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Messaggi don Orione
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Nella foto: Don Sante Gemelli e amici beduini a Rafat.

La Congregazione fu presente a Rafat, dove Sansone sbaragliò i Filistei, e a Cafarnao, sul monte delle Beatitudini e della moltiplicazione dei pani.

Terra Santa, terra orionina

La Congregazione fu presente a Rafat, dove Sansone sbaragliò i Filistei,
e a Cafarnao, sul monte delle Beatitudini e della moltiplicazione dei pani.

 

Don Flavio Peloso

Recentemente sono stato in pellegrinaggio in Terra Santa insieme ad alcuni confratelli. Come orionino, uno dei luoghi che attendevo di vedere era il monte delle Beatitudini, presso il lago di Tiberiade. Qui, per pochi anni, ci fu una Colonia agricola della nostra Congregazione con ampi terreni.

La storia della presenza della Congregazione in Palestina cominciò nel marzo 1921, quando Don Orione informò il card. W. Marino Van Rossum: “Da alcuni mesi sono stato invitato dal Patriarca Latino di Gerusalemme, mgr. Luigi Barlassina, [1]  ad inviargli almeno tre Religiosi, che prendessero la direzione dell’azienda agricola dei terreni del Patriarcato, al Rafat”.[2] Si trattava di una tenuta lunga 25 chilometri, risorsa per le 30 missioni del Seminario e del Patriarcato, proprietà della Associazione Italica Gens per la protezione dei Missionari italiani. Si iniziò l’attività già nell’agosto del 1921, alle dirette dipendenze del Patriarcato di Gerusalemme.

 

L’importante lettera carismatica di Don Orione

Don Orione era informato e seguiva passo passo l’evolversi di quella presenza in Terra Santa. È del 19 marzo 1923, un’importante lettera di Don Orione a Don Adaglio con criteri e direttive pratiche, di riferimento per gli sviluppi di ogni missione, in ogni luogo e tempo.

Don Orione inizia facendo il quadro della situazione e dicendo: “Sarei dispostissimo ad inviare in Palestina o Suore nostre o Religiosi, quando seriamente ci fosse dato di aprirvi un Ricovero od Ospizio per poveri ciechi. Però tu ben comprendi che bisognerebbe che fossimo in casa nostra, e non si avesse a fare con qualche amministratore francese che, dovendosi comprare un asino, ha fatto aspettare la bellezza di 6 mesi. Così non si va avanti e non si combinerà mai nulla. Vedi che, finora, non ho ricevuto alcuna lettera né da te né dal Patriarca in risposta alle proposte fatte al Patriarca, e di cui tu ti fu mandata copia”.[3]

Pone poi alcuni criteri e motivazioni caratterizzanti lo spirito e l’apostolato della Congregazione: “Noi dobbiamo mirare agli orfanelli e ai ciechi, ai vecchi cadenti, etc.: opere di carità ci vogliono: esse sono l'apologia migliore della Fede cattolica. Potremmo anche prendere dei piccoli ciechi e bambine cieche, e servirci delle nostre Suore. Ma bisogna essere in Casa nostra e avere terreno da coltivare per mantenerli. Se si vuole mantenere cattolico un paese o renderlo cattolico, la via più breve e più sicura è di prendere la cura degli orfani e della gioventù povera, e creare opere opere opere di carità!”. Qui è il genio del carisma e del Fondatore.

Don Orione trae delle conseguenze: “Vedi, caro Don Adaglio mio, che cosa si può fare, e suggeriscimilo. Bada che io tengo pronto quel personale che l'ho detto già per la Palestina, ma siccome insistono e insistono dall'America, se poi vedo che non si prende dal Patriarca una deliberazione o non ci si crea una situazione possibile, io lo spedisco altrove, dove, oltreché fare del bene in quei paesi, daranno anche un aiuto qui perché possiamo moltiplicare i Chierici, e avere pronto poi un personale missionario”.

Dopo una considerazione assai preziosa - “Certo che gli Istituti di carità fanno sempre un grande bene, e non suscitano gelosie” – invita al discernimento pratico: “Vedi dunque di farmi sapere qualche cosa, e che ha deciso Sua Eccell. Rev.ma il Patriarca, e se te ne ha parlato, e se ritieni che - finalmente - si possa addivenire a qualche situazione e soluzione possibile, pratica e tale da darci un piede fermo in Palestina, e modo di lavorare per gli orfani o per i ciechi o per qualche altra istituzione di carità”.

