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Messaggi don Orione
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Nella foto: Plenaria di Cor Unum (13.11.2009): Don Flavio Peloso, Gianpietro Dal Toso, Georg Ganswein, Joseph Cordes, Benedetto XVI.

Appunti sulla condivisione del carisma con i laici collaboratori nelle opere religiose.

28.ma Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio Cor Unum.
Roma - Villa Aurelia - 12 - 14 novembre 2009


PERCORSI FORMATIVI PER GLI OPERATORI DELLA CARITÀ
DALLA FORMAZIONE AL SERVIZIO

ALLA FORMAZIONE DEL CUORE:
LA COMUNIONE POSSIBILE CON I LAICI

 

Don Flavio Peloso FDP


Molte Congregazioni religiose vivono la diaconia della carità come caratteristica specifica del loro carisma e del loro apostolato. È sempre stato notevole l’apporto della vita religiosa nell’esprimere la dinamica della carità della Chiesa. Nei secoli passati come nell’attualità, attorno ai santi “modelli insigni della carità sociale” (DCE n.40), sono sorti movimenti e associazioni che hanno condiviso spiritualità e missione caritativa.


PER RISPONDERE A UNA EVOLUZIONE IN ATTO

Negli ultimi decenni, il tema della formazione dei laici collaboratori nelle opere di carità collegate ai carismi e alle comunità di vita consacrata è divenuto sempre più rilevante e urgente a motivo di alcuni fattori storici: crescita della complessità gestionale delle attività socio-caritative; secolarizzazione delle attività di servizio alle persone per motivi sociali e normativi; crescita numerica e professionale dei laici collaboratori; riduzione numerica e professionale dei religiosi; coscienza della rilevanza apostolica e civile delle opere di carità.
Nelle Congregazioni religiose è in atto un serio movimento a livello gestionale e soprattutto formativo dei laici e religiosi per assicurare qualità apostolica e caritativa alle opere nelle mutate condizioni di contesto socio-ecclesiale. Molte congregazioni hanno dedicato Capitoli generali al tema della relazione religiosi-laici e si sono dotate di strutture e di dinamiche di formazione dei laici.

Oggi, assistiamo a un secolarismo della carità, ridotta a solidarietà filantropica, che è da temere non meno del secolarismo della fede, ridotta a ideologia di valori. In entrambi i movimenti secolaristici a venir meno è la relazione con Dio, con Deus qui caritas est.

Convinti che “l’amore è la migliore testimonianza del Dio nel quale crediamo” (DCE n.31c), che “la carità apre gli occhi alla fede” e che “la carità è la migliore apologia della fede cattolica” (San Luigi Orione), pur apprezzando le altre opere improntate da motivi semplicemente umanitari, di solidarietà, di giustizia sociale, le nostre opere cattoliche devono essere caratterizzate dalla “carità”, cioè devono essere segno della carità di Dio e della Chiesa (DCE n.29,3 e 33) essendoci un “felice legame tra evangelizzazione e opere di carità” (DCE n.30b). Questo esige tutta una impostazione gestionale, uno stile, una qualità anche spirituale del servizio che solo si possono avere se sono condivise e formate in quanti vi operano a diverso titolo di servizio. Anche in termini impresariali si parla della identità di mission che è determinante per l’unità e i buoni risultati della gestione.
Essendo l’identità caritativa a caratterizzare la mission delle opere socio-assistenziali cattoliche, ne deriva che la formazione spirituale – o “formazione del cuore”, secondo l’espressione di Benedetto XVI (DCE n.31a) – è parte integrante della strutturazione di un’opera-attività e della formazione dei collaboratori negli enti cattolici.
Noi religiosi siamo impegnati a condividere con i laici non solo la collaborazione ma anche il carisma, l'esperienza di Dio. C’è una vasta gamma di esperienze e modalità di coinvolgimento e di formazione dei laici, di tutti i laici coinvolti in un'opera di carità. La formazione deve essere globale, differenziata per categorie, organica e continua.


TRE TIPOLOGIE (PIÙ UNA) DI COLLABORATORI

Applicando l’efficace simbologia del tronco d’albero riferita dal Card. Martini alla vitalità dell’appartenenza dei cristiani, mi pare si possano distinguere i laici operatori nelle istituzioni e organismi caritativi in tre tipologie più una. Ci sono i collaboratori della linfa, quelli cioè veramente impegnati, militanti, identificati con il carisma e con la mission caritativa dell’istituzione; in genere sono una minoranza, ma sono loro che, insieme alla comunità religiosa garante del carisma, determinano il clima d’insieme, sono loro che alimentano e danno continuità e identità all’opera.

La grande maggioranza dei collaboratori possono essere definiti i collaboratori del midollo, cioè quelli che partecipano allo spirito e all’azione dell’istituzione con fedeltà, senza troppi entusiasmi; presentano un tasso di routine qualificata e anche di buon conformismo; reggono vitalmente se hanno referenze di persone e di motivazioni significative e influenti; sono coloro che seguono e attuano le direttive e i protocolli d’azione loro esigiti da buoni gregari.

Poi ci sono i collaboratori della corteccia, quanti cioè vivono al margine della istituzione e delle sue idealità; si sentono partecipi della mission dell’opera, ma la routine ha screpolato e indurito le idealità e il senso di appartenenza. Se questa categoria di collaboratori è troppo numerosa finisce per soffocare la vitalità dell’impresa di carità.

