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Messaggi don Orione
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Autore: Alessandro Belano
Pubblicato in: "Messaggi di Don Orione", 1998, n.98, pp.11-42.

La testimonianza di Don Orione.

GIOSUÈ CARDUCCI: DALLA RIBELLIONE ALLA CONVERSIONE

LA TESTIMONIANZA DEL BEATO DON LUIGI ORIONE

Alessandro Belano

 

Sono molti i critici letterari che hanno sottolineato nei loro studi l'aperto anticlericalismo presente in numerose opere di Giosuè Carducci.[1] Sono infatti noti i sentimenti liberali, l'aperta avversione alla Chiesa e al sacro, lo spirito laico e repubblicano manifestati dal Carducci lungo l'arco della sua vita di poeta e di uomo. Fin dalla giovinezza si era andata sempre più attenuando nel Poeta la fede nei principi cattolici e, nel contempo, erano cresciuti, con toni spesso esacerbati, la sua ostilità e il suo dissidio nei confronti delle istituzioni cattoliche.[2]

         Quasi tutti gli autori, tuttavia, tendono a minimizzare questa impronta anticlericale o, al più, a ricondurla entro gli argini del versante eminentemente poetico, giudicandola come una forma esagerata dell'espressione artistica senza un reale coinvolgimento del Poeta in ciò che egli scriveva.

         Da un punto di vista strettamente letterario e statistico i riferimenti religiosi (di consenso o di rifiuto) sono scarsi e quasi marginali se si considera l'insieme della produzione letteraria carducciana.[3] Esiste tuttavia una vera dimensione di forte rivolta religiosa che contrassegna e accompagna l'intera esistenza del Poeta e che è possibile rintracciare in scritti e discorsi, gesti e parole, prese di posizioni e imposizioni. Del resto, altri critici dell'area storica hanno fatto luce sugli elementi massonici condivisi e manifestati dal Carducci e sulla sua reale appartenenza pubblica alle istituzioni e alle Logge del libero pensiero, consegnandoci così un ritratto carducciano contrassegnato da una reale impronta anticlericale di cui è possibile avere un riscontro nella sua produzione letteraria.

ACCENTI GNOSTICI E NATURISTICI

         Riferimento esemplare di questo spirito anticlericale del Carducci può essere considerato l'inno A Satana.[4] Qui, fin dalle prime battute, appare chiaro quale sarà il "programma" poetico-contenutistico dell'ode: il naturalismo, anzitutto, inteso come esaltazione e celebrazione della vita, «dei fenomeni e delle bellezze della natura, del vino e degli occhi delle donne, delle gioie del convito e dell'amore» (Mario Saccenti). Un naturalismo che si mescola ad una concezione panteistica dell'esistenza che tutto pervade. In tale miste­rioso amplesso cosmico-pagano il Poeta vede l'origine e la fine di ogni trasformazione e attività, di ogni divenire, di ogni espressione della natura o creata dall'uomo.

         L'altro aspetto caratteristico dell'inno, il razionalismo, è altrettanto evidente. Lo ritroviamo anzitutto nell'esaltazione del libero pensiero, svincolato da ogni schiavitù che la religione imporrebbe:

         «Gittò la tonaca

         Martin Lutero:

         gitta i suoi vincoli,

         uman pensiero,

         e splendi e folgora

         di fiamme cinto;

         materia, inalzati;

         Satana ha vinto» (vv. 161-168).

 

         Troviamo qui adombrata la concezione illuminista che, a partire storicamente dal pensiero protestante, intende celebrare la forza e il «lume» della ragione attraverso le conquiste della società e del progresso, della ribellione e della protesta, lontano da ogni imposizione di tipo dogmatico e da ogni liturgia: «In Satana il Carducci vuole rappresentare il progresso del pensiero e della civiltà come audace ribellione contro ciò che egli reputa pregiudizio dannoso, residuo del Medioevo».[5]

 

         Il motivo catalizzatore di questa visione gnostica, la figura ispiratrice ed emblematica del nuovo trionfo illuminista, l'artefice del cambiamento immanentista è lui, Satana:

         «Salute, o Satana,

         o ribellione

         o forza vindice

         de la ragione!» (vv. 193-196).

         Satana è identificato come il fondatore di una nuova dimensione umana; egli è l'energia attiva dell'universo, vita, indipendenza, trasformazione.

         Di stampo gnostico-massonico risulta anche la concezione religioso-morale che si ritrova nell'Inno e il conseguente dileggio dell'etica cristiana e delle istituzioni ecclesiastiche, destinate, secondo il Poeta, a scomparire:

 

         «Via l'aspersorio,

         prete, e il tuo metro!

         No, prete, Satana

         non torna in dietro!» (vv. 21-24)

 

         Il «brindisi satanico» (come lo definì lo stesso Poeta) diventa adesso espressione dissacratoria e blasfema che attacca e intacca quanto di più sacro ha il cristianesimo: la liturgia, il rito eucaristico, Gesù Cristo, lo stesso Dio:

 

         «Vedi: la ruggine

         rode a Michele

         il brando mistico,

         ed il fedele

         spennato arcangelo

         cade nel vano.

         Ghiacciato è il fulmine

         a Geova in mano» (vv. 25-32).

         In pratica, l'intera composizione si muove tra valenze neo-pagane mediante elementi naturistici che polemizzano violentemente con la religione cattolica. Una conferma indiretta di questo spirito naturalistico, venato di gnosi massonica, la ritroviamo in una pratica piuttosto singolare collegata al culto satanico degli anni '50. I versi del nostro Inno, unitamente ad altri canti e preghiere (Inno a Pan; Collette per la messa gnostica), erano infatti normalmente utilizzati all'interno delle formule diaboliche dei riti satanici che venivano compiuti sulla tomba londinese di Aleister Crowley, il riconosciuto fondatore della magia nera del Novecento.[6]

TRA POESIA E IDEOLOGIA MASSONICA

         A questo punto sorge una domanda: siamo davanti soltanto ad una ingenua ed estemporanea espressione poetica, una specie di scherzo artificiosamente elaborato oppure in queste parole dobbiamo cogliere le convinzioni profonde del Poeta, il suo modo di intendere l'esistenza, il suo spirito?

 

         Molti critici hanno parlato di provocazione, goliardia, esagerazione. In altre parole: l'inno A Satana sarebbe soltanto una composizione sovraccarica, apparenza e posa senza sostanza, forma estetica priva di convinzioni, abilità poetica senza alcun riscontro esistenziale, sfogo giovanile e spavaldo. Simile all'«eloquenza grandeggiante» (G. De Robertis), alla «rettorica ufficiosa e fastosa» (N. Sapegno), al «piglio oratorio» (G. Getto) che contrassegnano gran parte della produzione letteraria carducciana. La composizione, si afferma, lungi dal proporsi come un esplicito "manifesto" della personalità e della religiosità carducciana, è da considerarsi come una esternazione episodica, uno scherzo estemporaneo.

