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FIGLI DELLA DIVINA PROVVIDENZA IN UN MONDO CHE NON SOGNA PIÙ
FILHOS DA DIVINA PROVIDÊNCIA NUM MUNDO QUE NÃO SONHA MAIS
7HIJOS DE LA DIVINA PROVIDENCIA EN UN MUNDO QUE NO SUEÑA MÁS
SYNOWIE BOSKIEJ OPATRZNOŚCI W ŚWIECIE, KTÓRY JUŻ NIE MARZY
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Autore: Peloso Flavio

FIGLI DELLA DIVINA PROVVIDENZA IN UN MONDO CHE NON SOGNA PIÙ
FILHOS DA DIVINA PROVIDÊNCIA NUM MUNDO QUE NÃO SONHA MAIS
7HIJOS DE LA DIVINA PROVIDENCIA EN UN MUNDO QUE NO SUEÑA MÁS
SYNOWIE BOSKIEJ OPATRZNOŚCI W ŚWIECIE, KTÓRY JUŻ NIE MARZY
SONS OF DIVINE PROVIDENCE IN A WORLD WITHOUT DREAMS


FIGLI DELLA DIVINA PROVVIDENZA

IN UN MONDO CHE NON SOGNA PIÙ

 

Don Flavio Peloso

Forum dei Giovani – Rio de Janeiro, 25.10.2006

 

La ricerca degli stimoli che provengono dal mondo d'oggi ai giovani orionini può essere fatta leggendo la realtà attuale alla luce dell'identikit carismatico del giovane orionino presente nel Progetto orionino di pastorale giovanile (pp. 22-29). I tratti principali sono presentati quasi in un decalogo: 1. “Dio solo!”, 2. carità, 3. amore alla Chiesa, 4. fiducia nella Divina Provvidenza, 5. creatività e audacia, 6. una vita semplice, 7. gioia, 8. devozione mariana, 9. la Croce , 10. laboriosità.

Se queste sono le caratteristiche del giovane orionino, quali sfide del mondo d'oggi fanno scattare la sensibilità e l'azione del giovane orionino? Più che tema per una lezione o una conferenza è un argomento da ricerca e riflessione di gruppo.

Come piccolo contributo alla riflessione del Forum mi soffermerò su un aspetto del clima storico e culturale dell'inizio del Terzo Millennio che mette alla prova, stimola, invoca un particolare contributo da parte di noi Orionini/e e dei giovani in particolare.

 

CHI HA IL CORAGGIO DI SOGNARE DOPO IL SECOLO XX?

Uno dei fenomeni più caratteristici e anche preoccupanti del mondo d'oggi è quello del calo di speranza e di progettualità guardando al futuro. La sfida che ne deriva riguarda la capacità di vivere la nostra storia con speranza . Direi che questa è “la madre di tutte le sfide”. Senza la speranza, la civiltà si introverte e decade.

E' una sfida che provoca e stimola tutta la Famiglia orionina, che è una piccola Opera della Divina Provvidenza, una Famiglia che ha nella fiducia nella Divina Provvidenza la sua fonte vitale e il suo atteggiamento identificante. Interpella in modo particolare i giovani orionini che – anche per il carisma proprio dell'età giovanile – sono, e sono chiamati ad essere, l'ala avanzata della speranza.

Sappiamo che la speranza fiorisce e cresce nell'orizzonte di una storia che abbraccia il passato e guarda al futuro. Ebbene, oggi è molto in crisi la visione del futuro e con essa è in crisi la speranza. La post-modernità è una stagione tutt'altro che favorevole alla speranza: il pensiero “debole” si dichiara incapace e non interessato a capire chi siamo e dove andiamo; ripiega nel presentismo , nel “ qui e ora ” da godere, consumare, difendere; rinuncia a collocare l'oggi in una visione di futuro interessante, amabile, stimolante.


“Quando ero giovane” (anni ‘60/70), nella cultura dominante – non solo quella dei libri e dei convegni, ma tra la gente, nei gruppi d'ogni tipo, nei discorsi, nelle prediche come nelle canzonette - si respirava fiducia nel progresso dell'umanità. “Verso un mondo migliore cammineremo insieme era una delle canzoni simbolo della mia gioventù; tradotta dall'inglese, la cantavamo anche in chiesa a Villa Moffa.
Verso un mondo migliore cammineremo insiem
una terra promessa dove regna l’amor.
Se per mano m’accompagni più strada noi farem
non fermarti amico, ma vieni anche tu.
Sarà un viaggio lungo, faticoso il cammin
ma l’amore ci guida, tu lo sai, tu lo sai.


Personaggi come John Kennedy con la visone della “ nuova frontiera ” o Martin Luther King con il suo “ Sogno un mondo migliore ” o Papa Giovanni XXIII che apre un Concilio per il “ rinnovamento della Chiesa ” lanciavano sogni planetari che aggregavano sentimenti, mettevano in moto energie, progetti.

In questo ottimismo collettivo, per alcuni, l'umanità si muoveva verso un paradiso capitalista e per altri verso il paradiso comunista, per altri ancora verso un umanesimo senza aggettivi ideologici, politici, religiosi, geografici, finalmente ragionevole, fraterno e pacifico. Comunque fosse inteso il futuro migliore, Est e Ovest, sinistra e destra, laici e credenti, e soprattutto i giovani della “nuova generazione” (la new generation ) condividevano la convinzione, l'entusiasmo e l'intraprendenza per l'umanità in cammino “ verso un mondo migliore”, anche se “ la strada è lunga, faticoso il cammino ”.

Oggi questo ottimismo è svanito. Non si è più tanto sicuri di camminare “ verso un mondo migliore ”.

La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, e la distruzione delle Torri gemelle di New York, l'11 settembre 2001, hanno costituito il simbolo tragico del crollo di due sistemi di vita in cui si metteva la speranza di felicità, sicurezza, benessere pace per l'intera umanità. Anche l'America Latina, nei decenni scorsi, era percorsa dalla visione di un futuro migliore da raggiungere con un processo di liberazione globale, di coscientizzazione e di trasformazione di persone e strutture; oggi, si ritrova meno ottimista a ripetere gli schemi e le conseguenze della globalizzazione. Interi continenti, come l'Asia e l'Africa – “il continente della speranza” -, sono imprigionati in una povertà che sembra insuperabile e l'unica visione di futuro per quei popoli pare essere quello della sopravvivenza.

Insomma, il futuro sembra riservarci più minacce che buone promesse. Oggi più nessuno presenta visioni messianiche di un futuro migliore. Proprio nel secolo XX la speranza è stata distrutta da coloro che mostravano di conoscere come dev'essere il mondo migliore . Milioni di persone morirono nei gulags sovietici, uccisi da coloro che sapevano verso dove si dirigeva l'umanità. Ricordo l'impressione della visita al Lager di Auschwitz e quella mappa di linee ferroviarie, dalla Norvegia alla Grecia, dalla Francia all'Ucraina, che confluivano e finivano in quel binario morto. Auschwitz faceva parte del progetto scientifico di chi aveva una visione del futuro migliore dell'umanità. Anche Pol Pot massacrò un terzo di tutti i cambogiani perché egli sapeva quale storia bisognava raccontare sul futuro. I potenti dell'economia hanno imposto la loro visione di futuro condannando a miseria, fame e morte popoli interi.

Siamo in un tempo senza visioni di futuro, senza una meta verso cui muoversi. Come essere cristiani (“ quelli che hanno la speranza ”) e come essere Orionini (“ figli della Divina Provvidenza ”) oggi?

Ricordiamo lo specifico della speranza cristiana: essa attraversa il tempo e la storia, elevandoli, ma senza offrirci alcuna visione storica specifica da realizzare. Non possiamo aprire il Libro dell'Apocalisse e dire: “Ecco, ragazzi, cinque flagelli subiti e due da subire ancora. Tra poco avremo cieli nuovi e terra nuova in cui la giustizia sempre abiterà”.

Senza dubbio i discepoli che si erano recati a Gerusalemme per la Pasqua erano animati dalla speranza (visione) che qualcosa di buono doveva accadere: Gesù si sarebbe rivelato come Messia; i Romani sarebbero stati cacciati dalla Terra Santa, o qualcosa di simile. Come i discepoli sulla via di Emmaus confessarono a Gesù: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (Lc 24, 21). Quel verbo al passato rivela la delusione. Qualsiasi episodio essi raccontavano, crollava la speranza. Giuda aveva venduto Gesù; Pietro l'aveva tradito; gli altri discepoli fuggiti per la paura. Dopo la sua passione e morte essi non avevano storia da raccontare, speranza per cui vivere.

Nel momento in cui questa fragile comunità stava per crollare, “ Gesù prese il pane, lo benedisse e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo, dato per voi ”. Rimase un gesto non capito. Dopo la risurrezione Gesù apparve ai Dodici e alla moltitudine. Qualcuno capì, e accese la speranza nel mondo. Invincibile, inarrestabile.

In un tempo in cui molti sono attaccati al presente “da eternare” il più possibile (comprandolo, difendendolo, consumandolo, ecc.) ed altri raccontano storie di futuro temibile, noi cristiani offriamo una buona notizia, una speranza che non è legata ad alcuna visione particolare del mondo e del futuro. La nostra speranza è Gesù risorto reso presente in quel misterioso segno del pane spezzato e condiviso e del calice di vino fatto passare ai discepoli. E' un segno che mentre offre una comunione con Cristo per costruire la città terrena apre i pensieri e i desideri ad un compimento futuro, a un banchetto nel nuovo regno “ dove sarà asciugata ogni lacrima ” e “ Dio sarà tutto in tutti ”.

 

NEL MONDO D'OGGI, COME ESSERE PERSONE DI SPERANZA?

COME ESSERE FIGLIO/A DELLA DIVINA PROVVIDENZA OGGI?

Penso che Don Orione inizierebbe a risponderci dicendo subito: "Abbiate il coraggio del bene!". Non basta piagnucolare sulla tristezza dei tempi e degli uomini e non basta dire: 'O Signore! O Signore!'. Bisogna pregare e lavorare. I Santi ce li figurano retrogra­di. No! Sono i più progressisti. I Santi veri trafficarono tutti e molto bene i loro talenti. Gettiamoci nel fuoco dei tempi nuovi per fare il bene, cacciamoci in mezzo al popolo per salvarlo. Troveremo sempre nuova fede e nuovo coraggio ad operare se non lavoreremo per fini umani. Ariamo e poi riseminiamo Gesù Cristo nell'anima del popolo: l'umanità oggi ha supremamente bisogno del cuore di Gesù Cristo " ( Scritti , 79. 286-287).

Qualche indicazione pratica.

•  Vivere Gesù ( preghiera, sacramenti, ascolto della Parola, carità ) , speranza del mondo “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8). E' lui il progetto e l'artefice del nuovo Regno. “ Con Cristo tutto si eleva, tutto si nobilita: famiglia, amore di patria, ingegno, arti, scienze, industrie, progresso, organizzazione sociale" ( Scritti 53, 9 ) .

Proprio a partire da Gesù e dal nuovo Regno inaugurato con la sua resurrezione, i santi e la Chiesa santa, sono diventati uomini di speranza, rinnovatori di cultura, incisivi riformatori della società, costruttori di pace. Non sarà così anche nel III millennio? “ Bisogna avere un cuore grande e il cuore a noi lo deve formare Gesù, Gesù, mio figliuolo, ti raccomando di vivere e di respirare di Gesù; solo Gesù ci può formare il cuore buono e grande. Vestiamo Gesù Cristo dentro e fuori, respiriamo Gesù Cristo, viviamo Gesù Cristo ” ( Scritti 80. 278).

