiesa” e in tutta la vita correrà dietro ai peccatori, a qualsiasi categoria essi appartengano (42). Sono a volte sacerdoti, letterati, gente del governo, umili paesani. Egli è sempre un apostolo. Di tutti.
Nel suo viaggio in nave (1934) verso il continente americano, in occasione del Congresso Eucaristico di Buenos Aires., diventa il confidente spirituale dei viaggiatori e il lungo tragitto si trasforma in una autentica missione popolare. C’era sulla nave anche il Cardinale Pacelli, il futuro Pio XII, e altri importanti personaggi che mai dimenticarono quel viaggio (43).
Qualcuno ricorda che la gente sostava in preghiera nella sala d’attesa, prima di incontrarsi con quell’uomo di Dio, a Genova, a Milano, a Buenos Aires e in altre città, sentivano che nel parlare con lui, Dio si faceva più vicino (44).
“Vorrei farmi cibo spirituale per i miei fratelli che hanno fame e sete di verità e di Dio. Vorrei vestire di Dio gli ignudi, dare la luce di Dio ai ciechi… Vorrei farmi servo dei servi distribuendo la mia vita ai più indigenti e derelitti. Vorrei diventare lo stolto di Cristo per i miei fratelli! (45)
Non saper vedere e amare nel mondo che le anime dei nostri fratelli. Anime di piccoli, di poveri, di peccatori…; anime di giusti, di traviati, di ribelli alla volontà di Dio; anime di ribelli alla Santa Chiesa di Cristo, anime di figli degeneri, anime sottomesse al dolore, anime smarrite che cercano una via, anime dolenti che cercano un rifugio o una parola di pietà.
Tutte sono amate da Cristo, per tutte Cristo è morto, tutte Cristo vuole salve, tra le sue braccia e sul suo cuore trafitto.
Ponimi, Signore, sulla bocca dell’inferno, perché io, per la misericordia tua, la chiuda!” (46)


Si sente tante volte dire che ci sono pochi sacerdoti. Ed è risaputo. Ma probabilmente bisognerebbe aggiungere che sono pochi i preti-apostoli infervorati di amore e di zelo per le anime. Non può essere certo una professione come le altre l’essere sacerdote. L’esempio di Don Orione sprona ad incarnare la vocazione, l’identità sacerdotale: Sacerdos, alter Christus!


N O T E

* Don Luigi Fiordaliso, di Arnesano (Lecce), è attualmente Vicario generale dei Figli della Divina Provvidenza

1. Don Orione, Nel nome della Divina Provvidenza, Le più belle pagine, Ed. Piemme, Casale Monferrato, 1995 (sarà citato Nel nome), p. 23.
2. Nel nome, p. 24.
3. Nel nome, p. 27.
4. La figura e l'opera di Don Luigi Orione (1872-1940). Atti dell'incontro di studio tenuto a Milano il 22-24 novembre 1990, Vita e Pensiero, Milano 1994; M. Busi, A. Lanza, R. de Mattei, F. Peloso, Don Orione negli anni del Modernismo Jaca Book, Milano 2002; AA.VV., Don Orione e il Novecento Rubbettino, Soveria Mannelli 2003.
5. Nel nome, p.151.
6. A. Gemma, Un cuore senza confini, Quadrivium, Isernia 2000.
7. A. Gemma I fioretti di Don Orione, Ed. Dehoniane, Bologna 2002 (sarà citato I fioretti), pp. 13-14.
8. Un cuore senza confini, p. 42.
9. G. Papasogli Vita di Don Orione,Gribaudi, Milano 1994 (sarà citato Papasogli), p. 52.
10. Papasogli pp. 52-53.
11. Papasogli, pp. 59-60.
12. I fioretti, pp. 166-167.
13. I fioretti, pp. 73-74.
14. I fioretti, p. 77.
15. Papasogli, pp. 374-375.
16. I fioretti, p. 241.
17. Nel nome, p. 89.
18. Nel nome, p. 121.
19. Nel nome, pp. 109-110.
20. Papasogli, pp. 43-44.
21. Nel nome, p. 41.
22. Don Orione un cuore senza confini, pp. 210-211.
23. Papasogli, p. 121.
24. Papasogli, p. 192.
25. Papasogli, pp. 251-252.
26. Papasogli, p. 141.
27. Papasogli, pp. 289-290.
28. F. Peloso, Don Orione e la Conciliazione del 1929, “Messaggi di Don Orione” 34(2002) n. 107, pp. 27-45.
29. Nel nome, pp. 37-38.
30. Nel nome, p. 58.
31. D. Sparpaglione, Il Beato Luigi Orione, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, pp. 208-209; Papasogli, pp. 75-176.
32. Divo Barsotti, Don Orione. Maestro di vita spirituale, Piemme, Casale Monferrato 1999, p.66.
33. Cfr. in questo fascicolo J. Saraiva Martins, Don Orione a fianco dei Papi, pp. .. ..
34. Cfr. AA.VV., Sui passi di Don Orione, Ed. Dehoniane, Bologna, 1997.
35. Nel nome, p.75-76.
36. Papasogli, p.148-151.
37. Papasogli, p. 280.
38. Papasogli, p.133-134.
39. Papasogli, p.136.
40. Papasogli, p. 146.
41. È Don Orione a usare questa espressione in una lettera del 1° agosto 1936: “in vent'anni di Episcopato gli fui sempre come un cane fedele, lo amai più che padre, lo sostenni, lo difesi in tutto quello che si poteva e gli fui tanto devoto ed attaccato”; Scritti 19, 42.
42. In alcuni Appunti del 1917 scrisse: “Fine del sacerdozio è di salvare le anime e di correre dietro, specialmente, a quelle che, allontanandosi da Dio si vanno perdendo. Ad esse devo una preferenza, non di tenerezza, ma di paterno conforto e di aiuto al loro ritorno, lasciando, se necessario, le altre anime meno bisognose di assistenza. Gesù non venne per i giusti, ma per i peccatori. Preservatemi, dunque, o mio Dio, dalla funesta illusione, dal diabolico inganno che io prete debba occuparmi solo di chi viene in chiesa e ai sacramenti, delle anime fedeli e delle pie donne. Certo, il mio ministero riuscirebbe più facile, più gradevole, ma io non vivrei di quello spirito di apostolica carità verso le pecorelle smarrite, che risplende in tutto il Vangelo. Solo quando sarò spossato e tre volte morto nel correre dietro ai peccatori, solo allora potrò cercare qualche po' di riposo presso i giusti. Che io non dimentichi mai che il ministero a me affidato è ministero di misericordia, e usi coi miei fratelli peccatori un po’ di quella carità infaticata, che tante volte usaste verso l'anima mia, o gran Dio”; riportato in Papasogli p.228.
43. Papasogli, p.399-402.
44. Papasogli, p. 402.
45. Papasogli, p.81.
46. Papasogli, p.135-136.

 

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Buonanotte del 18 agosto 2019