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Messaggi don Orione
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Nella foto: Darina Silone (a destra) a Pescina, il 1° maggio 2000, in occasione del centenario della nascita di Ignazio Silone.

Fu la stima di Don Orione e mia personale verso Silone a portarmi da lei, una persona interessante.

DARINA LARACY SILONE

Intervista a Don Flavio Peloso

 

Darina Elisabeth Laracy Silone (Dublino, 30 marzo 1917 – Roma, 25 luglio 2003) è stata una giornalista irlandese. Fu moglie dello scrittore Ignazio Silone. Educata in una famiglia cattolica, si laureò nel 1937 in Storia e Scienze Politiche; fu in Francia ed in Italia per ragioni sia di studio e di lavoro. In Svizzera, nel 1942 a Zurigo, conobbe Ignazio Silone in una nota biblioteca di Zurigo e successivamente, dopo un'assidua frequentazione i due si sposarono a Roma (1944). Darina curò le traduzioni delle opere del marito in lingua inglese. Morì nella casa romana di Via di Villa Ricotti, dove era vissuta con il marito, il 25 luglio 2003.

 

Don Flavio, lei è stato una presenza familiare e cara a Darina negli ultimi suoi anni di vita. Ci vuol dire qualcosa della sua morte?

Lunedì 28 luglio 2003, ero appena tornato da uno miei viaggi fuori Italia, quando mi giunse la telefonata di Eithne, la sorella minore, che mi annunciava la morte di Darina avvenuta il venerdì 25 precedente. La sera stessa fui nella casa di Via di Villa Ricotti 36, ove incontrai le sorelle Moira, Cecily, Eithne che mi raccontarono di lei.

Darina Silone si è spenta all’età di 86 anni, a Roma, presso la clinica “Villa Maria Immacolata” dove si trovava per riabilitazione dopo un ictus che ne aveva molto limitato l’autonomia fisica. Nel novembre 2002 aveva avuto problemi di scompenso cardiaco per cui fu ricoverata nell’Aurelia Hospital. Sembrava riprendersi, quando sopraggiunse un ictus con emiparesi.

“Ha sofferto molto negli ultimi mesi – ha affermato la sorella Eithne – e attorno alla sua morte ha voluto molta discrezione. Ci ha chiesto di dare la notizia della morte solo dopo alcuni giorni e poi di portare con noi le sue ceneri per spargerle nel mare della sua Irlanda”. Solo pochi familiari e amici si sono riuniti nella cappella della clinica per il commiato e una preghiera.

Il 1° di agosto, presso il cimitero romano di Prima Porta, c’è stato l’ultimo omaggio, prima della cremazione, con la presenza delle sorelle, di alcuni familiari di Silone, del sindaco con una delegazione di Pescina e di alcuni amici di Darina. Ho guidato un breve momento di preghiera culminato ancora una volta con la recita del “Padre nostro”, che per Darina aveva risonanze sacre e anche affettive, essendo stata l’unica preghiera che Silone le aveva chiesto di recitare quando egli morì nel 1978. È noto che anche Darina era una ‘cristiana senza Chiesa’ come il marito Silone; ma era molto sensibile ai discorsi della fede. Volle ricevere l’unzione degli infermi e avere sempre con sé un piccolo presepio che gli avevo regalato.

 

Chi era Darina Silone?

Elizabeth Darina Laracy nacque a Dublino (Irlanda) il 30 marzo del 1917, prima di quattro figlie. Di famiglia cattolica, il padre era un funzionario statale delle poste e perse una gamba durante la grande guerra del 1915-1918. Darina brillò precocemente per le sue doti intellettuali e per la finezza interiore. Si laureò alla Sorbona di Parigi in letteratura francese. Si trovava a Roma, quando l’Italia entrò in guerra nel 1940 e non poté più fare ritorno in Irlanda. Decise ugualmente di partire e il 22 giugno 1941 giunse a Berna, in Svizzera, ma non poté proseguire oltre. Cinque mesi più tardi incontrò Silone in una biblioteca di Zurigo, pure lui espatriato e ospite in casa di Marcel Fleischmann, il suo mecenate. Darina, persona brillante, colta, dotata di straordinaria capacità di relazioni, aperta ai movimenti culturali emergenti, ne divenne la moglie fedele per tutta la vita, interlocutrice vivace, traduttrice qualificata delle sue opere in inglese e francese. Ebbe un amore particolare per l’India e la cultura indiana; fu amica personale di Indira Gandhi e di Leopold Sédar Senghor, leader culturale e politico della “negritude”, di Martin Buber e di molte altre eminenti personalità della cultura mondiale.