 

         Come sopra accennato, questa analisi e il conseguente giudizio si fermano soltanto al dato estetico, respingendo ciò che si nasconde nelle parole dell'inno. Forse è così sul piano prettamente letterario. È altrettanto evidente per quanto riguarda le convinzioni che si nascondono dietro questi versi e che ne sono la fonte ispiratrice? Non lo crediamo, essenzialmente per due considerazioni.

         La prima nasce dalla constatazione che, altrove, il Poeta ebbe modo di affermare, in termini più diretti, la segreta intenzione che lo spinse a comporre il suo inno. Celebrando Satana egli dichiara «di avere finalmente cantato la natura sempre e l'umanità ribelli necessariamente nei tempi cristiani all'oppressione del principio di autorità dogmatico congiunto al feudale e dinastico».[7] A queste confessioni si ribatte che lo stesso Carducci, anni dopo (1881), definì una «birbonata» e una «chitarronata» la sua composizione: «Non mai chitarronata (salvo cinque o sei strofe) mi uscì dalle mani tanto volgare».[8]

         Al riguardo però ci sembra efficace un'altra considerazione: si dimentica quanto il Poeta, nell'occasione, scrive qualche riga prima: «...l'inno a Satana fu una birbonata utile: birbonata, non nel concetto, che per me è ancor vero tutto o quasi, ma per l'esecuzione».[9] In altre parole: «Si dimentica che i contenuti essenziali dell'inno saranno ripresi da tutto il Carducci posteriore e che il termine "chitarronata", affibbiato dal poeta all'opera negli anni maturi, si riferiva solo ai limiti formali dovuti alla sua improvvisazione, e nulla più».[10]

 

         Soltanto da un punto di vista del valore poetico ed estetico l'Autore si mostrò in seguito severo nel giudicare il suo Inno, non su quello delle sottostanti convinzioni e idee. Diversi critici hanno perfino rintracciato le fonti ispiratrici dell'inno: si fanno i nomi di Beranger, Heine, Proudhon, Thierry, Taine, Quinet, Michelet. Va ricordato in proposito quest'ultimo, il quale manifestò la sua simpatia per l'ideologia massonica nell'opera Storia di Francia e in La sorcière, una storia della stregoneria in chiave di illuminazione gnostica. Scrivendo proprio a Michelet il 18 dicembre 1865 il Poeta, nell'inviare in omaggio copia del suo inno, riconosce i suoi versi come «ispirati per gran parte dalle opere vostre» e si qualifica tra coloro «che aborriscono dalla tetra schiavitù del cattolicesimo».

 

         Dunque questa mescolanza di illuminismo, gnosi massonica, polemica anticattolica, forte spirito anticlericale sono dichiaratamente presenti nel nostro inno. Il Poeta si prende gioco delle istituzioni cristiane, dei riti e del culto, dello stesso Dio. In nome di un libero pensiero, di ordine naturalista e razionalista, viene prospettata una specie di rivoluzione panteista che dovrà spazzar via ogni retaggio con la religione cristiana. L'Inno A Satana, in tal senso, acquista un significato ben preciso, emblematico, come acutamente osserva Paolo Mariani:

«Non si è ancora compreso ciò che "A Satana" essenzialmente è, e cioè una coerente, esemplare espressione della gnosi massonica del suo autore».[11]

         La seconda motivazione a sostegno di una reale impronta areligiosa e massonica condivisa dal Carducci è di ordine letterario e storico e nasce dalla constatazione che questa caratteristica non è limitata all'inno A Satana, come uno scherzo occasionale, ma si ritrova altrove nella produzione letteraria del Poeta e si concretizza in precisi atteggiamenti della sua esistenza. Eccessi intrisi di paganesimo e gnosticismo e caratterizzati da un forte atteggiamento contro la fede in Dio e la Chiesa si ritrovano, infatti, in altri celebri passaggi della poesia carducciana. Nell'ode In una chiesa gotica (1876), il Poeta, contemplando la bellezza architettonica delle slanciate colonne, non prova altro che un anelito al piacere in antitesi con Dio, anzi con il disprezzo di Dio: «Io non Dio chieggovi, steli marmorei», e incalza passando al celebre insulto a Cristo: «Addio, semitico nume! Continua / ne' tuoi misterii la morte domina. (...) dei tuoi templi il sole escludono. / Cruciato martire tu cruci gli uomini, / tu di tristizia l'aër contamini».

 

         Analogamente, nell'ode Alle fonti del Clitumno, il Poeta, in termini sprezzanti, contrappone Cristo alla grandezza di Roma: «Più non trionfa, poi che un galileo / di rosse chiome il Campidoglio ascese, / gittolle in braccio una sua croce, e disse / Portala, e servi».

 

         Non sono soltanto le parole a definire lo spirito illuminista e il credo gnostico-massonico professato dal Carducci. Come accennato, esistono anche fatti e comportamenti ben precisi (e significativi) di questa ideologia anticlericale e areligiosa. Particolarmente significativo è un passaggio della lettera che il Poeta scrive in un momento di dolore all'amico Giuseppe Chiarini all'indomani dalla improvvisa morte del suo piccolo figlio Dante di tre anni. Qui, in un passaggio quasi di sfuggita, ci viene riferito che, tra le prime parole insegnate da papà Giosuè al proprio bambino, c'erano alcuni versi dell'Inno, con la celebre invocazione a Satana:

«Il mio povero bambino mi è morto; morto mercoledì passato d'un versamento al cervello (...). Mi morì a tre anni e quattro mesi; ed era bello e grande e grosso, che pareva per l'età sua un miracolo. Ed era buono e forte e amoroso, come pochi. Come amava la sua mamma, e che cose gli diceva! E diceva, Salute, o Satana, O ribellione, con tutta la sua gran voce, picchiando la manina su la tavola o il piede in terra...».[12]

         Ci risulta inoltre con certezza come il Poeta, negli anni della composizione, era solito mangiare di grasso il Venerdì Santo e banchettare con costine di maiale e lambrusco in occasione delle vigilie delle solennità liturgiche.[13]

         Veramente corrosiva è anche una invettiva che il Poeta lancia contro la Chiesa di Roma nell'ode Alla città di Ferrara, composta nel 1895 a Roma in occasione del terzo centenario della morte di Torquato Tasso:

«Sii maledetta, o vecchia vaticana lupa cruenta,

  maledetta da Dante, maledetta pe 'l Tasso».