 

•  Accogliere il nostro futuro incerto non come una minaccia ma come un cammino di Dio e della sua Provvidenza. "Sì, Opera della Divina Provvidenza: proclamare contro il materialismo storico ‘Tua Providentia omnia gubernat'. La Provvidenza Divina è la continua creazione delle cose" ( Scritti 68, 418) .

Don Orione tenne una mirabile conferenza all'Universitù Cattolica di Milano sul tema "La c’è la Provvidenza!".

Ciò comporta resistere alla tentazione di confidare in idoli e ideologie, in miti e droghe, di cadere nella depressione e nel cinismo del “tutto è inutile” e “niente vale”. Se non c'è la speranza è quasi inevitabile: senza speranza non si vive.

In Cristo, le sofferenze e le difficoltà sono “pasquali”, cioè sono “doglie di parto”, di vita e non di morte, sono tensioni di crescita e di liberazione. “ Siamo Figli della Divina Provvidenza, e non disperiamo, ma, anzi, confidiamo grandemente in Dio! Non siamo di quei catastrofici che credono il mondo finisca domani; la corruzione e il male morale sono grandi, è vero, ma ritengo, e fermamente credo, che l'ultimo a vincere sarà Iddio, e Dio vincerà in una infinita misericordia. Una grande epoca sta per venire! ” ( Lettere II, 369). Sant'Agostino esortava: “Cantiamo Alleluia quaggiù, mentre siamo ancora inquieti, perché possiamo cantarlo un giorno lassù quando saremo liberi da preoccupazioni”.

 

•  Solo la carità salverà il mondo”: “ fare del bene sempre, del bene a tutti, del male mai a nessuno ”, cioè perseverare nel bene, valorizzare l'opera presente sapendo che “vale per l'eternità”. Scopriremo un giorno che, nella storia della Divina Provvidenza, la nostra vita, con i suoi successi e sconfitte, avrà un senso. Tutto il bene serve nelle mani di Dio per mandare avanti il suo progetto di Provvidenza (“ Anche un bicchier d'acqua dato nel mio nome… ”, anche “ due pani e cinque pesci ”) perché “ dove finisce la mano dell'uomo, comincia sempre la mano di Dio, la Provvidenza di Dio ” (Scritti 81, 286).

Tutto ha senso e valore. San Paolo ci ricorda che “ tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno" (Rm 8,28). Il senso della nostra vita è dato dal mistero di Dio che tutto comprende nel suo “instaurare omnia in Christo” vittorioso. “ La Provvidenza di Dio, che dal centro della eternità padroneggia i secoli, non può temere che le manchi il tempo a compiere i disegni dell'altissimo ”, perciò, conclude Don Orione “ riposiamo il cuore abbandonatamente nelle sue braccia, e lavoriamo e preghiamo, e preghiamo e lavoriamo, aspettando questo tempo, che sarà quando che sia, ma che certamente verrà, poiché l'ultimo a vincere è sempre Iddio ” ( Scritti 52, 20).

 

•  Fare la volontà di Dio . La fiducia nella Divina Provvidenza si traduce nell' obbedienza alla sua Volontà nella nostra storia “qui e ora”. “ Figlio della Divina Provvidenza significa figlio dell'obbedienza” . Chi non costruisce con Dio disperde. “Se il Signore non costruisce la città, invano vi faticano i lavoratori” (Sl 127, 1). “ Non si fa mai molto se non quando si fa molto la volontà di Dio ” ( Scritti 55, 14). Occorre rimanere aperti al Dio delle sorprese quando ci chiede di entrare nelle sue vie, nei suoi progetti, a volte sconvolgendo i nostri piani per il futuro e chiedendoci di fare cose che noi non avremmo mai immaginato. Don Orione diceva: “sto a vedere che carta mi gioca il Signore”.

Il “fare la volontà di Dio”, da figli, non porta a regredire nella passività infantile, ma potenzia l'intelligenza e la responsabilità nel collaborare in una relazione “da figli” al progetto del Padre.

Benedetto XVI durante la santa Messa per l'inizio del suo ministero petrino , il 24 aprile 2005, disse: “ Cari amici! In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di governo. (…) Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa , della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia ”.

 

•  Testimoni vivaci, interessanti, trascinanti, apostolici. La nostra vita vissuta con fiducia nella Divina Provvidenza sarà gioiosa, attiva e progressiva anche in un mondo incollato al presente e che teme il futuro. La nostra vita ha senso, è tutta preziosa e non una “passione inutile” (Camus). Per grazia di Dio, noi siamo sereni e fiduciosi, appassionati e applicati in tutte le realtà quotidiane, “ collaboratori con la mano di Dio che edifica e non disfattisti col diavolo ” ( Scritti 32, 244). E aggiungeva: “la mano di Dio conduce tutte le cose. Qualcuno di voi dirà: Anche i mali? Si, anche i mali morali. Anche il peccato? Si, anche il peccato. Non il male morale per sé, ma perché ci fa sentire che siamo niente davanti al Signore” (Parola 8, 37) . Se altri giovani colgono in noi il profumo della gioia del Regno, ne saranno affascinati e si metteranno sulle tracce di Gesù e della speranza.

 

•  “Fuori di sacrestia” . Un giovane orionino non può e non deve essere solo il giovane delle riunioni di gruppo, dei canti con la chitarra, delle belle giornate trascorse insieme. " Dobbiamo essere santi, ma farci tali santi che la nostra santità non appartenga solo al culto dei fedeli, né stia solo nella Chiesa, ma trascenda e getti nella società tanto splendore di luce, tanta vita di amore a Dio e degli uomini da essere, più che i santi della Chiesa, i santi del popolo e della salute sociale " . ( In cammino , p.325)

Questo era l'atteggiamento di Don Orione. E spiegava: " Non perdere d'occhio mai la Chiesa , né la sacrestia, anzi il cuore deve essere là, la vita là, là dove è l'Ostia; ma, con le debite cautele, bisogna che vi buttiate ad un lavoro che non sia più solo il lavoro che fate in Chiesa " ( Lettere II,77).

Come è presente nei gruppi e nel nostro movimento giovanile orionino l'impegno solidale, politico, sociale, culturale?

 

•  Camminare insieme. La speranza va coniugata al plurale. Va coniugata con la Chiesa e con la società in cui viviamo. “ Frater qui adiuvatur a frate quasi civitas firma. Quanto è bello amare il Signore e lavorare uniti e concordi pel Signore e nelle mani della S. Chiesa ” ( Scritti 48, 216).

Gli atteggiamenti personali di unione a Gesù, di fiducia nella Divina Provvidenza, di disponibilità ai progetti di Dio devono aprirsi ad atteggiamenti comunitari sempre più ampi che abbraccino la famiglia, il proprio ambiente di vita, la parrocchia, la società, la Chiesa. Tutto quello che si fa per “fare famiglia”, per fare comunità (civile e ecclesiale), per entrare in un movimento… fortifica la speranza.

Insieme all' azione puntuale del “fare del bene sempre, del bene a tutti” occorrono progetti comunitari , delle mete comuni, dei cammini comuni. Sappiamo che questo ha vissuto la Chiesa , per esempio, con il Concilio Vaticano II e con le grandi riunioni ecclesiali ( sinodi = vedere e camminare insieme) dedicate al discernere e decidere cammini comuni nei tempi d'oggi. Similmente fa la nostra Congregazione con i suoi Capitoli, i Segretariati, i Movimenti.

 

In questo quadro, è provvidenziale, cari giovani, il vostro essere in “movimento” con Don Orione e con la famiglia orionina. E' una scuola di vita. E' un cammino di speranza.

Anche questo Forum , con i suoi obiettivi specifici di “attualizzare” un progetto di vita cristiana-orionina e di “coordinare un movimento” giovanile orionino internazionale, è un atto di speranza che risponde alle sfide del mondo d'oggi e alle attese dei popoli e delle Chiese cui appartenete.

Avanti, dunque, perché state facendo qualcosa di valido e di santo che va al di là delle vostre persone e, in Cristo, sarà una piccola opera della Divina Provvidenza nel cammino verso un mondo migliore .

 

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FILHOS DA DIVINA PROVIDÊNCIA

NUM MUNDO QUE NÃO SONHA MAIS

 

Pe. Flávio Peloso

Fórum dos Jovens - Rio de Janeiro, 25-10-2006

 

A busca pelos estímulos do mundo de hoje que interpelam os jovens orionitas pode ser feita lendo a realidade atual à luz da identidade carismática do jovem orionita presente no Projeto Orionita de Pastoral Juvenil (pg. 22-29). Os traços principais dessa identidade estão presentes como se fosse um Decálogo: 1. “Somente Deus!”, 2. caridade, 3. amor à Igreja, 4. confiança na Divina Providência, 5. criatividade e audácia, 6. uma vida simples, 7. alegria, 8. devoção mariana, 9. a Cruz, 10. laboriosidade.

Se essas são as características do jovem orionita, quais os desafios do mundo de hoje que fazem despertar a sensibilidade e a ação do jovem orionita? Mais que um tema para uma lição ou conferência é um argumento de pesquisa e reflexão de grupo.

Como pequena contribuição à reflexão desse nosso Fórum limito-me a um aspecto do clima histórico e cultural do início do Terceiro Milênio que coloca à prova, estimula e exige uma nossa resposta como Orionitas em geral e dos jovens em particular.

 

 

QUEM TEM A CORAGEM DE SONHAR DEPOIS DO SÉCULO XX?

Um dos fenômenos mais característicos, e também um dos mais preocupantes do mundo de hoje, é o enfraquecimento da esperança e da capacidade de projetar olhando para o futuro. O desafio que daí deriva diz respeito à nossa capacidade de viver a história com esperança. Direi que esta é a “mãe de todos os desafios”. Sem esperança, a civilização se introverte e fracassa.

É um desafio que desperta e que estimula toda a Família Orionita, ou seja a Pequena Obra da Divina Providência, uma Família que tem a sua fonte vital e a sua marca identificadora na confiança na Divina Providência . É um desafio que provoca de modo especial os jovens orionitas que – pelo carisma próprio da idade juvenil – são, e são chamados a ser, a ala avançada da esperança.

Sabemos que a esperança floresce e cresce dentro do horizonte de uma história que assume o passado e olha para o futuro. Pois bem, hoje está em crise a visão de futuro e com ela está em crise também a esperança. A pós-modernidade é uma estação não muito favorável à esperança: o pensamento “fraco” se mostra incapaz e nem mesmo interessado em entender quem somos e para onde vamos; se fecha no presentismo, no “aqui e agora” que deve ser aproveitado, consumido, defendido; renuncia a contextualizar o hoje dentro de uma visão de futuro interessante, agradável, estimulante.

“Quando eu era jovem” (anos ‘60/70), na cultura predominante – não apenas dos livros e dos congressos, mas entre o povo, nos diversos grupos, nos discursos, nas homilias e nas canções – respirava-se um clima de confiança no progresso da humanidade. “Caminharemos juntos rumo a um mundo melhor ” era uma das canções símbolo da minha juventude; traduzida do inglês, nós cantávamos essa música também na igreja em Villa Moffa. Personagens como John Kennedy com a sua visão de “nova fronteira” ou Martin Luther King com o seu “ Sonho um mundo melhor” ou Papa João XXIII que convoca um Concílio para a “ renovação da Igreja” lançavam sonhos planetários que agregavam sentimentos, estimulavam energias e projetos.