Infine, ancora una volta, Don Orione parla da fondatore, ispirato dal carisma specifico. “Stare lì unicamente per fare gli amministratori del Patriarcato o per impedire che gli arabi rubino etc. - non è il fine della nostra Congregazione. Bisogna che su ogni nostro passo si crei e fiorisca un'opera di fraternità, di umanità, di carità purissima e santissima, degna di figli della Chiesa nata e sgorgata dal Cuore di Gesù: opere di cuore e di carità cristiana ci vogliono. E tutti vi crederanno! La carità apre gli occhi alla Fede e riscalda i cuori d'amore verso Dio. Gesù è venuto nella carità, - non colla eloquenza, non colla forza, non colla potenza, non col genio, ma col cuore: con la carità. Scrivimi dunque qualche cosa, ma subito, prima che io ritorni in America”.[4]

Meritava dare spazio a questa lettera riferita agli inizi dell’Opera in Terra Santa, perché, a mio avviso, è forse la più rappresentativa del “genio orionino”, del carisma di Don Orione, valida nel 1923, oggi e sempre.

 

Gli inizi a Rafat (1921)

Dopo l’avvio tra tante difficoltà, giunse il parere positivo della Congregazione vaticana di Propaganda Fide e Don Orione, il 4 marzo 1925, informò il sen.  Ernesto Schiaparelli,[5] presidente dell’Italica Gens: “Mi fo premura di comunicare che Propaganda ha dato il permesso per la fondazione di Cafarnao”.[6]

Presi accordi e fatta la convenzione con l’Associazione, l’attività a Rafat, vicino a Giaffa, fu realizzata da vari religiosi: Don Giuseppe Adaglio,[7] Fra Giuseppe (Pietro Torti), Don Benedetto Gismondi,[8] Francesco Cenci;[9] Don Sante Gemelli;[10] Pio Panelli e Renato Pastorelli, tecnici agricoli; collaborava a Rafat anche Don Alfonso Vervaet, del clero del Patriarcato.

Fu un inizio poverissimo e difficile. Mancava una casa per i religiosi, i confini dei terreni erano incerti e invasi da estranei; la gente del luogo era piuttosto ostile ai nuovi arrivati, c’erano pretese e intimidazioni… Ma la pazienza e lo spirito di sacrificio degli orionini ebbero la meglio. 

Don Orione era veramente contento della presenza in Terra Santa. Una mistica poesia impreziosiva il suo ricordo di quei luoghi santi. Là, in Palestina, tutto parlava di millenni di storia e di eventi sacri, e soprattutto di Gesù: tutto conservava l’impronta dei suoi passi e l’eco delle sue parole. Don Orione ne era affascinato: “Non è senza pianto che penso col cuore ai nostri fratelli che sono missionari al Rafat, in Palestina, là, nella valle dove Sansone sbaragliò i Filistei”.[11] In data 10 giugno 1925, Don Orione si complimentò con Don Adaglio: “Ho sentito con vivo piacere che si è posta e benedetta dal Patriarca la prima pietra dell’Orfanotrofio agricolo di Rafat”.[12]

 

La Colonia agricola a Cafarnao (1925)

Nel frattempo, il 7 novembre 1924, giunse un’altra proposta di opera, come informò Don Orione: “Avendo avuto occasione di trovarmi più volte col Senatore Schiaparelli, a Torino, egli mi avrebbe offerto il Monte delle Beatitudini, vicinissimo a Cafarnao, che in buona estensione è proprietà della Italica Gens”.[13]

Fu il Sen. Luigi Schiaparelli, fondatore dell’Associazione Nazionale per Soccorrere i Missionari Italiani, ad acquistare già nel 1907  una parte del monte detto “delle Beatitudini” e precisamente la parte che guarda verso il lago di Tiberiade (o Mare di Galilea).[14] Egli aveva in progetto la costruzione di una Chiesa e di un Ospizio destinato ad accogliere i pellegrini che si recavano in quella zona che comprende le rovine di Cafarnao, la chiesa del “Primato di Pietro” e quella della “Moltiplicazione dei pani e dei pesci” (“il triangolo sacro”, secondo la definizione di Paolo VI). Soltanto qualche anno dopo l’Associazione poté dar inizio alla costruzione dell’Ospizio e, nel 1925, l’Ospizio fu affidato alle Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria e iniziò ad accogliere pellegrini soprattutto italiani. Nel 1938 venne ultimato l’adiacente santuario su progetto dell’architetto Barluzzi, immerso in un verde parco.