IL DECLINO DEL RIBELLE

         Questo è quanto si può dire a proposito del carattere gnostico, anticlericale e massonico presente nell'inno A Satana e in altre opere carducciane. Come già detto, tuttavia, non si tratta di fatti episodici, né, tantomeno di «chitarronate». Sul piano storico sono infatti ampiamente noti i rapporti che il Carducci ebbe con la massoneria del suo tempo. La sua affiliazione avviene con molta probabilità attorno al 1860.[14] Dunque, al tempo della composizione del nostro Inno (15 ottobre 1863), il Carducci era già istituzionalmente inserito nei quadri massonici e questa sua appartenenza, unitamente alle convinzioni che la sostenevano, rimase stabile nel corso della sua esistenza.

         Nel 1866 egli si prestò attivamente alla fondazione di una Loggia (la Felsinea) a Bologna, assieme al matematico Luigi Cremona e ad altri affiliati. In qualità di segretario, fu proprio Carducci, nello stesso anno, a redigere un opuscoletto per la Loggia Felsinea, inteso come una "protesta" contro la Massoneria di Rito Scozzese.[15] Tre anni più tardi, l'8 dicembre 1869, in occasione dell'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano I, «Il Popolo» di Bologna, ripubblicò l'inno A Satana, quasi a contrapporre, come significativa sfida, l'ideologia massonica a quella cattolica. Molti anni più tardi, nel 1886, ritroviamo il Poeta membro attivo della Loggia romana «Propaganda n  2», presieduta da Adriano Lemmi, e nel 1890 viene eletto 33  grado del Rito Scozzese Antico.

         Nel 1869 egli pubblica una raccolta di composizioni significativamente intitolata «Polemiche sataniche». Qui non è certo l'adepto invasato o il posseduto dal demonio che parla: il versante (o la prospettiva) non è quella dell'occulto, dell'esoterico, del rituale magico. È quello, più razionale e programmatico, dell'ideologia umanista di stampo naturalista ed intrisa di illuminismo ed anticlericalismo. E in una lettera del 1862 (un anno prima del nostro Inno), il Carducci scriveva: «Non è più tempo di mezzi termini. O giù il cattolicesimo o giù il progresso della libertà». Coerente con questi principi egli si difese energicamente ai (rari) tentativi di coloro che speravano di ricondurlo alla Chiesa. In una lettera scritta alla contessa Silvia Pasolini egli dichiara: «La divinità di Cristo non ammetto», anche se è pronto ad inchinarsi «al gran martire umano».

         A partire dal 1890 il Carducci ricevette pubblici attestati e onorificenze e fu generalmente considerato come una specie di istituzione nazionale. Fu nominato senatore del Regno e successivamente Cavaliere di Gran Croce. In più di una ricorrenza fu invitato come oratore ufficiale di solenni celebrazioni. In occasione del suo giubileo gli furono tributati onoranze fastose. Nel 1904 il ministro della Pubblica Istruzione, Vittorio Emanuele Orlando, gli ottiene una pensione annua a titolo di riconoscenza e, a coronamento di tanto onore, nel dicembre 1906 egli ricevette l'ambito premio Nobel per la letteratura. Fu l'ultimo riconoscimento pubblico: circa due mesi dopo il Poeta moriva nella sua abitazione bolognese (16 febbraio 1907).

         Eppure, nonostante i fasti e le feste, la vecchiaia del Carducci fu segnata dal dolore e dallo smarrimento. Alcuni anni prima della morte, il Poeta subì gravi dolori. Nel 1885, il 18 marzo, fu colto da un accenno di paralisi al braccio destro. Il male fu curato con interventi energici, ma continuò a causare al Poeta periodi di stanchezza e avvilimento. La stagione poetica del Carducci, così ricca di frutti, si arresta praticamente al 1898: a partire da questa data egli non compone più alcuna poesia, se non pochi frammenti ed abbozzi. Il 25 settembre 1899 un nuovo, deciso attacco paralizzò il braccio e la mano destra, accentuando la sua decadenza fisica al punto da immergerlo in periodi di cupo sconforto. Espressiva, al riguardo, la lettera che il Poeta scrisse il 19 agosto 1901 all'amico Luigi Billi:

«Come sto? Bene di fuori, male di dentro. Ogni breve gita mi stanca, malinconia mi tormenta (...). Tutto per me è amarezza, tedio e noia. Mi duole di recarti un dispiacere col mio rifiuto, ma il mescolarmi a feste e il solo pensare a trovarmi in compagnia di molti è grandissimo dispiacere a me. Che vuoi? ormai mi sono distaccato dagli uomini e votato alla solitudine e all'oblio...».[16]

VERSO LA CONVERSIONE

         Sullo sfondo di questa necessaria, seppure limitata, analisi poetico-esistenziale vogliamo collocare l'oggetto della nostra indagine: la presunta conversione del Carducci.[17] Tra i segni di questo riavvicinamento a Dio e alla Chiesa del Carducci si è soliti far riferimento alle poesie Sogno d'estate e Sabato Santo, e in particolare ad una ode scritta negli ultimi anni di vita del Poeta, La Chiesa di Polenta (1897), che rappresenterebbe un tentativo di avvicinamento e apertura del Carducci verso i cattolici, tanto da far pensare «che egli fosse stato cattolico senza saperlo» (Rodolfo Fantini). A noi poco convince questa presunta vena religiosa e, tantomeno, cattolica che sarebbe presente in questi scritti. Le rievocazioni storiche, il tono di vate, le immagini eccessive non depongono a favore di una genuina convinzione cristiana. Nel caso di La Chiesa di Polenta si tratta solo di «un quadro storico e ideale faticosamente costruito e spiegato, tra la violenza scenografica della polemica contro l'alto Medioevo e gli accenti melanconici e riflessivi dell'evocazione paesistica e dell'estasi serotina, caratteristici dell'ultimo Carducci».[18] L'ultima parte dell'ode, con la celebre Ave Maria, più che proporre elementi religiosi ci riporta al «pensoso sospirar» di una religiosità laica e alle asettiche contemplazioni dello spirito umano come tale in cerca di pace.