Nesse clima de otimismo coletivo, a humanidade, para alguns, caminhava rumo a um paraíso capitalista e, para outros, rumo ao paraíso comunista, para outros ainda rumo a um humanismo sem adjetivos ideológicos, políticos, religiosos, geográficos, finalmente racional, fraterno e pacífico. De qualquer modo que se entendesse esse desejo de futuro melhor, Leste e Oeste, esquerda e direita, leigos e fiéis, e sobretudo os jovens da “nova geração” (a new generation ) partilhavam a convicção, o entusiasmo e a dinamicidade de uma humanidade a caminho, “ rumo a mundo melhor ”, ainda que “ longa é a estrada, fatigoso o caminho ”.

Hoje esse otimismo se perdeu. Não temos mais tanta segurança de caminhar “ rumo a um mundo melhor”.

A queda do Muro de Berlim, em 1989, e a destruição das Torres Gêmeas de Nova York, no dia 11 de setembro de 2001, constituíram o símbolo trágico da queda de dois sistemas de vida nos quais se colocava a esperança de felicidade, segurança, bem estar, paz para a inteira humanidade. Também a América Latina, nos decênios passados, era atravessada por uma onda de esperança de um futuro melhor que se conseguiria através de um processo de libertação global, da conscientização e da transformação das pessoas e das estruturas; hoje, ela se encontra menos otimista repetindo os esquemas e sofrendo as conseqüências da globalização. Inteiros continentes, como a Ásia e a África – “o continente da esperança” -, estão aprisionados numa pobreza que parece insuperável e a única visão de futuro para aqueles povos parece ser a da sobrevivência.

O futuro parece, então, reservar-nos mais ameaças do que boas promessas. Hoje ninguém mais fala de visões messiânicas de um futuro melhor. Precisamente no século XX a esperança foi destruída por aqueles que demonstravam conhecer como deveria ser o mundo melhor . Milhões de pessoas morreram nos gulags soviéticos, mortos por aqueles que sabiam para onde caminhava a humanidade. Recordo a impressão que tive quando visitei o Campo de Concentração de Auschwitz e a visão daquele mapa de linhas ferroviárias, da Noruega à Grécia, da França até a Ucrânia, que convergiam e terminavam num trilho morto. Auschwitz fazia parte do projeto cientifico de quem tinha a visão de um futuro melhor para a humanidade. Também Pol Pot massacrou um terço de todos os cambogianos porque ele sabia qual história se deveria contar no futuro. Os potentes da economia impuseram a sua visão de futuro condenando povos inteiros à miséria, à fome e à morte.

Vivemos um tempo sem visões de futuro, sem uma meta rumo à qual nos movermos. Como ser cristão (“ aqueles que têm esperança ”) e como ser Orionita (“ filhos da Divina Providência ”), hoje?

Recordemos o que é específico da esperança cristã: ela atravessa o tempo e a história, iluminando-os, mas sem oferecer uma visão histórica específica a ser concretizada. Não podemos abrir o Livro do Apocalipse e dizer: “Olhem aqui, jovens, cinco flagelos sofridos e dois que ainda deve ser suportados. Daqui há pouco teremos novos céus e terra nova na qual a justiça sempre habitará”.

Sem dúvida os discípulos que foram a Jerusalém para a Páscoa estavam cheios de esperança (visão) e convencidos que algo de bom estaria para acontecer: Jesus se revelaria como Messias; os Romanos seriam expulsos da Terra Santa, ou algo parecido. É como, no caminho de Emaús, os discípulos confessaram a Jesus: “Nós esperávamos que fosse ele quem libertaria Israel” (Lc 24, 21). O verbo “esperar” no passado revela a frustração. Qualquer fato que recordada servia só para destruir a esperança. Judas tinha vendido Jesus; Pedro tinha traído Jesus; os outros discípulos tinham fugido de medo. Depois da sua paixão e morte eles não tinham mais história pra contar, não tinham mais esperança de vida.

No momento em que essa frágil comunidade estava quase desabando, “ Jesus tomou o pão, pronunciou a benção, partiu-o e deu a eles, dizendo: Isto é o meu corpo, que é dado por vós ”. Foi um gesto não entendido. Depois da ressurreição, Jesus aparece aos Doze e a muitos outros. Alguém entendeu, e acendeu a esperança no mundo. Invencível, impossível deter.

Num tempo em que muitos estão agarrados ao presente “que deve ser eternizado” o máximo possível (comprando-o, defendendo-o, consumindo-o, etc.) e outros contam histórias de um futuro temível, nós cristãos oferecemos uma boa notícia, uma esperança que não está condicionada a uma visão particular de mundo e de futuro. A nossa esperança é Jesus ressuscitado que se faz presente no misterioso sinal do pão partido e partilhado e do cálice de vinho que passa de mão em mão entre os discípulos. É um sinal que, ao oferecer a comunhão com Cristo para construir a cidade terrena, remete o pensamento e a vontade a uma realização futura, a um banquete do novo reino “ onde toda lágrima vai ser enxugada ” e “ Deus será tudo em todos ”.

 

NO MUNDO ATUAL, COMO SER JOVENS DE ESPERANÇA?

COME SER, HOJE, FILHO/A DA DIVINA PROVIDÊNCIA?

Penso que Dom Orione começaria a responder dizendo imediatamente: " Não basta choramingar as tristezas do tempo e dos homens e não basta dizer: 'Senhor! Senhor!'. É necessário rezar e trabalhar. Os Santos são representados como pessoas retrógradas. Não! Eles são os grandes progressistas. Os Santos verdadeiros comercializaram muito bem os talentos que receberam. Lancemo-nos no fogo dos novos tempos para fazer o bem, coloquemo-nos no meio do povo para salvá-lo. Se não trabalhamos somente com objetivos humanos teremos sempre mais fé e seremos sempre mais encorajados a operar. Lavremos e depois semeemos Jesus Cristo na alma do povo: a humanidade tem hoje suprema necessidade do coração de Jesus Cristo " ( Scritti , 79. 286-287).

Algumas indicações concretas.

 

•  Viver Jesus (oração, sacramentos, escuta da Palavra, caridade), esperança do mundo “ontem, hoje e sempre” (Hb 13,8). É ele o projeto e o artífice do novo Reino. “ Com Cristo tudo se eleva, tudo se enobrece: família, amor à pátria, talento, artes, ciências, indústrias, progresso, organização social " ( Scritti 53, 9 ) .

Foi exatamente a partir de Jesus e do novo Reino, inaugurado com a sua ressurreição, que os santos e a Igreja santa, se tornaram homens de esperança, renovadores de cultura, incisivos reformadores da sociedade, construtores de paz. Não será assim também no III milênio ? “ È preciso ter um coração grande e o nosso coração deve ser formado por Jesus; Jesus, meu filhinho, recomendo a você de viver e de respirar Jesus; somente Jesus nos pode formar o coração bom e grande. Revistamo-nos de Jesus Cristo por dentro e por fora, respiremos Jesus Cristo, vivamos Jesus Cristo ” ( Scritti 80. 278).

 

•  Acolher o nosso futuro incerto não como uma ameaça mas como um caminho de Deus e da sua Providência. "Sim, Obra da Divina Providência: proclamar contra o materialismo histórico ‘Tua Providentia omnia gubernat'. A Providência Divina é a contínua criação das coisas " ( Scritti 68, 418) .

Isso comporta resistir à tentação de confiar em ídolos e ideologias, em mitos e drogas, de cair na depressão e no cinismo de que “tudo é inútil” e “nada serve”. Se não existe esperança é quase inevitável: sem esperança não se pode viver .

Em Cristo, os sofrimentos e as dificuldades são “pascais”, ou seja são “dores de parto”, de vida e não de morte, são tensões de crescimento e de libertação. “ Somos Filhos da Divina Providência, e não desesperemos, mas confiemos grandemente em Deus! Não somos do tipo daqueles catastróficos que crêem que o mundo vai acabar amanhã; a corrupção e o mal moral são grandes, é verdade, mas penso, e creio firmemente, que o último a vencer será sempre Deus, e Ele vencerá numa infinita misericórdia. Uma grande época está porvir ! ” ( Lettere II, 369). Santo Agostinho exortava: “Cantemos o Aleluia aqui na terra, enquanto estamos ainda inquietos, para que possamos cantá-lo um dia lá no céu, libertos de todas as preocupações”.

 

•  Somente a caridade salvará o mundo”: “fazer o bem sempre, o bem a todos, o mal nunca a ninguém ”, ou seja perseverar no bem, valorizar o que se faz no presente sabendo que “vale para a eternidade”. Descobriremos um dia que, na história da Divina Providência, a nossa vida, com os seus sucessos e derrotas, terá um sentido. Todo o bem serve nas mãos de Deus para mandar avante o seu projeto de Providência (“ Até mesmo um copo d'água dado no meu nome… ”, ou “ dois pães e cinco peixes ”) porque “ onde acaba a mão do homem, começa sempre a mão de Deus, a Providência de Deus ” ( Scritti 81, 286).

Tudo tem sentido e valor. São Paulo nos recorda que “tudo contribui para o bem daqueles que amam a Deus, daqueles que são chamados segundo o seu desígnio " (Rm 8,28). O sentido da nossa vida é dado pelo mistério de Deus que tudo inclui no seu “instaurare omnia in Christo” vitorioso. “ A Providência de Deus, que a partir do centro da eternidade domina os séculos, não pode temer que falte a ele o tempo para cumprir os desígnios do altíssimo ”, por isso, conclui Dom Orione “ repousemos de modo abandonado o nosso coração em seus braços, trabalhemos e rezemos, rezemos e trabalhemos, esperando o tempo, que será quando será, mas que certamente chegará, pois o último a vencer é sempre Deus ” ( Scritti 52, 20).

 

•  Fazer a vontade de Deus . A confiança na Divina Providência se traduz na obediência à sua Vontade em nossa história “aqui e agora”. “ Filho da Divina Providência significa filho da obediência” . Quem não constrói com Deus, dispersa. “Se o Senhor não construir a cidade, em vão trabalharão seus construtores” (Sl 127, 1). “ Não se faz nunca muito senão quando se faz muito a vontade de Deus ” ( Scritti 55, 14). É preciso permanecer disponíveis ao Deus que surpreende quando pede que percorramos os seus caminhos, os seus projetos, muitas vezes bagunçando os nossos planos de futuro e pedindo que façamos coisas que jamais imaginamos. Dom Orione dizia : “estou esperando para ver que carta jogará o Senhor”.

“Fazer a vontade de Deus”, como filhos, não faz regredir à passividade infantil, mas potencializa a inteligência, a responsabilidade e a vontade em colaborar para com o projeto do Pai, “como filhos”.

Bento XVI durante a S anta Missa do início do seu ministério petrino , no dia 24 de abril de 2005, disse: “ Caros amigos! Nesse momento não sinto a necessidade de apresentar um programa de governo. (…) O meu verdadeiro programa de governo é aquele de não fazer a minha vontade, de não perseguir as minhas idéias, mas de colocar-me em atitude de escuta, com toda a Igreja, da palavra e da vontade do Senhor e deixar-me guiar por Ele, de modo que seja Ele mesmo a guiar a Igreja nessa hora da nossa história ”.