Infine, c’è una quarta tipologia di laici che possono essere definiti collaboratori del muschio e dei licheni. E’ una tipologia non voluta o programmata, ma con cui realisticamente bisogna fare i conti in ogni istituzione, pur bene organizzata e condotta. Le motivazioni di questi collaboratori sono estranee a quelle che danno linfa al tronco dell’impresa. Sono persone che in qualche modo profittano e vivono attaccati all’opera, ma senza condividerne gli scopi. Sono opportunisti, più o meno rispettosi e conformati. È il bisogno o l’interesse che sostanzialmente li tengono attaccati all’istituzione, però – come a volte avviene nella natura – anche questi possono portare qualche servizio alla pianta. Occorre curare che questa tipologia non diventi troppo invadente.


DALLA “FORMAZIONE AL SERVIZIO” ALLA “FORMAZIONE DEL CUORE”

I contenuti e le modalità della formazione dei laici coinvolti in istituzioni caritative cattoliche dipende dal tipo di collaborazione che essi prestano.
I rapporti con i collaboratori sono normalmente condizionati dalla loro situazione di dipendenza economica e dalla legislazione statale che impone certe regole. Ciò non significa che non ci siano possibilità e modalità per coinvolgerli non solo nel lavoro, ma anche nella nostra missione e nel nostro carisma.

Dal punto di vita istituzionale, le possibili modalità di collaborazione, e dunque di formazione dei laici, devono tenere tener conto dei diversi gradi di qualità e di livello di coinvolgimento nell’attività.

1. Coinvolgimento nel servizio
Una prima e larga fascia di laici dipendenti (diretti o indiretti, appartenenti a cooperative di servizi) è coinvolta dal nostro servizio e non dalle nostre motivazioni religiose. Molti prescindono da motivazioni religiose o ne sono del tutto estranei. È questa una fascia oggi piuttosto consistente, che va da coloro che hanno scelto di essere presenti nelle nostre istituzioni per motivi umanitari a coloro che hanno scelto semplicemente un lavoro e un salario. A questi laici si possono offrire iniziative formative minime per portarli a condividere almeno le motivazioni umanistiche, le norme etiche e morali del servizio, gli atteggiamenti fondamentali quali la compassione e il rispetto della persona. Educare al servizio con modalità in sintonia con le motivazioni caritative-spirituali è già un notevole passo avanti nel qualificare il loro servizio e nel dare unità di clima all’istituzione cattolica.

2. Partecipazione alla missione
Al maggior numero possibile di collaboratori, soprattutto a quelli che prestano un servizio in relazione con le persone, si deve proporre una formazione per "testimoniare l'amore di Cristo" verso gli infermi, o verso i giovani o poveri. Il servizio diventa missione quando è motivato e attuato cristianamente.
Il lavoro acquista una dimensione nuova ben più profonda di quella di una semplice prestazione umana: l'amore dell'uomo viene vissuto alla luce dell'amore di Dio e ne viene profondamente motivato e radicalmente sostenuto (cf Ch.L. n.59). Il clima “caritativo” dell’opera ne risulta caratterizzato.

3. Condivisione del carisma
La qualità della collaborazione viene ulteriormente interiorizzata dalla partecipazione all’esperienza spirituale e al carisma tipico che anima l’istituzione, trovando in tale condivisione il sostegno della propria spiritualità e la valorizzazione cristiana del proprio lavoro.
A questo livello di condivisione dovrebbero essere giunti, o tendere quanto prima, quei collaboratori laici cui si affidano responsabilità nella conduzione delle istituzioni (dirigenti, responsabili del personale, amministrativi, ecc.) perché sono quelli che maggiormente influiscono anche professionalmente, sulla identità e sul clima dell’opera. I responsabili della conduzione devono essere anche i primi garanti e promotori del carisma dell’istituzione presso gli altri laici. In tal senso essi vanno assunti e formati con un'azione rispettosa e graduale, personale e comunitaria, proponendo loro di partecipare all’impresa grande, nobile, divina e umana, di essere segno della provvidenza di Dio e della maternità della Chiesa.

In sintesi: i contenuti e le modalità della formazione dei laici coinvolti in istituzioni caritative cattoliche dipendono dal tipo di collaborazione e dovrebbero avere questi connotati essenziali:
1. per chi svolge servizi funzionali/tecnici si proporrà almeno di condividere lo stile di servizio in sintonia con il carisma;
2. per chi svolge servizi relazionali (alle persone) occorre giungere alla condivisione dei valori del carisma;
3. per chi svolge servizi direzionali è indispensabile assumere il carisma come fonte spirituale del servizio.

4. Relazione nella famiglia religiosa
C'è anche un quarto livello di coinvolgimento, che di per sé non è istituzionale. Avviene che alcuni laici, collaboratori in una istituzione appartenente a una Congregazione o Ente religioso, domandano di partecipare alla vita della comunità religiosa, in diverse forme, con diversi gradi di partecipazione o di aggregazione, ben oltre il rapporto di lavoro e di servizio. Cioè, si sentono e chiedono di condividere la vita di famiglia di quella comunità che anima e gestisce l’istituzione di carità. È un livello che definirei “vocazionale”. Infatti, la richiesta nasce dal desiderio di laici di relazionarsi e integrarsi con i religiosi in un cammino comune di umanità, di santificazione, di missione nella prospettiva del Regno di Dio.

In conclusione, diamoci da fare perché la comunione con i laici nelle istituzioni caritative è possibile, è una grazia ed è un impegno.

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