         Eppure qualcosa, lentamente, faticosamente, e certo dolorosamente, stava cambiando nell'animo del Poeta. Nel 1892, sotto una immagine del Cristo di Monte Verde che gli veniva mostrata dalla Marchesa di Villamarina, dama di compagnia della regina Margherita, egli scrisse di suo pugno questa quartina:

«Le braccia di pietà che al mondo apristi,

         sacro Signor, da l'albero fatale,

         piegale a noi che, peccatori e tristi,

         teco aspiriamo al secolo immortale».[19]

         Nello stesso anno, in occasione della Prima Comunione di Margherita Gargiolli, regala alla festeggiata il libro di pietà L'anima con Dio del Card. Alfonso Capecelatro, apponendovi questa dedica:

«A te innanzi il giovin core / apra candido il suo fiore / ne la prima luce pia / o regina del dolore / o sovrana dell'amore / Santa Vergine Maria!».[20]

         La stereotipa figura del poeta pagano, le pubbliche convinzioni di un Carducci irreligioso e forse ateo debbono essere riviste da queste episodiche testimonianze che depongono a favore di un altalenante cambiamento che stava sopravvenendo nell'animo del Poeta. Il 1  settembre 1894 scriveva al professor Paolo Tedeschi queste parole: «A Dio voglio credere sempre più. Il cristianesimo cerco d'intenderlo storicamente. Al cattolicesimo sento impossibile avvicinarmi con intelletto d'amore; ma rispetto i cattolici buoni».[21]

         Questo faticoso e doloroso cambiamento che stava gradualmente avvenendo nell'animo del Poeta, questa specie di dissociazione interiore, unitamente allo spirito sempre irrequieto del Poeta, sono efficacemente descritti in uno stralcio di lettera scritta all'editore Barbera:

«Io non so qual sia peggio in me a certi momenti, se il fanciullo o il diavolo: c'è dell'uno e dell'altro (...). E al di sopra di queste procelle sta la mia ragione che serena e fredda le contempla, come la luna in una notte di ottobre il mare agitando».[22]

         Un altro indizio di questo silenzioso riavvicinamento a Dio possiamo scorgerlo in un rapido passaggio, quasi insignificante, che compare in una lettera scritta all'amico Giuseppe Chiarini in data 11 agosto 1905, a soli due anni dalla morte. Dopo aver ringraziato l'amico letterato, il Poeta aggiunge:

«...Ora, tanto del fisico come del morale, sono proprio affranto: la macchina è forte e potente, ma la malattia ha ripetuto i colpi e sempre li rinnova. Sarà quel che Dio vuole...».[23]

         «Sarà quel che Dio vuole»: da quel poco che conosciamo in nessun altro scritto carducciano compare una simile espressione. Retorica? Formula convenzionale? Non lo crediamo: solo un senso di rinnovata convinzione può aver spinto il Poeta a scrivere quella frase. A questo punto della sua vita, ormai vicino alla morte, la retorica, le apparenze, le convenzioni si erano già da tempo dissolti.

         Un altro importante segno di questo lento ma graduale riavvicinamento a Dio e alla Chiesa possiamo trovarlo nella lettera che, pochi mesi dopo, il 23 dicembre 1905, il Poeta inviò alla contessa Silvia Pasolini. Il Carducci, nell'occasione, così definiva il suo pensiero sulla religione:

«Voglio fare le mie confessioni: cioè vo' dire cose che, dopo morto, tolgano ogni dubbio del come io pensassi e credessi. Cominciamo dal principio: da Dio, o da chi è tenuto Dio (...). Confesso che mi lasciai trasportare dal principio romano, in me ardentissimo; e fu troppo. Ma quasi al tempo stesso soavi cose pensai e scrissi di Cristo: "Oh, allor che del Giordano a i freschi rivi / traea le turbe una gentil virtù...". resta che ogni qual volta fui tratto a declamare contro Cristo, fu per odio contro i preti; ogni qual volta che di Cristo pensai libero e sciolto, fu mio sentimento intimo. Ciò non vuol dire che io rinneghi quel che ho fatto: quel che scrissi, scrissi: e la divinità di Cristo non ammetto. Ma certe alcune espressioni sono troppo; ed io, senza adorare la divinità di Cristo, mi inchino al Gran Martire umano. Questo voglio che si sappia, e lo scrivo a Voi, perché capace di dirlo apertamente. Giosuè Carducci».

Nel post-scriptum aggiunge:

«Pensieri della vigilia di Natale, che ho sempre avuto, e tenerne conto. G.C.».[24]

         Che cosa stava sopravvenendo nel Carducci? Viene da credere che «con l'andare degli anni, con lo sbollire del volterianesimo chiassoso, con la fatale stanchezza che subentra allo star troppo su posizioni violente, specie in certi individui fondamentalmente onesti, il Carducci dovette di tanto in tanto ripiegarsi su se stesso e riflettere e riandare agli anni in cui aveva creduto in Dio».[25]

         Alla luce di queste testimonianze e considerazioni possiamo dunque affermare che l'irruento anticlericalismo del Carducci era il frutto esteriore delle sue convinzioni massoniche. Carducci aderì decisamente alle idee liberali del suo tempo, orientate alla lotta contro la religione cattolica, la Chiesa e il Papa. Egli fu membro attivo dell'istituzione massonica Bolognese e Romana e manifestò in più di una occasione il suo disprezzo verso il cattolicesimo e il mondo ecclesiastico. Tuttavia si sviluppò in lui lentamente, nascostamente, un diverso atteggiamento nei confronti della religione e di Dio, tanto da poter parlare, nei suoi ultimi anni di vita, di vera conversione. È quanto cercheremo di dimostrare nella seconda parte del nostro studio.

IL RITORNO A DIO - LA TESTIMONIANZA DI DON ORIONE

         A sostegno della conversione del Carducci, sopravvenuta, per quanto possiamo sapere, negli ultimi anni di vita, esiste una serie di indizi ed altre esplicite testimonianze. Si tratta in particolare delle rivelazioni rilasciate dal Beato Don Luigi Orione[26] e da altri personaggi vicini al Poeta. Non ci consta, sul piano storico, che Don Orione abbia personalmente conosciuto il Carducci o abbia avuto una qualche relazione epistolare con lui. Tutti i dati che possediamo, anzi, escludono questa possibilità. Tra i due, tuttavia, esistono particolari elementi di comunanza e perfino un parallelo letterario.

 

         Ricorda un anziano Sacerdote dell'Opera fondata dal Beato: «Il 10 aprile 1932, accompagnai il Signor Direttore Don Orione all'Eremo di Sant'Alberto per la vestizione dei primi eremiti ciechi "tarcisiani", vale a dire vestiti con la tipica tunica bianca a clavi neri... Di ritorno, passando per Pontecurone, egli mi indicò una casa: "Qui, disse, quando ero chierico, fui al pranzo per la prima Messa di un certo Don Lodi e vi recitai una poesia: era una parafrasi dell'«Inno a Satana» del Carducci...". Allora io presi la palla al balzo, perché ricordavo che una sera, ai primi del mese, nel gennaio precedente, trovandomi ammalato a Tortona, il Servo di Dio era venuto a trovarmi e mi aveva detto che aveva fatto il proposito, per tutto quell'anno, di essere compiacente con tutti. Perciò gli dissi: "Signor Direttore, ricorda che ha fatto il proposito per quest'anno di essere sempre compiacente con tutti? Lo sia anche con me, e mi detti adagio le strofe della sua palinodia del "Satana"...».[27]

         Della composizione in parola si è fortunatamente conservata una minuta autografa, sebbene non sappiamo se sia la definitiva. I versi recitati da Don Orione al Confratello vi appaiono o non tutti o leggermente modificati. Del resto è noto a quale lavorio di lima il Beato Don Orione sottoponeva, in genere, i propri scritti. Ne riproduciamo integralmente il testo:

«Adergi il trono, o Religione,

Sovra la tomba della Ragione;

Si sciolga un canto, s'innalzin voti:

Ha vinto il Geova dei Sacerdoti.