 

•  Testemunhas vivas, interessantes, entusiasmadas, apostólicas. A nossa vida vivenciada com confiança na Divina Providência será agradável, ativa e progressiva mesmo num mundo apegado ao presente e que teme o futuro. A nossa vida tem sentido, é totalmente preciosa e não uma “paixão inútil” (Camus). Pela graça de Deus, somos serenos e confiantes, apaixonados e aplicados em todas as realidades cotidianas, “ colaboradores com a mão de Deus que edifica e não pessimistas com o diabo ” ( Scritti 32, 244). E acrescentava: “a mão de Deus conduz todas as coisas. Alguém poderá dizer: Também os males? Sim, também os males morais. Também o pecado? Sim, também o pecado. Não o mal moral por si só, mas porque nos faz sentir que nada somos diante do Senhor” (Parola 8, 37) . Se outros jovens colhem em nós o perfume da alegria do Reino, serão fascinados e se colocaram nas pegadas de Jesus e da esperança.

 

•  “Fora da sacristia” . Um jovem orionita não pode e nem deve ser somente o jovem das reuniões de grupo, dos cantos com o violão, das belas jornadas passadas juntos. " Devemos ser santos, fazer-nos santos de modo que a nossa santidade não pertença somente ao culto dos fiéis, nem esteja somente na Igreja, mas transcenda e faça brilhar na sociedade o esplendor de tanta luz, de tanta vida de amor a Deus e aos homens de modo que sejamos, mais que os santos da Igreja, os santos do povo e da saúde social " . ( In cammino , p.325)

Esse era o comportamento de Dom Orione. Explicava: " Não perder jamais do alcance da vista a Igreja, nem a sacristia, ou melhor o coração deve estar sempre lá, a vida lá, lá onde está a Hóstia; mas, com as devidas cautelas, è preciso que vocês se lancem a um trabalho que não seja mais somente o trabalho que fazem na Igreja " ( Lettere II,77).

Em que modo está presente nos grupos e em nosso movimento juvenil Orionita o compromisso de solidariedade, político, social, cultural?

 

•  Caminhar juntos. A esperança deve ser conjugada no plural. Deve ser conjugada com a Igreja e com a sociedade na qual vivemos. “ Frater qui adiuvatur a frate quasi civitas firma. Como é belo amar o Senhor e trabalhar unidos e concordes pelo Senhor e nas mãos da Santa Igreja ” ( Scritti 48, 216).

As atitudes pessoais de união a Jesus, de confiança na Divina Providência, de disponibilidade aos projetos de Deus devem abrir-se a atitudes comunitárias sempre mais amplas que abracem a família, o próprio ambiente de vida, a paróquia, a sociedade, a Igreja. Tudo aquilo que se faz para “construir família”, construir comunidade (civil e eclesial), entrar num movimento, construir Igreja, fortifica a esperança. Junto com a ação pontual do “ fazer o bem sempre, o bem a todos ” são necessários projetos comunitários, metas comuns, caminhos comuns. Sabemos que isso foi vivido pela Igreja, por exemplo, com o Concílio Vaticano II e com as grandes reuniões eclesiais ( sinodi = ver e caminhar juntos) dedicados ao discernimento e às decisões comuns nos tempos de hoje. De modo símile faz a nossa Congregação com os seus Capítulos, Secretariados, Movimentos.

 

Nesse contexto, é providencial, caríssimos jovens, o fato de estar “em movimento” com Dom Orione e com a família orionita. É uma escola de vida. É um caminho de esperança.

Também este Fórum, com os seus objetivos específicos de “atualizar” um projeto de vida cristã-orionita e de “coordenar um movimento” juvenil orionita internacional, é um ato de esperança que responde aos desafios do mundo de hoje e às esperanças dos povos e das Igrejas particulares às quais vocês pertencem.

Avante, portanto, porque vocês estão construindo algo de válido e de santo que vai muito além das pessoas de vocês e, em Cristo, será uma pequena obra da Divina Providência no caminho rumo a um mundo melhor .

 

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HIJOS DE LA DIVINA PROVIDENCIA

EN UN MUNDO QUE NO SUEÑA MÁS

 

P. Flavio Peloso

Forum Jóvenes – Rio de Janeiro, 25.10.2006

 

 

La búsqueda de los estímulos que provienen del mundo de hoy a los jóvenes orioninos podría ser hecha leyendo la realidad actual a la luz del identikit carismático del joven orionino presente en el Proyecto orionino de pastoral juvenil (pp. 22-29). Los rasgos principales casi son presentados como en un decálogo: 1. "¡Dios solo!", 2. caridad, 3. amor a la Iglesia , 4. confianza en la Divina Providencia , 5. creatividad y audacia, 6. una vida simple, 7. alegría, 8. devoción mariana, 9. la Cruz , 10. laboriosidad.

Si éstas son las características del joven orionino, ¿cuáles son los desafíos del mundo de hoy que activan la sensibilidad y la acción del joven orionino?

Más que un tema de una charla o de una conferencia es un argumento de búsqueda y reflexión de grupo.

Como pequeña contribución a la reflexión del Forum me detendré sobre un aspecto del clima histórico y cultural del principio del Tercer Milenio que pone a prueba, estimula, invoca una particular contribución de parte de nosotros Orioninos/as y de los jóvenes en particular.

 

¿QUIÉN TIENE EL ÁNIMO DE SOÑAR DESPUÉS DEL SIGLO XX?

Uno de los fenómenos más característicos y también preocupantes del mundo de hoy es el de la descenso del nivel de esperanza y proyectualidad de cara al futuro. El desafío que deriva concierne a la capacidad de vivir nuestra historia con esperanza. Diría que éste es “la madre de todos los desafíos”. Sin la esperanza la civilización se cierra en sí misma y decae.

Es un desafío que provoca y estimula a toda la Familia orionina, que es una Pequeña Obra de la Divina Providencia , una Familia que tiene en la confianza en la Divina Providencia su manantial vital y su actitud identificante. Interpela de modo particular a los jóvenes orioninos que - también por el carisma propio de la edad juvenil - son, y son llamados a ser, el ala avanzada de la esperanza.

Sabemos que la esperanza florece y crece en el horizonte de una historia que abraza el pasado y mira al futuro. Ahora bien, hoy está en crisis la visión del futuro y con ella está en crisis la esperanza. La post-modernidad es una época que no es favorable a la esperanza: el pensamiento "débil" se declara incapaz y no interesado en entender quienes somos y dónde vamos; se replega en el presentismo , en el "aquí y ahora" de gozar, consumir, defender; renuncia a colocar el hoy en una visión de futuro interesante, amable, estimulante.

"Cuando era joven" (años 60/70), en la cultura dominante - no sólo la de los libros y de los congresos, sino entre la gente, entre los jovenes, en los grupos de cada tipo, en los discursos, en las prédicas como en las canciones - se respiraba confianza en el progreso de la humanidad. Hacia un mundo mejor caminaremos juntos" fue una de las canciones símbolo de mi juventud; traducida del inglés, también la cantábamos en iglesia en Villa Moffa. Personajes como John Kennedy con la visión de la "nueva frontera" o Martin Luther King o Papa Giovanni XXIII lanzaron sueños planetarios que sumaban sentimientos, pusieron en marcha energías, proyectos.

En este optimismo colectivo, para algunos, la humanidad se movía hacia un paraíso capitalista y por otros hacia el paraíso comunista, para otros todavía hacia un humanismo sin adjetivos ideológicos, políticos, religiosos, geográficos, finalmente razonable, fraterno y pacífico. Como fuera entendido el futuro mejor, Este y Oeste, izquierda y derecha, religiosos y no creyentes, y sobre todo los jóvenes de la "nueva generación" (la new generation de los años '60) compartían la convicción, el entusiasmo y la iniciativa por la humanidad en camino "hacia un mundo mejor” , aunque "el camino es largo, pesado el camino", como decia la canciòn.

Hoy este optimismo, quizás también un poco ingenuo, se ha desvanecido. No se está más seguros de caminar “hacia un mundo mejor”.

La caída del Muro de Berlín , en 1989, y la destrucción de las Torres gemelas de Nueva York, el 11 de septiembre de 2001, han constituido el símbolo trágico del derrumbamiento de dos sistemas de vida en los que se ponía la esperanza de felicidad, seguridad, bienestar, de paz para la entera humanidad. También América latina, en las décadas pasadas, fue recorrida por la visión de un futuro mejor, alcanzable con un proceso de liberación global, de concientización y de transformación de personas y estructuras; hoy, se encuentra, menos optimista, repetiendo los esquemas y las consecuencias de la globalización. Enteros continentes como Asia y África - "el continente de la esperanza" -, están encarcelados en una pobreza que parece insuperable y la única visión de futuro para aquellos pueblos parece ser el de la sobrevivencia.

Entonces, el futuro parece reservarnos más amenazas que buenas promesas. Hoy nadie más presenta visiones mesiánicas de un futuro mejor.

Justo en el siglo XX la esperanza ha sido quebrantada por los que tuvieron "visiones", que decían de conocer como debe ser el mundo mejor. Millones de personas murieron en los gulags soviéticos, asesinados por los que sabían hacia donde se dirigía la humanidad. Recuerdo la impresión de la visita al Campo de concentración de Auschwitz y a aquel mapa de líneas de ferrocarril, de Noruega a Grecia, de Francia a Ucrania, que confluyeron y acabaron en aquella vía muerta. Fue el producto de los que planearon científicamente y eficazmente el futuro de la humanidad. También Pol Pot masacró una tercera parte de los camboyanos porque él sabía qué historia hacía falta contar sobre el futuro. Los potente de la economía han impuesto su visión de futuro empobreciendo hasta la muerte a pueblos enteros.

Estamos en un tiempo sin visiones de futuro, sin una meta hacia la cual moverse. ¿Cómo ser cristianos (" los que tienen la esperanza" ), y como ser Orioninos (" hijos de la Divina Providencia " ) hoy?

Recordamos que el cristianismo ofrece una esperanza que atraviesa el tiempo y la historia pero sin ofrecernos alguna visión histórica precisa que realizar. No podemos abrir el Libro del Apocalipsis y decir: "He aquí, chicos, cinco flagelos padecidos y dos todavía por padecer. Enseguida tendremos cielos nuevos y tierra nueva en que la justicia siempre habitará."

Sin duda los discípulos que fueron a Jerusalén para la Pascua quedaron animados por la esperanza (visión) que algo de bueno debía ocurrir: Jesús se habría revelado como Mesías; los romanos habrían sido hechados de la Tierra Santa o algo parecido. Como los discípulos sobre la vía de Emmaus le confesaron a Jesús: "Nosotros esperábamos que fuera él el que liberara Israel", (Lc 24, 21). Aquel verbo en pasado revela la desilusión. En cualquier episodio que ellos contaban, se derrumbaba la esperanza. Judas vendió a Jesús; Pedro lo traicionó; los otros discípulos habían huido por miedo. Después de su pasión y muerte ellos no tenían historia que contar, esperanza por la cual vivir.

En el momento en que esta frágil comunidad estuvo a punto de derrumbarse, "Jesús tomó el pan, lo bendijo y se lo dio diciendo: Éste es mi cuerpo, entregado por ustedes." Quedó como un gesto no entendido. Después de la resurrección, Jesús apareció a los Doce y a la multitud. Alguien entendió, y encendió la esperanza en el mundo. Invencible, imparable.