La trattativa per assumere la proprietà del monte delle Beatitudini proseguì e, così, il Fondatore poté riferire a Don Sterpi, il 10 febbraio 1925: “Facilmente prenderemo anche il Monte delle Beatitudini e della Moltiplicazione dei pani”.[15]

La prospettiva divenne realtà: “Domenica [16 aprile 1925] partiva Don Gemelli con tre giovani lavoratori per la Palestina dove, benedetti dal S. Padre, abbiamo presa una nuova posizione: ci venne affidato il Monte delle Beatitudini e della Moltiplicazione dei pani, presso Cafarnao, e abbiamo due chilometri di spiaggia sul Lago di Tiberiade, dove accorrevano le turbe dietro a Gesù”.[16]

Il primo ad essere mandato a Cafarnao, nella nuova Colonia agricola, fu l’eremita Fra Giuseppe: “Fra Giuseppe, ha dato una prima sistemata lassù a quei terreni del monte delle Beatitudini”,[17] però Don Orione assicura: “Sto preparando il personale pel Monte delle Beatitudini presso Cafarnao, una volta che possiamo combinare con Schiaparelli”.[18]

Don Orione prese contatti con la Congregazione di Propaganda Fide per avere le necessarie autorizzazioni. “Si tratterebbe, se non erro, di un terreno sul Monte delle Beatitudini e della Moltiplicazione dei pani, sopra il Lago di Tiberiade, confinante ad Oriente con i resti dell'Antica Cafarnao e le rovine della Sinagoga eretta dal Centurione Romano di cui parla il Vangelo. È un luogo santo in mano a nessuno. Dopo averne ieri parlato con Sua Eccellenza Rev.ma il Patriarca di Gerusalemme Mgr. Luigi Barlassina, e avutane parere favorevole, chiedo umilmente a Vostra Eminenza Rev.ma e a codesta Sacra Congregazione il permesso e la benedizione”. [19]

Il 16 gennaio 1926, poté comunicare a Don Camillo Bruno: “Ebbi da Propaganda risposta favorevolissima alla domanda che le feci, dopo, per l'apertura della Casa e Colonia agricola di Cafarnao, al Monte della moltiplicazione dei pani e delle beatitudini”.[20]

 

 

Fu fatta la Convenzione: “I Padri avranno la cura di tutta l’azienda agricola, oltreché della vita spirituale. Avranno abitazione separata dall’Ospizio, del quale avranno cura le Suore, le quali naturalmente saranno sotto la direzione dei Padri”.[21] Si trattava delle Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria.

L’attività della Colonia agricola prese avvio. Si trattava di un terreno che scendeva fino alla spiaggia del lago di Tiberiade: “abbiamo due chilometri di spiaggia sul Lago di Tiberiade, dove accorrevano le turbe dietro a Gesù. Abbiamo pure un motoscafo sul Lago”.[22] C’era anche una casetta che fu risistemata, come risulta da una lettera a don Adaglio: “Vedi che per i lavori da farsi alla Casetta sul Lago si eviti ogni spesa che non sia di assoluta ed evidente necessità”.[23]

La missione a Cafarnao aveva per scopo apostolico di curare spiritualmente la fede delle poche famiglie cattoliche, in un contesto piuttosto invadente di protestanti e mussulmani, e di preparare i giovani a coltivare razionalmente i campi per avere vita più dignitosa.

Della presenza al monte delle Beatitudini, a Cafarnao, Don Orione parlava con molto interesse ai confratelli: “Noi abbiamo una Casa sorta vicino a Cafarnao. Là c’è fra Giuseppe, quell’eremita che voi avete visto qui con Don Adaglio, che molti di voi forse non conoscono ma che già da qualche tempo è ripartito per la Terra Santa. Ebbene là il Signore fece il discorso detto della Montagna e delle Beatitudini”.[24]

 

Mentre si avviava la presenza a Cafarnao, continuava il silenzio del Patriarca Barlassina alla richiesta fatta da Don Orione e dai religiosi di Rafat di poter sviluppare qualche opera di carità, ma si attendeva da loro solo un lavoro materiale e di vigilanza. Quando il Patriarca nominò a direttore dell’Ospizio Mons. Faragalli, sacerdote del Patriarcato, fu a tutti chiaro che si concludeva la presenza orionina a Rafat. “Oggi scrivo al Patriarca di Gerusalemme, e ci ritiriamo da Rafat. Amen, in Domino”.[25] E di fatto si ritirò quella comunità: “Dopo questa lettera, lascerete Rafat quanto prima, in silenzio e pregando; tu vai a licenziarti con ogni rispetto e riverenza”.[26] La partenza da Rafat avvenne il 16 settembre 1927, per Don Gemelli, e nel novembre successivo per Don Adaglio.