Trionfa, o Chiesa, asciuga il pianto!

Il dì nefasto si volga in santo:

Lottar pel Papa l'intera vita,

Scorre i tuoi ferri, giurò il levita.

Salute, o prode campion di Cristo!

L'orgoglio fiacca del secol tristo;

Il genio ispira ai grandi eroi;

Pugna da forte: Dio è con noi!

L'Angiolo Igino[28] t'addita il campo;

Dall'aspra guerra certo è lo scampo.

La gloria è nostra: ecco gli allori:

Cingi la fronte di gigli e fiori.

Impugna il brando, Croce di Dio;

Vesti l'usbergo del popol pio;

Dei vincitori non senti i canti?

Slánciati in schiera: coraggio, avanti!

Sorgi, o fratello, non pigliar lena,

Scendi l'arringo, vola alla arena:

Fiero Golia oggi ci sfida,

Fratello, sorgi: il Ciel ti è guida.

Il foco sacro, che infiamma il core,

Al Sangue attinge del santo Amore.

Candide serba le bianche stole:

Muori per Cristo: Dio lo vuole!».[29]

         Questi paralleli tra il Carducci e Don Orione non si fermano qui. Un antico alunno, Taverna Felice, ricorda: «Una volta Don Orione ci commentò l'inno A Satana di Carducci: fece un commento estetico così bello, che mi fece grande impressione: parlava del progresso scientifico, non dette peso all'intenzione anticristiana. Era l'anno che facevo 5  ginnasiale (1899-1900)».[30] Il Carducci, nei primi anni del Novecento, era all'apice del successo e Don Orione, occasionale insegnante di Lettere nei suoi Istituti, evidentemente conosceva abbastanza bene le opere del Poeta e quando se ne presentava qualche occasione propizia utilizzava alcuni dei suoi versi più significativi.

         In data 7 settembre 1922, scrivendo a Don Gaetano Piccinini, responsabile della formazione ginnasiale dei futuri sacerdoti dell'Opera, Don Orione raccomanda di impartire una adeguata istruzione letteraria, sconsigliando però, in tale circostanza, la lettura del Carducci, ritenuta troppo ostica per quelle menti ancora troppo deboli:

«So che codesti nostri di V sono piuttosto debolucci in italiano, e per questo mi parrebbe che la lettura del Carducci sarà pane troppo duro pei loro denti e di effetto troppo forte su dei nervi ancora troppo deboli. Letture, facili, letture facili, e presto assimilabili, ci vogliono: sono bambini in italiano!».[31]

         In altra occasione (31 dicembre 1923) Don Orione invia a Don Carlo Sterpi, suo primo collaboratore, «due poesiole del Carducci, che, se si fa a tempo, gradirei le metteste in fine dell'opuscolo Poesie Religiose per la V e VI elementare, possibilmente unite, cioè una dopo l'altra». Non sappiamo quali fossero queste due poesie.

         Per quanto riguarda questi paralleli tra Carducci e Don Orione vorremmo segnalare una curiosa, anche se involontaria, analogia onomastica. Sappiamo che il Poeta era solito firmarsi con lo pseudonimo di Enotrio, impiegato per la prima volta proprio in occasione della pubblicazione dell'inno A Satana (1865) e conservato fino alle prime Odi barbare. Altrove egli ci offre anche una breve descrizione di questa scelta: «...Enotrio Romano non è che un artista; non vate, non precursore, non bardo, e per nessuna cosa al mondo poeta civile...».[32]

         Ebbene, anche Don Orione, almeno in età giovanile, era solito firmarsi in alcuni scritti, specie telegrammi, usando un appellativo la cui grafia richiama molto da vicino quella usata dal Carducci: Enoiro.[33] Sarebbe però sbagliato vedere in questa scelta presunte ideologie o tratti programmatici: si tratta semplicemente dell'anagramma del suo cognome letto all'incontrario: Orione-Enoiro. Era un ingegnoso quanto semplice ed efficace sistema di riconoscimento, un tacito codice cifrato con il quale il Beato firmava alcuni suoi messaggi riservati, nascondendo la vera identità dietro un nome che solo i più intimi erano in grado di decodificare.

         Ma ritorniamo all'oggetto della nostra indagine. La prima esplicita testimonianza rilasciata da Don Orione circa la conversione del Carducci avvenne sulla nave «Conte Grande», nel settembre del 1934, durante uno dei viaggi missionari che il Beato fece in Sud America. Essendo stato invitato a parlare ai passeggeri che si recavano al Congresso Eucaristico di Buenos Aires, Don Orione trattò della confessione sacramentale e, per sottolineare la straordinaria grandezza del sacramento, rivelò che il Carducci, durante un soggiorno a Courmayeur, aveva conosciuto l'Abate Chanoux,[34] noto predicatore che risiedeva al Piccolo San Bernardo, e che, dopo alcune conversazioni con lui, si era alfine confessato tornando alla fede cristiana.

         Una preziosa conferma di questo viaggio a Courmayeur, di cui parla Don Orione, viene dal riscontro con una affermazione di Libertà Carducci, figlia del Poeta, che ha segnato un appuntamento del padre con l'Abate Chanoux nell'ultimo volume dell'epistolario. Del resto il Poeta aveva compiuto precedenti viaggi e villeggiature a Courmayeur. La prima volta, da quanto risulta, la compì nel 1887, quindi nel 1889, tra luglio e agosto. Fu in quell'anno che compose l'ode Courmayeur.[35] Fu di nuovo a Courmayeur tra l'agosto e il settembre del 1895.