 

En un tiempo en el cual muchos son atados al presente “de eternizar” lo más posible (comprándolo, defendiéndolo, consumiéndolo, etcétera) y otros cuentan historias de un futuro temible, nosotros los cristianos ofrecemos una buena noticia, una esperanza que no está ligada a ninguna visión particular del mundo y el futuro. Nuestra esperanza es Jesús resucitado hecho presente en aquél misterioso signo del pan partido y compartido y la copa de vino pasada a los discípulos. Es un signo que mientras ofrece una comunión con Cristo abre los pensamientos y los deseos a un cumplimiento futuro, a un banquete futuro en el nuevo reino "dónde será secada toda lágrima" y "Dios será todo en todos."

 

¿EN EL MUNDO DE HOY, COMO SER PERSONAS DE ESPERANZA?

¿CÓMO SER HOY HIJO/A DE LA DIVINA PROVIDENCIA?

 

¡Pienso que Don Orione iniciaría diciendo enseguida: “No basta con lloriquear sobre la tristeza de los tiempos y los hombres y no basta con decir:' ¡Oh Señor! ¡Oh Señor!. Hace falta rezar y trabajar. A los Santos los representan retrogrados. ¡No! Son los más progresistas. Los Santos verdaderos utilizaron todos y muy bien sus talentos. Echémonos en el fuego de los tiempos nuevos para hacer el bien, arrojémonos entre el pueblo para salvarlo. Siempre encontraremos nueva fe y nuevo ánimo para obrar si no trabajamos por fines humanos. Aramos y luego resembramos Jesús Cristo en el alma del pueblo: hoy la humanidad necesita supremamente el corazón de Jesús Cristo." ( Escritos , 79. 286-287)

Alguna indicación práctica.

 

  1. Vivir Jesús (oración, sacramentos, escucha de la Palabra ), esperanza del mundo, "ayer, hoy y siempre" (Heb 13,8). Es él el proyecto y el artífice del nuevo Reino. "Con Cristo todo se eleva, todo se ennoblece: familia, amor de patria, ingenio, artes, ciencias, industrias, progreso, organización social", (Escritos 53, 9). Justamente, a partir de Jesús y del nuevo Reino inaugurado con su resurrección, los santos y la Iglesia santa, se han convertido en hombres de esperanza, renovadores de cultura, incisivos reformadores de la sociedad, constructores de paz. ¿No será también así en el III milenio?

"Hace falta tener un corazón grande y el corazón nos lo debe formar a Jesús, Jesús, hijo mío, te encomiendo vivir y respirar de Jesús; sólo Jesús puede formarnos el corazón bueno y grande. Vistamos Jesucristo dentro y fuera, respiremos Jesucristo, vivamos Jesucristo" (Escritos 80. 278).

 

  1. Acoger nuestro futuro incierto no como una amenaza sino como un camino de Dios y su Providencia . "Sí, Obra de la Divina Providencia : proclamar contra el materialismo histórico ‘Tua Providentia omnia gubernat'. La Providencia Divina es la continua creación de las cosas" ( Escritos 68, 418). Eso comporta resistir a la tentación de buscar fuerza en ídolos e ideologías, en mitos o drogas, de caer completamente en la depresión y en el cinismo del “es inútil” y “nada vale”. Si no hay esperanza es casi inevitable, porque sin esperanza no se puede vivir. En Cristo, los sufrimientos y las dificultades son "pascuales", es decir son "dolores de parto", de vida y no de muerte, son tensiones de crecimiento y liberación.

"¡Seamos Hijos de la Divino Providencia , y no desesperamos, pero, más bien, confiemos grandemente en Dios! No somos de aquellos catastróficos que creen el mundo termina mañana; la corrupción y el mal moral son grandes, es verdad, pero creo, y firmemente creo, que él último a vencer será Dios, y Dios vencerá en una infinita misericordia. Una gran época está a punto de venir!" ,(Cartas II, 369).

Fundamentado en la misma esperanza, San Agustín exhortaba: "Cantamos Aleluya aquí abajo, mientras todavía estamos inquietos, porque podremos cantarlo allá arriba un día cuando estemos libres de preocupaciones."

 

  1. “Sólo la caridad salvará el "mundo": "hacer bien siempre a todos, el mal nunca a nadie", es decir perseverar en el bien, valorizar la obra presente sabiendo que "vale para la eternidad”. Descubriremos un día que, en la historia de la Divina Providencia , nuestra vida, con sus éxitos y fracasos, tendrá un sentido. Por cuanto insignificante pueda parecer a veces ( "También un vaso de agua dado en mi nombre…" ), todo el bien sirve en las manos de Dios para hacer progresar su proyecto de Providencia, (también "dos panes y cinco peces" ), porque "dónde la mano del hombre termina, siempre empieza la mano de Dios, la Providencia de Dios", (Escritos 81, 286). Todo todo tiene sentido y valor.

San Paolo nos recuerda que "todo concurre al bien de los que aman a Dios, que han sido llamados según su designio" (Rm 8,28). El sentido de nuestra vida es dado por el misterio de Dios que todo valoriza en su "Instaurare omnia en Christo" victorioso: "él último en vencer es Él, Cristo, y Cristo vence en la caridad y en la misericordia", (Cartas II, 338.)

 

  1. Hacer la voluntad de Dios. La confianza en la Divina Providencia se traduce "en la obediencia a su Voluntad en nuestra historia aquí y ahora." " Hijo de la Divina Providencia significa a hijo de la fé y de la obediencia. "

Quien no construye con Dios dispersa. "Si el Señor no construye la ciudad, en vano trabajan los obreros". “No se hace nunca mucho si no cuando se hace mucho la voluntad de Dios" , (Escritos 55, 14). Hace falta ser abiertos al Dios de las sorpresas cuando nos pide entrar en sus caminos, en sus proyectos, a veces cambiando nuestros planes para el futuro y pidiéndonos hacer cosas que nosotros no hemos imaginado nunca. Don Orione expresava su actitudid diciendo: "estoy viendo que carta me juega el Señor. "

"Hacer la voluntad de Dios", como hijos, con confianza en su Divina Providencia , no lleva a retroceder en la pasividad infantil, sino potencia la inteligencia y la responsabilidad en colaborar en una relación "de hijos" al proyecto del Padre. ¡Benedetto XVI durante la santa Misa al inicio de su ministerio petrino, el 24 de abril de 2005, dijo: "Queridos amigos! En este momento no necesito presentar un programa de gobierno. (…) Mi verdadero programa de gobierno es no hacer mi voluntad, no perseguir mis ideas, sino ponerme a la escucha, con toda la Iglesia , de la palabra y de la voluntad del Señor y dejarme conducir por Él, de modo que sea Él mismo que conduzca la Iglesia en esta hora de nuestra historia."

 

  1. Testigos vivaces, interesantes, que arrastran, apostólicos. Nuestra vida experimentada con confianza en la Divina Providencia también será alegre, activa y progresiva en un mundo apegado al presente y que teme el futuro. Por gracia de Dios, nuestra vida tiene sentido, es preciosa y no una "pasión inútil" (Camus) y nosotros estamos serenos y confiados, apasionados y aplicados en todas las realidades cotidianas, "colaboradores con la mano de Dios que edifica y no derrotistas con el diablo", (Escritos 32, 244). "La mano de Dios conduce todas las cosas. ¿Dirá alguien de vosotros: También los males? Usted, también los malos ánimos. También el pecado?. Usted, también el pecado. No el mal moral por si, pero porque nos hace sentir que somos nada delante del Dios" (Palabra 8, 37). Si otros jóvenes nos cogen en nosotros el perfume de la alegría del Reino, serán fascinados de ello y se meterán sobre las huellas de Jesús y la esperanza.

 

  1. "Fuera de sacristía." Un joven orionino no puede y no tiene que sólo ser el joven de las reuniones de grupo, de los cantos con la guitarra, de los bonitos días pasados juntos. "Tenemos que ser santos, pero hacernos santos en modo que nuestra santidad no pertenezca sólo al culto de los fieles, ni sólo esté en la Iglesia , sino transcienda y arroje en la sociedad tanto resplandor de luz, mucha vida de amor a Dios y de los hombres, de ser, más que los santos de la Iglesia , los santos del pueblo y la salvación social." (En camino, p.325)

Ésta fue la actitud que Don Orione inculcó. Y explicaba además: “no dejar de ver nunca la Iglesia ni la sacristía, más bien el corazón tiene que estar allá, la vida allá, allá dónde está la hostia; pero, con las debidas cautelas, es necesario que se dediquen a un trabajo que ya no sea solo el trabajo que hacen en Iglesia." (Cartas II,77)

¿Cómo es presente en los grupos y en nuestro movimiento juvenil orionino el compromiso político, social, cultural?

 

  1. Caminar juntos. La esperanza debe ser conjugada en plural. Debe ser conjugada con la Iglesia y con la sociedad en que vivimos. “ Frater qui adiuvatur a frate quasi civitas firma. Qué bonito es querer al Señor y trabajar unidos y concordes para el Señor y en las manos de la S. Iglesia " (Escrita 48, 216). Las actitudes personales de unión con Jesús, de confianza en la Divina Providencia , de disponibilidad a los proyectos de Dios tienen que abrirse a actitudes comunitarias cada vez más amplias que abracen la familia, el propio entorno de vida, la parroquia, la sociedad, la Iglesia. Todo lo que se hace para "hacer familia", para hacer comunidad, (civil y eclesial) para entrar en un movimiento de conjunto, hacer Iglesia… fortifica la esperanza.

Junto a la acción puntual de la " hacer el bien siempre, el bien a todos " hacen falta proyectos comunitarios, metas comunes, caminos comunes. Sabemos que ésto ha hecho la Iglesia , por ejemplo, con el Concilio Vaticano II y con las grandes reuniones eclesiales, (sínodos = ver y caminar juntos) dedicados a discernir y decidir caminos comunes para responder al Señor en los tiempos de hoy. De manera parecida hace nuestra Congregación con sus Capítulos, los Secretariados, los Movimientos.

 

En este cuadro, queridos jóvenes es providencial, también vuestro ser en "movimiento" con Don Orione y con la familia orionina. Es una escuela de vida. Es un camino de esperanza.

También este Foro, con sus objetivos específicos de "actualizar" un proyecto de vida cristiana-orionina y de "coordinar un movimiento" juvenil orionino internacional es un acto de esperanza que responde a los desafíos del mundo de hoy y a las esperanzas del de los pueblos y las Iglesias de las que vienen.

Adelante, pues, porque están haciendo algo importante y santo que va más allá de vuestras personas y, en Cristo, será una pequeña obra de la Divina Providencia en el camino hacia un mundo mejor.

 

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Synowie Boskiej Opatrzności

W świecie, który już nie marzy

 

ks. Flavio Peloso

Forum Młodych w Rio de Janeiro, 25-10-2006

 

Poszukiwanie bodźców, które pochodzą z dzisiejszego świata dla młodych orionistów może dokonać się poprzez lekturę aktualnej rzeczywistości w świetle portretu charyzmatycznego młodego człowieka-orionisty, portretu zawartego w Oriońskim projekcie duszpasterstwa młodzieżowego (ss. 22-29). Główne rysy zostały przedstawione niemalże w formie dekalogu: 1. „Tylko Bóg!”, 2. miłość miłosierna, 3. miłość do Kościoła, 4. ufność w Opatrzność Bożą, 5. twórczość i śmiałość, 6. proste życie, 7. radość, 8. pobożność maryjna, 9. Krzyż, 10. pracowitość.

Skoro jest to charakterystyka młodego orionisty, zatem jakie wyzwania dzisiejszego świata wyzwalają wrażliwość i działanie u młodego orionisty? To coś więcej niż temat na lekcję czy konferencję, to argument do poszukiwania i refleksji w grupie.