 

Il ritiro dalla Terra Santa (1930)

A Cafarnao sorsero dei problemi con le suore che collaboravano con i nostri religiosi nell’Ospizio. Fin dall’inizio, Don Orione aveva avvertito Don Adaglio: “Bisogna definire bene e fin da principio la nostra posizione a Cafarnao. Non vorrei che si fosse poi dipendenti dalle Suore: né loro dipendere da noi, né noi da loro: libertà per tutti”.[27] Proprio su questo punto si creò una forte tensione con le suore che erano del tutto autonome nella gestione dell’Ospizio, come previsto, ma intendevano esercitare la loro autorità anche sulla Chiesa degli italiani, di competenza di Don Adaglio, tanto da arrivare a chiedere per questa i servizi di un sacerdote polacco, Don Kasimiro Jachowski.

Don Orione si vide costretto a intervenire: “Al punto a cui sono le cose, lì dove siamo non possiamo più stare se stanno le Suore. Ritiriamoci non da Cafarnao, ma dalla Casa dove siamo, e lasciamola tutta alle Suore. Non perdiamo il nostro tempo in litigi con donne e, peggio, con Suore”.[28] La volontà era di continuare in quel luogo e in quell’attività di grande significato: “Con le Suore si potrebbe ancora, forse, combinare, magari ritirandoci, come si era detto, al Lago, dove è il Molino”.[29]

La tensione con la comunità delle suore, il mancato chiarimento sulla situazione da parte del Patriarca e una certa intransigenza di Don Adaglio portarono al doloroso ritiro da questo luogo caro. “L’Associazione mi ha risposto che prende atto del nostro ritiro da Cafarnao – scrive Don Orione a Don Adaglio il 27 novembre 1939 - e che possiamo venire via. Fra Giuseppe sia da te ritirato al più presto per non aver l’aria di voler ora stare colà, mentre ci siamo licenziati”.[30]

Un successivo invito del Patriarca Barlassina, nel 1934, fatto giungere tramite Don Pirro Scavizzi di Roma, per far ritornare i religiosi di Don Orione a Rafat non ebbe esito positivo.

A distanza di qualche anno, il 23 gennaio 1938, Don Orione, durante una meditazione ai confratelli, ricordò della Colonia agricola di Cafarnao: “«Essendo Gesù sceso dal monte». È il monte delle Beatitudini, che è sopra Cafarnao, la città antica, chiamata la città di Gesù, perché frequentemente si fermava a Cafarnao. Non esistono più che delle rovine di Cafarnao. Esiste ancora un tempio – ma solo le rovine – di quella sinagoga dove Gesù fece il mirabile discorso sull’Eucaristia. Questo monte delle Beatitudini un giorno era nelle nostre mani. La Divina Provvidenza ci aveva portato là; ma non escludo che ci possiamo ritornare. È lo stesso monte su cui Gesù fece sedere le turbe e dove moltiplicò i pani: quello è il monte delle Beatitudini. Là si coltivava del grano e io pensavo di fare dei sacchettini e mandarli ai Vescovi del mondo con tanto di sigillo di autenticazione, perché ne facessero le ostie, proprio col grano prodotto sul monte dove Gesù fece la moltiplicazione. Può darsi, che ciò che non ho potuto fare io, la Divina Provvidenza lo riserbi a uno di voi; spero che quel monte ritorni a noi”.[31]

 

Questi ricordi della storia della Congregazione, durata 10 anni nei luoghi della vita di Gesù, ci fanno concludere che la Terra Santa è anche terra orionina.

 


[1] Luigi Barlassina, nativo di Torino, era coetaneo di Don Orione. Essendostato  parroco di San Giovanni in Laterano, a Roma, conosceva bene Don Orione e i Confratelli della parrocchia di Ognissanti. Nel 1918 fu nominato vescovo titolare di Cafarnao e ausiliare di Gerusalemme, di cui fu Patriarca dal 1920 al 1947.