         Più tardi, nel corso di una intima conversazione, il Beato Don Orione, poco prima della sua morte, ebbe modo di ribadire quanto egli conosceva sulla conversione del Carducci. Queste notizie furono raccolte dal suo primo biografo, Don Domenico Sparpaglione.[36] Questi, in occasione del primo processo ordinario per la canonizzazione di Don Orione svoltosi a Tortona, sotto giuramento, testimoniò:

«Non saprei precisare quando, ma negli ultimi giorni trascorsi da Don Orione a Tortona, prima di recarsi a San Remo, dove morì, io per incarico del Salesiano Don Cojazzi chiesi a lui i particolari della confessione di Giosuè Carducci, della quale egli aveva parlato in una predica tenuta sul «Conte Grande». Egli, studiando bene le parole, confermò che il poeta andò durante un'estate a trovare l'Abate Chanoux sul Piccolo S. Bernardo, dal quale si confessò, e aggiunse di averlo saputo da una persona incapace di ingannare, ma non volle dirne il nome perché vincolato da un segreto, essendo quella persona depositaria di due lettere del Carducci relative all'avvenimento, ma in pericolo qualora il segreto fosse stato rivelato. Quanto alla morte cristiana del Carducci, Don Orione mi disse che la riteneva per lo meno probabile e che non bisogna lasciarsi ingannare da tutto quell'apparato massonico, che l'accompagnò».[37]

         Del racconto di Don Orione circa la conversione del Carducci, esistono altre testimonianze raccolte dalla viva voce dei testimoni. Riferiamo la versione lasciataci da Don Luigi Orlandi, confidente del Fondatore e, per molti anni, archivista e Postulatore generale della Congregazione fondata dal Beato:

«Nella settimana precedente la sua andata a San Remo, Don Orione mi chiamò in camera sua, vicino all'orologio, al Paterno, e venne a parlare della morte cristiana del Carducci, confessatosi e comunicatosi dall'Abate Chanoux. Tra l'altro mi disse che, molto spesso, si crede che gli uomini della politica siano morti lontani dalla Chiesa e dai Sacramenti, mentre spesso, in privato e di nascosto dal gran pubblico, si sono riconciliati con la Chiesa e con Dio».[38]

         Altra importante testimonianza è quella rilasciata da Don Giuseppe Zambarbieri, terzo successore del Beato Don Orione e, in età giovanile, a lui vicinissimo come segretario. Egli scrive:

«A proposito degli episodi dei quali il ven. fondatore era solito infiorare i suoi discorsi, onde renderli più vivi e fecondi di bene, narro quanto ho appreso da Don Orione medesimo in merito alla predica che egli tenne sul "Conte Grande" nel settembre del 1934, parlando anche del Carducci. Ne interpellai il Ven. fondatore, il quale disse: "È vero: il Carducci è tornato alla fede e si è confessato. Questo è avvenuto precisamente a Courmayeur". E mi ha raccontato di una notte che il Carducci passò in piedi, passeggiando avanti e indietro nella sua stanza: una notte assai simile a quella famosa dell'Innominato. Al mattino si è presentato all'Abate Chanoux e si è confessato. Ho chiesto se vi sono prove di veridicità. Don Orione è stato di persona a Courmayeur per accertare il fatto, penso che sia stato inviato in missione straordinaria. Ed ebbe dall'Abate la conferma».[39]

         Una conferma indiretta di questo avvenimento legato alla conversione del Carducci si può ritrovare nella testimonianza della professoressa Enrichetta Mombelli di Casale, dotata di profonda cultura letteraria. Nel gennaio 1932, Don Orione, desiderando suggellare l'inaugurazione del Santuario della Madonna della Guardia in Tortona, da lui voluto, invitò la summenzionata a tenere una conferenza presso il Collegio Dante Alighieri, in Tortona, aperta alle signorine e donne della città. Riferendosi all'iniziativa, la professoressa Mombelli ricorda: «Alle Signorine Don Orione stesso fece una dimostrazione del come la confessione sia stata accolta anche da persone in alto, per scienza e vita politica, dicendo tra l'altro: "Quando si potrà scrivere una pagina sul Carducci, si saprà che, prima di morire, si è confessato"».[40]

         Per l'importanza e l'autorità della fonte, merita una segnalazione a parte la testimonianza di Luigia Tincani, fondatrice delle Missionarie della Scuola, figlia del noto latinista e grecista Carlo Tincani, allievo e ammiratore del Carducci che lo ricambiava di simpatia e amicizia. Dal racconto della Tincani, rilasciato nel corso di una intervista, apprendiamo nuovi e significativi particolari:

«Mio padre, pur se allora non era praticante, combatteva per la difesa della religione e della Chiesa. Era naturalmente Vice-presidente del Consiglio scolastico, che contava altri quattordici membri: tutti massoni (...). Noi eravamo amiche delle figlie del custode della Certosa. Abbiamo sentito che Carducci in morte volle i Sacramenti e, malgrado la guardia feroce che gli montavano i massoni, li ebbe da un sacerdote vestito da barbiere e venuto con la scusa di fargli la barba».[41]

         Nel corso della sua testimonianza, Luigia Tincani ci ha consegnato altri interessanti particolari:

«Mi ricordo che andavamo a Messa, intorno al '96, e passavamo davanti al Zanichelli; Carducci era già toccato al braccio, e non aveva più la parola sciolta. Stava seduto lì dal Zanichelli;[42] e molti dei suoi gli facevano circolo. Una volta capitò mio padre: "Dove sei stato?". "A Messa!". Lo irrisero. Capitò Carducci, s'inquietò, come faceva sempre, quando dell'anticlericalismo vedeva fare una bandiera. Carducci stigmatizzò quelli che deridevano il credente che era andato alla Messa: "Allora, gli risposero, bisogna credere anche a Cristo Dio!". "E chi ti dice che Cristo non sia Dio, come pensano i cristiani?". "Allora bisogna credere all'anima immortale e all'esistenza di Dio!". E Carducci: "Disgraziato, e chi ti dice che non esista Dio, e che l'anima non sia immortale!". E, tutto sdegnato se ne andò, prendendo il braccio di mio padre. Per tutta la strada tacque. Pensava...».[43]

         Queste le qualificate testimonianze. Forse fu proprio da Luigia Tincani che Don Orione apprese il particolare del viaggio di Carducci a Courmayeur e della sua successiva conversione. Don Orione aveva conosciuto a Messina la Serva di Dio ed è probabile che in qualche occasione essa abbia rivelato quell'importante segreto.

         Come mai il Carducci non manifestò mai apertamente la sua conversione, né parlò in pubblico dei suoi incontri con l'Abate Pietro Chanoux? Non lo sappiamo con certezza, ma, su questo punto, possiamo rifarci ad una efficace battuta di Don Orione davvero illuminante. Accennando, in alcuni suoi appunti, alla conversione del Poeta, il Beato Don Orione scrive che egli «fu troppo debole per dirlo forte».