Jako mały wkład w refleksje Forum, zatrzymam się nad jednym aspektem historycznego i kulturowego klimatu początku Trzeciego Tysiąclecia, które poddaje próbie, pobudza, wzywa do dania szczególnego wkładu z naszej strony - Orionistów, a szczególnie młodych.

 

Kto ma odwagę marzyć po wieku XX?

Jednym z bardziej charakterystycznych, a także niepokojących fenomenów dzisiejszego świata jest osłabienie nadziei i planowania w patrzeniu w przyszłość. Wyzwanie jakie z tego wynika dotyczy umiejętności przeżywania naszej historii z nadzieją . Powiedziałbym, że to jest „matka wszystkich wyzwań”. Bez nadziei cywilizacja cofa się i upada.

Jest to wyzwanie, które prowokuje i stymuluje całą Rodzinę oriońską, która jest Małym Dziełem Boskiej Opatrzności , jest Rodziną, która z pokładanej nadziei w Opatrzność Bożą czerpie swą życiową siłę i przyjmuje postawę utożsamiania się z nią. Wzywa w sposób szczególny młodych orionistów, którzy – także dzięki charyzmatowi właściwemu wiekowi młodzieńczemu – są i nadal będą wzywani do bycia uskrzydlonymi nadzieją.

Wiemy, iż nadzieja kwitnie i wzrasta na horyzoncie historii, która obejmuje przeszłość i patrzy w przyszłość. A dziś w wielkim kryzysie jest wizja przyszłości, a wraz z nią i nadzieja. Postmodernizm jest okresem zupełnie nie sprzyjającym nadziei: „słabość” myślenia deklaruje się jako niezdolna i nie zainteresowana zrozumieniem tego, kim jesteśmy i dokąd zmierzamy; a nagina się do teraźniejszości, do korzystania, konsumpcji i obrony tego co „tu i teraz”; odżegnuje się od umiejscawiania współczesności według wizji przyszłości interesującej, ujmującej, pobudzającej.

 

„Kiedy byłem młody” (w latach 60/70), w dominującej kulturze – nie tylko owej książkowej i sympozjalnej, ale pośród ludzi, w grupach różnego rodzaju, w rozmowach, w kazaniach, jak i w piosenkach – oddychało się ufnością w postęp ludzkości. „ Ku lepszemu światu będziemy kroczyć razem była to jedna z piosenek – symboli w mojej młodości; przetłumaczona z angielskiego, śpiewaliśmy ją także w kościele w Villa Moffa. Osobistości takie jak John Kennedy z wizją „nowych granic” czy Martin Luther King ze swoim „ Snem o lepszym świecie ” czy Papież Jan XXIII, który rozpoczął Sobór dla „ odnowienia Kościoła ” dawały początek kosmicznym marzeniom, które gromadziły uczucia, poruszały energie, projekty.

W tym kolektywnym optymizmie, dla niektórych, ludzkość poruszała się w kierunku raju kapitalistycznego, dla innych w kierunku raju komunistycznego, jeszcze dla innych ku humanizmowi bez ideologicznych, politycznych, religijnych, geograficznych przymiotników, wreszcie humanizmowi rozumowemu, braterskiemu i pokojowemu. Jakkolwiek było pojmowane to lepsze jutro, Wschód i Zachód, prawica i lewica, świeccy i wierzący, a przede wszystkim młodzi „nowej generacji” ( new generation ) podzielali przekonanie, entuzjazm i przedsiębiorczość na rzecz ludzkości w drodze „ ku lepszemu światu ”, jeśli nawet „ podróż jest długa, trudna droga ”.

Upadek muru berlińskiego w 1989 r. i zniszczenie World Trade Center w Nowym Jorku 11 września 2001 r. stanowią tragiczne symbole upadku dwóch ekstremów życia, w których pokładano nadzieję na szczęśliwość, bezpieczeństwo, dobrobyt, pokój dla całej ludzkości. Także Ameryka Łacińska w ubiegłych dziesięcioleciach, przeszła od wizji lepszej przyszłości do osiągnięcia większej świadomości i transformacji osób i struktur poprzez proces globalnego wyswobodzenia; dziś jest mniej optymistyczna w powtarzaniu schematów i konsekwencji globalizacji. Całe kontynenty, jak Azja i Afryka – „kontynent nadziei” – są uwięzione przez ubóstwo, które wydaje się nie do pokonania i wydaje się, że jedyną wizją na przyszłość dla tych ludów jest to, jak przeżyć.

Krótko mówiąc przyszłość wydaje się rezerwować sobie więcej niebezpieczeństw niż dobrych rokowań. Dziś już nikt nie ukazuje wizji mesjańskich o lepszym jutrze. Właśnie w XX wieku nadzieja została zniszczona przez tych, którzy jakoby wiedzieli jaki powinien być lepszy świat . Miliony osób umierało w sowieckich gułagach, zabijani przez tych, którzy wiedzieli dokąd udaje się ludzkość. Pamiętam jakie wrażenie wywarła na mnie wizyta w Obozie Auschwitz i owa mapa linii kolejowych, z Norwegii po Grecję, z Francji po Ukrainę, które zbiegały się i kończyły na owym peronie śmierci. Auschwitz stanowił część projektu naukowego tego, który miał wizję lepszej przyszłości ludzkości. Także Pol Pot zmasakrował jedną trzecią wszystkich mieszkańców Kambodży, ponieważ on wiedział jaką historię trzeba było opowiedzieć odnośnie przyszłości. Potentaci ekonomiczni narzucili swoją wizję przyszłości skazując na nędzę, głód i śmierć całe narody.

 

Żyjemy w czasach bez wizji na przyszłość, bez określonego celu, do którego należałoby zdążać. Jak dziś być chrześcijanami („ tymi którzy mają nadzieję ”) i jak być Orionistami („ synami Boskiej Opatrzności ”)?

Pamiętajmy o istocie chrześcijańskiej nadziei: ona przenika czas i historię, ulepszając je, ale bez zaoferowania nam żadnej specyficznej wizji historycznej do zrealizowania. Nie możemy otworzyć Księgi Apokalipsy i powiedzieć: „Oto, droga młodzieży, znieśliśmy pięć plag i są jeszcze dwie. Wkrótce mieć będziemy nowe niebo i ziemię nową, na której sprawiedliwość zamieszka na zawsze”.

Bez wątpienia uczniowie, którzy udawali się do Jerozolimy na Paschę, byli ożywieni nadzieją (wizją), że tam winno wydarzyć się coś dobrego: że Jezus objawi się jako Mesjasz; Rzymianie zostaną wypędzeni z Ziemi Świętej lub coś w tym rodzaju. Jak uczniowie na drodze do Emaus wyznali Jezusowi: „A myśmy się spodziewali , że On właśnie miał wyzwolić Izraela” (Łk 24, 21). Ten czasownik użyty w czasie przeszłym ujawnia rozczarowanie. Jakikolwiek epizod opowiadali, upadała nadzieja. Judasz sprzedał Jezusa; Piotr Go się zaparł; inni apostołowie uciekli ze strachu. Po Jego męce i śmierci nie mieli co opowiadać, nie mieli nadziei, dla której warto żyć.

 

W chwili, gdy ta krucha wspólnota waliła się, wtedy „ Jezus wziął chleb, odmówił błogosławieństwo, połamał go i dał im mówiąc: To jest moje ciało za was wydane ”. Pozostawia niezrozumiały gest. Po zmartwychwstaniu Jezus objawia się Dwunastu i tłumom. Niektórzy pojęli i zapaliła się nadzieja dla świata. Niezwyciężona, niepohamowana.

 

W czasach, gdy wielu jest atakowanych w teraźniejszości „do wydłużania jej w wieczność” na ile to możliwe (kupując, broniąc, konsumując itp.) a inni opowiadają straszne historie, my chrześcijanie oferujemy dobrą nowinę, nadzieję, która nie jest związana z jakąś szczególną wizją świata i przyszłości. Naszą nadzieją jest Jezus zmartwychwstały uobecniający się w owym tajemniczym znaku łamanego i rozdawanego chleba oraz w kielichu z winem podanym uczniom. To znak, który oferując komunię z Chrystusem dla budowania ziemskiego miasta, jednocześnie otwiera myśli i pragnienia na wypełnienie się czasów w przyszłości, na ucztę w nowym królestwie „ gdzie będzie otarta każda łza ” i „ Bóg będzie cały we wszystkich ”.

 

 

Jak w dzisiejszym świecie być ludźmi nadziei?

Jak dziś być synem / córką Boskiej Opatrzności?

 

Sądzę, że Ks. Orione zacząłby odpowiadać nam na to pytanie mówiąc wręcz: „Nie wystarcza opłakiwać smutne czasy i ludzi i nie wystarcza mówić: `O Panie! O Panie!. Trzeba modlić się i pracować. Święci jawią się nam jako zacofani. Nie! Są jak najbardziej progresistami. Prawdziwi święci zainwestowali bardzo dobrze wszystkie swoje talenty. Rzućmy się w ogień nowych czasów, by czynić dobro, rzućmy się w środek ludu, by go zbawić. Zawsze znajdziemy nową wiarę i nową odwagę do działania, o ile nie będziemy pracować dla celów ludzkich. Orzmy a następnie zasiejmy Jezusa Chrystusa w duszy ludu: ludzkość dziś ma ogromną potrzebę serca Jezusa Chrystusa” ( Scritti , 79, 286-287).

Kilka praktycznych wskazań:

 

•  Żyć Jezusem (modlitwa, sakramenty, słuchanie słowa, miłość miłosierna), nadzieją świata „ wczoraj, dziś i na zawsze ” (Hbr 13,8). On jest projektantem i twórcą nowego Królestwa. „ Z Chrystusem wszystko idzie wzwyż, wszystko się uszlachetnia: rodzina, miłość do ojczyzny, zdolności, sztuka, nauka, przemysł, postęp, organizacje społeczne ” ( Scritti 53, 9 ) . Właśnie poczynając od Jezusa i nowego Królestwa zapoczątkowanego przez jego zmartwychwstanie, święci i Kościół święty, stali się ludźmi nadziei, odnowicielami kultury, wyrazistymi reformatorami społeczeństwa, budowniczymi pokoju. Czyż tak nie będzie i w III Tysiącleciu? „ Należy mieć wielkie serce i serce winien nam je formować Jezus, Jezus, mój drogi synu, polecam ci żyć i oddychać Chrystusem; tylko Jezus możne nam uformować dobre i wielkie serce. Przyobleczmy Jezusa Chrystusa wewnątrz i na zewnątrz, oddychajmy Jezusem Chrystusem, żyjmy Jezusem Chrystusem ” ( Scritti 80. 278).

 

•  Przyjmować naszą niepewną przyszłość nie jako zagrożenie, ale jako drogę Boga i Jego Opatrzności. „Tak, Dzieło Boskiej Opatrzności: głosić przeciwko historycznemu materializmowi ‘Tua Providentia omnia Gubernat. Opatrzność Boża to ciągłe stwarzanie rzeczy” ( Scritti 68, 418) . Wypada oprzeć się pokusie pokładania ufności w idolach i ideologiach, w mitach i narkotykach, popadania w depresję i w cynizm, że „wszystko jest na nic” i „w ogóle nie warto”. Jeśli nie ma nadziei to niemalże to wszystko jest nie do uniknięcia: bez nadziei nie ma życia. W Chrystusie cierpienia i trudności są „paschalne”, tzn. są „bólami rodzenia” do życia, a nie do śmierci, są napięciem wzrostu i uwolnienia. „ Jesteśmy synami Boskiej Opatrzności, i nie zniechęcajmy się, ale przeciwnie, ogromnie ufajmy Bogu! Nie jesteśmy owymi fatalistami, którzy wierzą że świat jutro się skończy; zepsucie i zło moralne są wielkie, to prawda, ale uważam, i mocno wierzę, że ostatecznie zwycięży Bóg i Bóg zwycięży w nieskończonym miłosierdziu. Nadchodzi wielka epoka! ” ( Lettere II, 369). Św. Augustyn wzywał: “Śpiewajmy Alleluja już tutaj, chociaż jesteśmy pełni niepokoju, by móc zaśpiewać je pewnego dnia tam w górze, kiedy będziemy wolni od niepokojów”.