[2] Rafat sorge a 35 chilometri a ovest di Gerusalemme, nella valle di Soreq, teatro delle gesta di Sansone, nei pressi della cittadina di Beit Jimal, sulla strada che da Gerusalemme conduce a Giaffa. Qui, nel 1927, per volere del patriarca latino dell’epoca, mons. Luigi Barlassina, sorse il santuario della Beata Vergine Maria “Regina della Palestina”, sulla collina di Deir Rafat.

[3] Proprio per attuare questo tipo di impostazione apostolica, sulla quale invece mancavano direttive certe da parte del Patriarca, Don Adaglio scrisse in un promemoria: “Occorre definire lo scopo dell’azienda di Rafat, e i mezzi per giungere allo scopo. È essa azienda agricola o scuola di arti e mestieri? Fine principale ne è l’educazione degli orfani e avviamento loro ad un lavoro cristiano e civile, oppure lo sfruttamento del terreno o rendimento delle officine? Quali arti e mestieri si eserciterebbero in Rafat”.

[4] Scritti 4, 279-280.

[5] Ernesto Schiaparelli nacque nel 1856 a Biella. Egittologo, fu direttore del Museo Egizio di Firenze e poi di quello di Torino. Fondatore della Missione Archeologica Italiana in Egitto, condusse numerose campagne di scavo durante le quali fece diverse importanti scoperte. Fu Soprintendente alle Antichità, professore universitario Accademico dei Lincei e socio dell’Accademia delle Scienze di Torino. Fu fondatore dell’Associazione Nazionale per la protezione dei missionari e della Federazione dell’Italica gens. Nel 1924 fu nominato senatore del Regno d’Italia; morì a Torino nel 1928. Amico di Don Orione, fu decisivo il suo consiglio e sostegno per lo sviluppo della Congregazione a Rodi e in Terra Santa. Antonio Lanza, Don Orione e il senatore Ernesto Schiaparelli, “Don Orione Oggi”, giugno 1996, 12–13.

[6] Scritti 116, 3.

[7] La morte del nostro sacerdote Don Giuseppe Adaglio, “La Piccola Opera della Divina Provvidenza”, gennaio 1937, 4–6.

[8] Vi giunse chierico e vi rimase fino all’ottobre 1927.

[9] Nativo di Sant’Oreste (Roma), arrivò a Rafat nel maggio 1925 e partì nel settembre 1927.

[10] Giunse nel maggio 1925 e vi rimase due anni; poi partì per la missione di Rodi.

[11] Scritti 75, 288

[12] Scritti 5, 328.

[13] Lo riferisce Don Orione a Don Adaglio; Scritti 4, 296.

[14] Più che di un monte si tratta di una collina situata a poco più di 100 metri di altezza sul lago di Tiberiade. Dalla sommità si gode lo splendido panorama. Dal portico del santuario la vista sul lago di Tiberiade è unica, sono visibili anche le alture del Golan e la pianura di Jenesaret.

[15] Scritti 15, 61.

[16] A Don Felice Cribellati, del 25 aprile 1925; Scritti 65, 51.

[17] Lettera di Don Orione del 20 ottobre 1925 a Don Gemelli; Scritti 23, 41.

[18] A Don Giuseppe Adaglio, 10 giugno 1925; Scritti 5, 329.

[19] Minuta di lettera al card. W. Marino van Rossum, prefetto della Congregazione di Propaganda Fide; Scritti 75, 139.

[20] Scritti 23, 125.

[21] Lettera del sen. Schiaparelli; Scritti 5, 384.

[22] Lettera di Don Orione, Scritti 65, 51.

[23] Lettera del 27.10.29; Scritti 5, 431.

[24] Discorso del gennaio 1930; Parola IV, 263. «Ospizio italiano a Cafarnao. La visita del Principe ereditario. Commemorazione del Sen. Schiaparelli», “La Piccola Opera della Divina Provvidenza”, maggio 1928, 7–8.

[25] Lettera a don Sterpi del 14 luglio 1927; Scritti 16, 136.

[26] Lettera del 15 agosto 1927; Scritti 23, 62.

[27] Lettera del 12 ottobre 1925; Scritti 5, 333.

[28] Lettera del 7 agosto 1929 a Don Adaglio; Scritti 5, 420.

[29] Lettera del 14 febbraio 1930 a Don Adaglio; Scritti 5, 456.

[30] Scritti 5, 484; cfr Relazione del 22 luglio 1930 di Don Giuseppe Adaglio al sen. Giuseppe Salvago Raggi e Relazione del 7 ottobre 1930 a Don Orione in cart. Adaglio, ADO.

[31] Parola VIII, 46.

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