         C'è ancora un elemento significativo al quale vorremo almeno accennare e che costituisce, a suo modo, un ulteriore indizio di questa conversione. È stato giustamente fatto notare che, in mezzo a tanta ribellione e frastuono, invettive e avversione, parole di fuoco e insulti letterari, ironia, sarcasmo e minacce, resta nel Poeta un rispettoso e quasi fanciullesco contegno nei confronti della Vergine Maria, la quale, nelle (poche) ricorrenze letterarie, è presentata in un alone di gentilezza e considerazione, se non proprio di venerazione. Si tratta solo di «cavalleresca generosità»? Non lo crediamo. Questa presenza mariana nella vita del Carducci non fu semplicemente occasionale, né priva di significato se dobbiamo ritenere sincere le parole pronunciate dallo stesso Carducci: «La Vergine mi deve voler bene, perché ne ho parlato bene».[44]

         Vogliamo concludere le nostre riflessioni segnalando un particolare curioso e, a suo modo, significativo. Da quanto ci risulta la prima composizione poetica (un sonetto) scritta dal Carducci, allora tredicenne, si intitola A Dio.[45] Una sera di maggio del 1848, contemplando il paesaggio dalla finestra della sua abitazione in Castagneto e suggestionato dal rintocco grave delle campane che suonavano la prima ora di notte, l'animo giovanile del Carducci sentì nascere spontanea la voce della poesia e proruppe in una ingenua lode a Dio. Molti anni più tardi, rifacendosi a questo lontano avvenimento, il Poeta aggiunse ai quattordici versi quanto segue: «Mi ride l'animo quando ripenso che io mossi la mia poesia da Dio, da quel Dio che mi ha dato questa anima sensibile e sdegnosa di cui lo ringrazio sempre, da quel Dio che io doveva poi dimenticare ed anche oltraggiare negli anni miei più belli per correre dietro a pazze larve di virtù affettata e di gioie false e vili».[46]

         Leggendo queste parole «non è difficile comprendere quale lavoro purificatore sia passato su quell'anima agitata, percossa da tempeste, traviata da sette, inghirlandata dalla gloria, ma intimamente buona, sdegnosamente superiore, che sa scrollare di dosso la polvere del lungo cammino, rompere vincoli triangolari e ha la forza eroica di vincere alla fine la più difficile delle sua battaglia: ritrovare se stesso».[47]

         Questa tardiva confessione ci sembra una straordinaria anche se ribelle conferma della sopraggiunta conversione del Poeta. Nel fondo del suo cuore irrequieto, dietro alle apparenze sdegnose portate avanti per lunghi anni, si celava un seme nascosto che avrebbe faticato a spuntare.

         Come una specie di inclusione poetico-esistenziale, la vita del Poeta si apre e si conclude alla luce della presenza di Dio. Per quei misteriosi e provvidenziali percorsi interiori che solo Dio conosce, e che, spesso, si caratterizzano da un incedere faticoso, incerto, doloroso, ma mai privo di speranza e grazia, l'antico ribelle doveva approdare a quel Dio che, troppo spesso, aveva indicato con una iniziale minuscola.

         Alla vigilia della morte, dell'indomito anticlericale, del propugnatore del libero pensiero non resta ormai che il ricordo letterario. Non ci è dato di sapere quale furono gli sviluppi di questa ritrovata fede. A questo punto della vicenda umana e poetica del Carducci i contorni si fanno sfumati, le voci si confondono, i versi tacciono. Sola, resta un'anima che, nel segreto, dialoga con il suo Dio.

 


[1]          Valdicastello 1835 - Bologna 1907. L'esatta grafia del nome del Poeta è Giosue, privo di accento grafico: l'uso comune, tuttavia, tollerato inizialmente dallo stesso Carducci, ha consacrato l'ordinaria pronuncia Giosuè.

[2]          La bibliografia relativa agli aspetti letterari dell'opera di Carducci è vastissima. Per un primo approccio segnaliamo, fra tutte, la rassegna curata da Saccenti Mario, Opere scelte di Giosue Carducci. Vol. I: Poesie, UTET, Torino 1993, 92-120. Per quanto riguarda specifici elementi biografici e storici, con particolare riferimento all'oggetto della nostra indagine, cfr. Podrecca G., Giosuè Carducci accerchiato per farlo morire in grembo a S. Madre Chiesa, in «L'Asino», 26 novembre 1905; Cojazzzi A., Don Orione e il Carducci, «L'Osservatore Romano», 28 marzo 1940, 3; (Anonimo), Una testimonianza di Luzzati sulla religiosità di Carducci, «L'Osservatore Romano», 7 luglio 1940, 2; Ceresoli L., Carducci e la religione, «L'Osservatore Romano», 18 dicembre 1940, 1; Meccoli A., Ritorno cristiano del Carducci, Venezia 1942; Amoroso D'Aragona I., Giosuè Carducci a Courmayeur, Roma 1957; Fantini R., Si convertì il Carducci?, in «L'Avvenire d'Italia» (Bologna), 16-17 febbraio 1957, 3; Landucci P.C., È provata la conversione del Carducci?, in Cento problemi di fede, Assisi 1962, 312-340; Marchi G., La conversione di Giosuè Carducci, Don Orione Oggi, aprile 1997, 6-7. Per la presenza di elementi massonici nel pensiero di Giosue Carducci si veda il breve quanto interessante e lucido articolo di Paolo Mariani, Carducci «satanico»: gnosi & massoneria, Studi Cattolici, 431(1997), 44-47, al quale mi sono ispirato per questa prima parte dello studio.

[3]          È interessante notare che, su un totale di 98.986 parole (quante se ne contano dell'intera produzione poetica carducciana), il termine «Dio» ricorre 110 volte (di cui 22 volte nella forma minuscola «dio»). La distribuzione è la seguente: Juvenilia: 37 volte; Rime nuove: 18; Giambi ed epodi: 16; Odi barbare: 12; Rime e ritmi: 11; Levia gravia: 10; Intermezzo: 4; Inno a Satana: 1; Della canzone di Legnano: 1. La frequenza di altri vocaboli significativi è la seguente: «Cristo» (20 volte); «Gesù» (12 volte); «Maria» (12 volte); «papa» (4 volte). Per il computo delle ricorrenze mi sono servito dell'ottimo programma in versione informatica «Liz 3.0. Letteratura Italiana Zanichelli», a cura di Pasquale Stoppelli ed Eugenio Picchi. Il programma di interrogazione è stato sviluppato presso l'Istituto di linguistica computazionale del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa.

[4]          A Satana fu composto nel 1863 (16 ottobre) e pubblicato per la prima volta a Pistoia nel novembre del 1865, sotto lo pseudonimo di «Enotrio Romano» (che comparve per la prima volta). L'interpretazione apparve sull'«Ate­neo Italiano» del 7 gennaio 1866.

[5]          Riccardo Dusi, Storia della letteratura italiana, Libreria Dante Alighieri, Napoli 1942, 421.

[6]          Cfr. Romeo A., voce Satanismo, Enciclopedia Cattolica, vol. X, Città del Vaticano 1953, col. 1959.