 

•  „Tylko miłość zbawi świat” : „czynić dobro zawsze, czynić dobro wszystkim, zła nigdy i nikomu” , tzn. być wytrwałym w dobru, doceniać obecne dzieła, wiedząc że „zasługuje na wieczność”. Pewnego dnia odkryjemy, że w historii Boskiej Opatrzności nasze życie, ze swoimi sukcesami i porażkami, miało sens. Całe dobro służy w rękach Boga temu, by dalej prowadzić swój plan opatrznościowy („także szklanka wody dana w imię moje…”, także „dwa chleby i pięć rybek”), gdyż tam „gdzie kończy się ludzka ręka, zaczyna się ręka Boga, Opatrzność Boga” ( Scritti 81, 286).

Wszystko ma sens i swoją wartość. Św. Paweł przypomina nam, że „Bóg z tymi, którzy Go miłują, współdziała we wszystkim dla ich dobra, z tymi, którzy są powołani według [Jego] zamiaru”. Naszemu życiu nadaje sens tajemnica Boga, który wszystko rozumie w swoim zwycięskim „odnowić wszystko w Chrystusie”. „Opatrzność Boża, która z centrum wieczności panuje od wieków, nie musi się obawiać, że zabraknie jej czasu na wypełnienie planu Najwyższego”, przeto kończy Ks. Orione „dajmy odpocząć sercu w jego objęciach, i pracujmy i módlmy się, oraz módlmy się i pracujmy oczekując na ten czas, który będzie kiedy będzie, ale który na pewno nadejdzie, gdyż ostatnim, który zwycięża jest zawsze Bóg” ( Scritti 52, 20).

 

•  Pełnić wolę Bożą . Ufność w Opatrzność Bożą przekłada się na posłuszeństwo Jego woli w naszej historii „tu i teraz”. „Być Synem Boskiej Opatrzności to znaczy być synem posłuszeństwa”. Kto nie buduje z Bogiem, ten rozprasza. „Jeżeli Pan domu nie zbuduje, na próżno się trudzą ci, którzy go wznoszą” (Ps 127,1). „Nigdy nie dokona się wiele, jak tylko kiedy pełni się wolę Bożą” ( Scritti 55, 14). Wypada być otwartymi na Boga niespodzianek, kiedy domaga się wejścia na Jego ścieżki, w Jego plany, czasami wywracając nasze plany na przyszłość i prosząc nas o robienie czegoś, czego nigdy sobie nie wyobrażaliśmy. Ks. Orione mawiał: „dostrzegam jaką to kartę daje mi Pan”.

„Pełnienie woli Bożej” po synowsku nie prowadzi do cofania się w pasywność infantylną, ale potęguje inteligencję i odpowiedzialność w budowaniu relacji „synowskiej” w planie Bożym.

Benedykt XVI podczas Mszy św. na rozpoczęcie swojej posługi piotrowej, 24 kwietnia 2005 r., powiedział: „ Drodzy przyjaciele! W tej oto chwili nie potrzebuję przedstawiać programu rządu. (…) Moim prawdziwym programem rządów jest to, by nie czynić własnej woli, by nie forsować moich idei, ale wsłuchiwać się, z całym Kościołem, w słowo i wolę Pana i dać się poprowadzić przez Niego, tak by On sam był tym, który kieruje Kościołem w tej godzinie naszej historii”.

 

•  Żywi, interesujący, pociągający, apostolscy świadkowie . Nasze życie przeżyte w ufności w Opatrzność Bożą będzie radosne, aktywne i postępowe także w świecie powiązanym z teraźniejszością i obawiającym się przyszłości. Nasze życie ma sens, jest w całości cenna i nie jest „bezużyteczną męką” (Camus). Dzięki łasce Bożej jesteśmy pogodni i ufni, zapaleni i wszczepieni w całą codzienną rzeczywistość, „współpracownicy Bożej dłoni, która buduje, a nie defetystami diabła” ( Scritti 32, 244). I dodawał: „Boża dłoń prowadzi wszystko. Ktoś z was powie: Także zło? Tak, także zło moralne. Także grzech? Tak, także grzech. Nie zło moralne samo przez się, ale by dać się odczuć, że jesteśmy niczym przed Panem” (Parola 8, 37) . Jeżeli inni młodzi ludzie dostrzegą w nas zapach radości Królestwa, będą tym zafascynowani i udadzą się po śladach Jezusa i nadziei.

 

•  „Poza zakrystią” . Młody orionista nie może i nie powinien być jedynie młodym na spotkaniach grupy, podczas śpiewów przy gitarze, pięknych dni spędzonych razem. „Musimy być święci, ale uczynić się takimi świętymi, których świętość nie zależy tylko od kultu wiernych, czy będzie tylko w Kościele, ale która przenika i rzuca na społeczeństwo tak wiele blasku światła, tyle życia miłości do Boga i do ludzi, że będziemy świętymi nie tylko Kościoła, ale i świętymi ludu i zdrowia społecznego” ( In cammino , s.325).

Taka była postawa Ks. Orione. I tłumaczył: „Nie tracić nigdy z oczu Kościoła, ani zakrystii, więcej – serce powinno być tam, życie tam, tam gdzie jest Hostia; ale z należną ostrożnością trzeba, byście rzucili się wir pracy, która już nie będzie niczym innym jak pracą spełnianą dla Kościoła” ( Lettere II,77).

Na ile jest obecne w grupach i w naszym młodzieżowym ruchu oriońskim zaangażowanie solidarne, polityczne, społeczne, kulturalne?

 

•  Kroczyć razem . Nadzieja jest odmieniana w liczbie mnogiej. Jest sprzężona z Kościołem i ze społeczeństwem, w którym żyjemy. “ Frater qui adiuvatur a frate quasi civitas firma. Jakże pięknie jest kochać Pana i pracować w zjednoczeniu i jednomyślnie dla Pana i w ręku świętego Kościoła ” ( Scritti 48, 216).

Osobiste postawy jedności z Jezusem, ufność w Opatrzność Bożą, dyspozycja do realizowania planów Bożych winny otworzyć się na wspólnotowe postawy wciąż coraz szersze, któryby obejmowały rodzinę, własne środowisko, parafie, społeczeństwa, Kościół. Wszystko to, co się czyni dla „bycia rodziną”, dla bycia wspólnotą (cywilną i eklezjalną), by wejść w ruch, stanowić Kościół to wszystko wzmacnia nadzieję.

Razem w działaniu nastawionym na „czynienie dobra zawsze, czynienia dobra wszystkim” potrzebne są wspólnotowe plany, wspólne cele, wspólne drogi. Wiemy, iż to przeżył Kościół na przykład na Soborze watykańskim II i na wielkich spotkaniach eklezjalnych ( synody = zobaczyć i kroczyć razem) poświęcone na rozeznawanie i decydowanie o wspolnej drodze w dzisiejszych czasach. Podobnie czyni nasze Zgromadzenie na swoich Kapitułach, w Sekretariatach, w Ruchach.

 

W tym obrazie jest czymś opatrznościowym, drodzy młodzi, wasze bycie w „drodze” wraz z Ks. Orione i z rodziną oriońską. Jest to szkoła życia. To droga nadziei.

Także owo Forum, wraz ze swoimi szczególnymi celami „zaktualizowania” projektu życia chrześcijańsko-oriońskiego i „koordynacji ruchu” młodzieżowego, oriońskiego, międzynarodowego jest aktem nadziei, który odpowiada na wyzwania dzisiejszego świata i ma oczekiwania narodów i Kościoła, do którego przynależy.

Naprzód zatem, ponieważ czynicie coś ważnego i świętego, co przekracza wasze osobowości i w Chrystusie będzie małym dziełem Boskiej Opatrzności w drodze ku lepszemu światu .

Verso un mondo migliore cammineremo insiem / una terra promessa dove regna l'amor. / Se per mano m'accompagni più strada noi farem / non fermarti amico, ma vieni anche tu. / Sarà un viaggio lungo, faticoso il cammin / ma l'amore ci guida, tu lo sai, tu lo sai.

Ku lepszemu światu będziemy kroczyć razem / ziemi obiecanej gdzie króluje miłość. / Jeśli będziesz mi towarzyszyć trzymając za rękę / dalej zajdziemy / nie zatrzymuj się przyjacielu / ale chodź także ty. / Będzie to długa podróż / trudna droga / ale miłość nas poprowadzi / ty to wiesz, ty to wiesz.




SONS OF DIVINE PROVIDENCE

IN A WORLD WITHOUT DREAMS

 

 

The search for the ideas that stem from today's world to the Don Orione youths, could be done by reading the present situation in the light of the charismatic traits of the Don Orione youth, portrayed in the Don Orione Project of pastoral work for youth (pp. 22-29). The main features are listed almost like a Decalogue: 1. “God alone!”, 2. charity, 3. love of the Church, 4. trust in Divine Providence, 5. creativity and daring, 6. a simple life, 7, joy, 8, devotion to Our Lady, 9, the Cross, 10, love of work.

If these are the characteristics of the Don Orione Youth, what are the challenges of the world of today that provoke the feelings and the action of the Don Orione youth?

This is not the subject for a lecture or a conference, rather the topic of research and group reflection.

As a small contribution to the reflection of the Forum , I will focus on an aspect of the historical and cultural climate at the beginning to the Third Millennium which calls for, stimulates and tests a particular contribution on the part of us, Don Orione People and of young people especially.

 

WHO STILL HAS THE COURAGE TO DREAM, AFTER THE XX CENTURY?

One of the most characteristic and also worrying aspects of today's world is that of the lack of hope and planning, when looking at the future. The challenge that ensues concerns the ability to live our history with hope . I would say that this is “the mother of all challenges”. Without hope, civilisation turns on itself and decays.

It is a challenge that provokes and stimulates all the Don Orione Family, which's a Little Work of Divine Providence, a Family that finds its vital force and its typical outlook in trust in Divine Providence . It questions, in particular, the Don Orione Young people who – owing also to the young people's own charism – are, and are called to be, the forward wing of hope.

We know that hope flourishes and grows on the horizon of a history that embraces the past and looks to the future. Well, today the vision of the future is in crisis and with it there is a crisis of hope. Post-modern times are not at all favourable to hope: the weak “thinking” admits of being incapable and not interested in understanding who we are and where we are going; it falls back on “ the present”¸ in the “ here and now ” to be enjoyed, consumed and defended; it renounces to place the today within a vision of an interesting, loveable and thought-provoking future.

“When I was young” (60s/70s), in the dominant culture – not just that of the printed word and of meetings, but among the people, groups of every kind, speeches, homilies as wells as songs – one could breathe a belief in the progress of humanity. “ We will walk together toward a better world ” was a typical song of my youth. We even used to sing it in English, in the chapel of Villa Moffa. People like John Kennedy, who dreamed of a “new frontier” or Martin Luther King or Pope John XXIII, were launching space dreams that pooled together feelings and put in motion energies and projects.

 

In such widespread optimism, some thought that mankind was moving towards a new, capitalist paradise, others still towards a humanism without ideological, political religious and ideological traits, a reasonable, fraternal and peaceful humanism at last. Whichever way the better future was thought of, East and West, left and right, believers and unbelievers, and above all the youths of the “new generation” (the new generation of the 60s), shared the conviction, the enthusiasm and the desire for a humanity heading “ towards a better world ”, even if “ the road is long, the journey is hard ”.

 

Such optimism today, perhaps a little naive, has vanished. We are not quite sure of walking “ towards a better world ”.

The demise of the Berlin Wall , in 1989, and the attack on the Twin Towers of New York, the 11 th of September 2001, are the tragic and real sign of the downfall of two systems of life on which people placed their hope of happiness, safety, well being and peace for the whole mankind. Even Latin America , in the last decades, was taken by the vision of a better future to be reached through a process of global liberation, by making people aware of and transforming themselves and the structures; today, it finds itself less optimistic as it looks at the plans and consequences of globalisation. Entire continents, such as Asia and Africa –continent of hope -, are caught up in a poverty that seems insurmountable and the only vision of the future for the people seems to be one of survival.

So, the future seems to set aside more threats than promises. No one today speaks of messianic visions of a better future. In the XX century itself, hope was dashed by those who had a “vision”, who claimed to know what the better world is. Millions of people died in the soviet gulags , killed by those who knew where humanity was heading to. I remember the feelings I had visiting the Lager of Auschwitz and the graph of the railway lines from Norway and Greece, from France and the Ukraine, all leading to that dead track. It was the product of people who had planned, in a scientific and affective way, the future of mankind. Pol Pot too massacred a third of the people of Cambodia , because he knew which the history to tell in the future was. The power holders of finance have imposed their own vision of the future by impoverishing to death entire populations.

 

We live at a time without visions of the future, without a goal towards which to move. How can we be Christians ( “those who have hope ”) and how can we be of Don Orione (“ sons of Divine Providence ”) today?

Let us recall that Christianity offers a hope that crosses time and history, but without any specific historical vision to attain. We cannot open the Book of the Apocalypse and say: “There you are, lads, five plagues have occurred, and there are two more left. Soon there will be new heavens and a new earth in which justice will always dwell”.

Without doubt, the disciples who had gone to Jerusalem for the feast of Easter had great hopes (vision) that something good was going to happen: Jesus would reveal himself as Messiah; the Romans would be chased away from the Holy Land , or something like that. As the disciples on the road to Emmaus confessed to Jesus: “We had hoped that he would liberate Israel ” (Lc 24, 21). The past tense of the verb disclosed their disappointment. No matter the event they talked about, hope had collapsed. Judas had sold Jesus; Peter had betrayed him; the other disciples had fled in fear. After his passion and death, they had nothing to tell and no hope to live for.

At the very time in which the fragile community was about to fall, “Jesus took the bread, blessed it and gave it to them, saying: “This is my body, which is given up for you”. They did not understand the gesture. After his resurrection, he appeared to the Twelve and to the crowd. Some understood, and hope was rekindled in the world.

 

At a time in which many are attached to the present “to be eternalised” as much as possible (buying it, defending it, consuming it, etc. ) and others are telling stories of a disquieting future, we Christians offer a good news, a hope that is not tied up with any particular vision of the world and of the future. Our hope is Jesus, risen and made present in that mysterious sign of the broken and shared bread and of the chalice of wine handed around the disciples. It is a sign that offers communion with Christ and at the same time opens the thoughts and the desires towards future fulfilment, a future banquet of the new kingdom, “where every tear will be wiped away” and “God will be all in all”.

 

 

IN TODAY'S WORLD, HOW CAN WE BE PEOPLE OF HOPE?

HOW TO BE A SON OF DIVINE PROVIDENCE TODAY?

 

 

I think that Don Orione would begin by answering and telling us immediately: “ It is not enough to bemoan the sad times and sad people and it is not enough to say: ‘Lord, Lord!' We must pray and work. We imagine the Saints to be reactionary people. No! They are the most progressive people. The true Saints employed all their talents and very well. Let us throw ourselves in the fire of the new times in order to do good, let's be among the people in order to save them. If we do not work for human ends, we will always find new faith and new courage. Let's plough the ground and plant Jesus Christ again, in the soul of the people: mankind today has an absolute need of the heart of Jesus. (Writings, 79. 286-287)

Some practical suggestions.

 

•  To live Jesus (prayer, sacraments, listening to the Word), hope of the world, yesterday, today and for ever” (Heb 13, 8). He is the project and the architect of the new Kingdom. “ With Christ everything is good and noble: family, love of one's country, industriousness, arts, science, industry, progress, social organisation ” (Writings 53, 9). Since they started from Jesus and from the new Kingdom inaugurated by his resurrection, the saints and the holy Church, have become men of hope, advocates of culture, effective reformers of society, builders of peace. Will it not be so in the III millennium? “ We need a big heart and Jesus himself must make it so in us. Jesus, my son: I urge you to live and breathe Jesus; only Jesus can make the heart good and big. Let's put on Jesus, inside and outside, let's breathe Jesus, let's live Jesus Christ ” (Writings 80. 278).

 

•  Welcome our uncertain future, not as a threat, but as the way of God and of his Providence . “ Yes, Work of Divine Providence : to proclaim, against historical materialism, Tua Providentia omnia gubernat. Divine Providence is the incessant creation of all things ” (Writings 68. 418). This means resisting the temptation to look for strength in idols and ideologies, in myths and drugs, to fall into depression and in the cynicism of the “all is useless” and “nothing matters”. If there is no hope, it is almost inevitable, because without hope one cannot live. In Christ, present sufferings and difficulties become “paschal”, that is, they are like the “birth pangs”, of life and not of death, they are forces of growth and liberation. “ We are Sons of Divine Providence and we do not despair, but rather we have great trust in God! We are not among those prophets of doom who believe that the world is going to end tomorrow; corruption and immorality are widespread, it is true, but I feel and firmly believe, that the final victor will be God, and God will conquer in infinite mercy. A great era is about to dawn! ” (Letters, II, 215). Basing himself on the same hope, Saint Augustine urged: “Let us sing Alleluia here below, while we are still restless, so that we may sing it one day, there, above, when we shall be free from anxieties”.

 

•  “Charity alone will save the world”: “to do good always, to everyone, evil to no one”, that is to persevere in doing good, to make the most of the present work, knowing that “it will be good for eternity”. We will find out one day that, in the history of Divine Providence, our lives, with their successes and failures, will make sense, however insignificant they may, at times, seem ( “Even a glass o water given in my name… ), Everything that is good is used, in God's hands, to foster his project of Providence (even “ loaves and five fishes ”), because “ where the hand of man cannot reach, there is always the hand of God, the Providence of God” (Writings 81. 286). Everything has a meaning and value. Saint Paul reminds us that “by turning everything to their good God co-operates with all those who love him, with those that he has called according to his purpose” (Rom 8, 28). The meaning of our life is given by the mystery of God who encompasses everything in his victorious “instaurare omnia in Christo”: “ the one who finally wins is Christ, and Christ conquers in charity and in mercy ” (Letters II, 199).

 

•  To do the will of God . Trust in Divine Providence is practiced in obedience to his Will in our history “here and now. “ Son of Divine Providence means son of obedience. He who does not build up with God, scatters. “If the Lord does not build up the city, in vain do the builders labour”. “ We will never produce much when we are not doing the will of God ” (Writings 55, 14). It is necessary to remain open to the God of surprises, who is asking us to enter into his ways, in his projects, sometimes turning our own plans for the future upside down and asking us to do things that we had never even thought of. Don Orione used to say: “ I am waiting to see which card the Lord will play ”. The “doing the will of God”, as sons, with trust in his Divine Providence , does not mean to regress into infantile compliance, but strengthens intelligence and the responsibility in collaborating in a relationship “as sons” with the plan of the Father.

Benedict XVI, during the Holy Mass for the beginning of his Petrine ministry, the 24 th April 2005, said: “ Dear friends! At this moment there is no need for me to present a programme of governance. (…) My real programme of governance is not to do my own will, not to pursue my own ideas, but to listen, together with the whole Church, to the word and the will of the Lord, to be guided by Him, so that He himself will lead the Church at this hour of our history “.

 

•  Lively, interesting, attractive and apostolic witnesses. Our lives, lived with trust in Divine Providence, will be happy, active and progressive, even in a world bound to the present and fearful of the future. Our life has a meaning, it is all precious and it is not “a useless passion” (Camus). By the grace of God, we are at peace and trustful, passionate and committed in all the realms of daily life “ collaborating with the hand of God who builds up and are not defeatists with the devil ” (Writing 32, 244). And he went on: “ the hand of God leads all things. Someone will say: Even evil things? Yes, even moral evils. Even sin? Yes, even sin. Not moral evil for itself, but because it makes us understand that we are nothing in the sight of the Lord ” (Words 8, 37). If other young people perceive in us the perfume of the joy of the Kingdom, they will be fascinated and will start following in the footsteps of Jesus and of hope.

 

•  “Out of the sacristy” . A Don Orione youth cannot be and must not be a youth who just attends group meetings, likes guitar songs and the nice days spent together. “ We must be saints, but become such saints that our holiness does not only belong to the cult of the faithful, nor belong solely to the Church, but may transcend and throw into society such brightness of light, such life of loving God and men, that we will be, rather than saints of the Church, the saints of the people and of social wellbeing ” ( On the way , p. 325).

This was the attitude that Don Orione used to foster. And he explained still: “ Never let the Church or the sacristy out of sight; rather, your heart must be there, your life must be there, there with the Host; but, with due caution, you must throw yourselves into a type of work which is no longer the type of work that you do in Church ”( Letters II, 49).

How is the huge, political, social and cultural commitment present in our groups and in our Don Orione youth movement?

 

 

•  To walk together

Hope has many aspects. It is linked to the Church and to the society in which we live. “ Frater qui adiuvatur a frater quasi civitas firma. How beautiful it is to love the Lord and to work together, united and in harmony, for the Lord and in the hands of Holy Church ” ( Writings 48, 216). Personal ways of being united with Jesus, of trusting in Divine Providence, of being available to the plans of God, must become community attitudes, always wider and embracing the family, one's own surroundings of life, the parish, society, the Church. Everything that we do in order “to create family”, to make community (lay and church), to join a movement, to make Church,…. strengthens hope.

Together with the up to date action of “ doing good always, to everyone ”, we need community plans, common goals, common routes. We know that this is what the Church has done, for instance, with the II Vatican Council and with the great church meetings ( synods = seeing and walking together) dedicated to discerning and deciding common routes, in order to respond to the Lord in our own times. Our own Congregation is doing the same thing through its Chapters, Secretariats and Movements.

 

 

In this context, how providential it is, dear young people, even your being “on the way” with Don Orione and with the Don Orione Family. It is a school of life. It is a journey of hope.

Even this Forum , with its specific aims of “realising” a project of Christian-Don Orione life and of “coordinating an international Don Orione youth movement” is an act of hope that responds to the challenges of today's world and to the expectations of the people and of the Churches you come from.

Forward, then, because you are doing something good and holy that goes beyond your own hopes and, in Christ, will be a little work of Divine Providence in the journey towards a better world.

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Buonanotte del 9 dicembre 2018