[7]          Cfr. Confessioni e battaglie, Zanichelli, Bologna 1937, Serie Prima, pp. 102.

[8]          Cfr. Opere di Giosue Carducci. Edizione Nazionale, Vol. IV, Zanichelli, Bologna 1935-1940, 143.

[9]          Cfr. Opere di Giosue Carducci. Edizione Nazionale, Vol. IV, Zanichelli, Bologna 1935-1940, 143.

[10]         Paolo Mariani, Carducci «satanico»: gnosi & massoneria, Studi Cattolici, 431(199­7), 45.

[11]         Cfr. Paolo Mariani, Carducci «satanico»: gnosi & massoneria, Studi Cattolici, 431(1997), 44.

[12]         Lettera a Giuseppe Chiarini, 14 novembre 1870, in Lettere di Giosue Carducci. Edizione Nazionale, Vol. VI, Zanichelli, Bologna 1938-1968, 250-254.

[13]         Cfr. Mola A.A., Storia della massoneria italiana. Dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano 1994, 126, 165.

[14]         Cfr. Mola A.A., Carducci e i carducciani in massoneria e per la massoneria, in AA.VV., Massoneria e letteratura, Bastogi, Foggia 1987, 212.

[15]         Cfr. Barbieri T., Uno scritto massonico di Giosue Carducci, in «Bologna» (Rivista del Comune), marzo-aprile 1958, 74. Il Barbieri ha anche rinvenuto una copia stampata dell'opuscolo con correzioni a matita autografe del Poeta.

[16]         Cfr. Lettere di Giosue Carducci. Edizione Nazionale, Vol. XXI, Zanichelli, Bologna 1938-1968, 34-35.

[17]         Per questa seconda parte dello studio ho preso lo spunto dal breve articolo di Giovanni Marchi, La conversione di Giosuè Carducci, in «Don Orione Oggi», aprile 1997, 6-7.

[18]         Cfr. Saccenti M., Opere scelte di Giosuè Carducci. Vol. I: Poesie, UTET, Torino 1993, 986.

[19]         Riportato da Landucci P.C., È provata la conversione del Carducci?, in Cento problemi di fede, Assisi 1962, 315.

[20]         Cfr. Landucci P.C., Ibid., 315.

[21]         Riportato da Mondrone D., Assaggi dall'epistolario Carducciano (Voll. XVI, XVII, XVIII, XIX), Civiltà Cattolica, I (1957), 285.

[22]         Cfr. Lettere di Giosue Carducci. Edizione Nazionale, Vol. VIII, Zanichelli, Bologna 1938-1968, 346-348.

[23]         Cfr. Lettere di Giosue Carducci. Edizione Nazionale, Vol. XXI, Zanichelli, Bologna 1938-1968, 221-222.

[24]         Riportato da Messeri A., Da un carteggio inedito di Giosuè Carducci, Bologna 1907.

[25]         Cfr. Mondrone D., Assaggi dall'epistolario Carduciano (Voll. XVI, XVII, XVIII, XIX), Civiltà Cattolica, I (1957), 285.

[26]         Pontecurone 1872 - Sanremo 1940, Fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, beatificato da Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1982.

[27]         Cfr. Venturelli G., Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti e testimonianze. Vol. I: 1872-1893, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma 1958, 698-699.

[28]         Si tratta di Sua Ecc.za Mons. Igino Bandi, Vescovo di Tortona, la cittadina piemontese nella quale Don Orione compì gli studi di teologia e fu ordinato sacerdote.

[29]         Cfr. Archivio Generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma, Scritti, 167‑205.

[30]         Cfr. Venturelli G., Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti e testimonianze. Vol. II: 1893-1900, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma 1984, 305.

[31]         Cfr. Lettera del 7 settembre 1922, Archivio Generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza.

[32]         Cfr. Lettera del 1869 a Diego Mazzoni, in Lettere di Giosue Carducci. Edizione Nazionale, Vol. VI, Zanichelli, Bologna 1938-1968, 58.

[33]         Eccone un esempio: «Ritarda stampa giornale. Mandato ieri articolo importantissimo. Prego stamparlo, presentarlo Vescovo. Scritto io. Riceverai lettera. Enoiro» (Telegramma inviato a Don Sterpi da Noto, in data 30 settembre 1898).

[34]         L'Abate Don Pietro Chanoux (1828-1909) dal 1860 alla sua morte fu cappellano e rettore del rifugio Piccolo San Bernardo, posto a 2188 metri sul livello del mare.

[35]         L'ode, un saluto alla piccola città sulla sponda della Dora Baltea, si caratterizza per le efficaci descrizioni che, sul finire, si confondono con le memorie e le speranze del poeta: «...Salve, o pia Courmayeur, che l'ultimo riso d'Italia / al piè del gigante de l'Alpi / rechi soave! te, datrice di posa e di canti, / io reco nel verso d'Italia...».

[36]         Sacerdote dell'Opera di Don Orione, letterato, apprezzato critico manzoniano (suo il pregevole saggio Guida al Manzoni, Ediz. Don Orione, Tortona), morto nel 1982.

[37]         Cfr. Sacra Congregatio pro Causis Sanctorum. Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Aloisii Orione. Summarium, Roma 1976, 158-159.

[38]         Cfr. Archivio Generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma, Posizione Orlandi, 8. I.

[39]         Cfr. Archivio Generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma, Posizione Zambarbieri, 2.

[40]         Cfr. Archivio Generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma, Posizione Mombelli, 4. I.

[41]         Cfr. Venturelli G., Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti e testimonianze. Vol. V: 1909-1912, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma 1995, 316-317.

[42]         È Nicola Zanichelli, l'editore bolognese che dal 1875 in poi curò le pubblicazioni del Poeta.

[43]         Cfr. Venturelli G., Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti e testimonianze. Vol. V: 1909-1912, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma 1995, 317.

[44]         Cfr. Landucci P.C., È provata la conversione del Carducci?, in Cento problemi di fede, Assisi 1962, 322. L'Autore, nel riferire questo particolare, accenna anche ad un tempietto bolognese della Vergine Immacolata, davanti al quale il Poeta, come ricordavano alcune donne del luogo, si scopriva con riverenza il capo.     

[45]         Cfr. Opere di Giosuè Carducci. Edizione Nazionale, Vol. I, Zanichelli, Bologna 1935-1940, 331-332.

[46]         Cfr. Opere di Giosuè Carducci. Edizione Nazionale, Vol. I, Zanichelli, Bologna 1935-1940, 331-332.

[47]         Cfr. Una testimonianza di Luzzati sulla religiosità di Carducci, «L'Osservatore Romano», 7 luglio 1940, 2. Il breve articolo non è firmato: forse si tratta di Lorenzo Ceresoli.

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