Darina visse gli ultimi 20 anni nel modesto appartamento di Via di Villa Ricotti 36 a Roma, con grande dignità e discrezione, al centro di una vasta rete di relazioni con persone lontane e nella solitudine per la mancanza di persone vicine. Seguiva con attenzione tutti gli avvenimenti siloniani.

 

Il giornale “Avvenire” ha titolato un articolo su Darina “L’altra metà di Silone”. Corrisponde a verità?

Fu “l’altra metà” ma non nel senso che abbia completato Silone. Furono due grandi personalità poco amalgamabili e di fatto poco amalgamate tra di loro, molto autonomi interiormente, culturalmente e anche affettivamente. Eppure ebbero una tale identità interiore, intellettuale e progettuale per cui, pur indipendenti e quasi opposti, erano profondamente uniti nel nucleo più profondo della loro umanità. Commentando con Darina il suo rapporto con Silone, che ha del sorprendente, ha concluso lapidariamente: “Nella vita, a volte, più che scegliere si è scelti”.

Darina aveva 24 anni, quando nel 1941, in una biblioteca di Zurigo, incontrò Silone. Rimase per sempre incantata e identificata dal mondo ideale che Silone manifestava nelle sue parole e nei suoi scritti. Il suo impegno culturale per la libertà, il rispetto, la giustizia, il progresso dei popoli, e soprattutto degli umili, l’affascinava. Lo sguardo disincantato sulle tante maschere ideologiche e politiche illusorie e violente suscitavano in lei una militanza interiore e culturale convinta. In tutto questo, come più volte mi manifestò, si trovò del tutto in sintonia con Silone e costituì il più forte legame con lui. Poi, la signora Darina non nascondeva anche i limiti del grande marito. Per esempio, tanto apprezzava in lui la lucidità intellettuale ed etica, espressa mirabilmente nei suoi scritti e romanzi, quanto riconosceva che nella convivenza quotidiana risultava piuttosto complesso, introverso, inquieto. Per quanto da me conosciuta in questi ultimi anni e per quanto mi ha raccontato, Darina fu donna molto sensibile spiritualmente, vivace culturalmente, aperta, amabile, capace di amicizie vere e profonde, piena di interessi. Di tutt’altro timbro caratteriale e comportamentale era Silone.

 

Il rapporto con la fede: si ha l'impressione che la vedova abbia in un certo senso "completato" il percorso del marito. È così?

Mi pare che abbia “condiviso” più che “completato” l’esperienza religiosa di Silone. Anche lei – e me lo disse fin dal mio primo incontro – si considerava una “cristiana senza Chiesa”, cioè senza appartenenza ecclesiale e senza partecipazione alle espressioni esterne, come il carattere incarnato della religione cristiana richiede. Ebbe un rifiuto della sua educazione cristiana ricevuta in adolescenza presso un istituto di Suore in Irlanda che mai superò. Ma spiritualmente, culturalmente e anche nei costumi di vita era tutta tessuta di cristianesimo. Come Silone. Ricordava volentieri che con Silone andava insieme alla Messa di Natale e più ancora a quella di Pasqua, a Santa Maria Maggiore o a Santa Prassede. Negli ultimi anni ascoltavano alla domenica la Messa alla televisione. Sempre rifuggirono però le espressioni pubbliche della fede.

A 12 anni, lesse i Pensieri di Pascal, ammirò Charles de Foucauld fino a sognare di seguirlo tra i lebbrosi; lesse tutti i libri di Jacques Maritain e del cardinale Newman; tra le sue letture preferite ci furono Dostoevskij e la letteratura religiosa russa, i mistici e Meister Eckardt in particolare, e ancora Kierkegaard, Berdiaev e altri. Furono molte le sue relazioni anche con persone ecclesiastiche. Con me conversava volentieri di argomenti religiosi. Si interessava di Don Orione e della sua congregazione, avendo ereditato questo affetto da Silone stesso, che spesso gli parlava dell’incontro con lo “strano prete” da lui descritto in Uscita di sicurezza, del bene che lui e il fratello Romolo avevano ricevuto.

Al termine di qualche nostro incontro giungevamo alla recita del “Padre nostro”. Nel Natale scorso, gli regalai un piccolo presepio dentro un minuscolo cofanetto; lo gradì molto e lo volle sempre vicino negli ultimi mesi di vita. Alla proposta del cappellano di Villa Maria Immacolata – suggerita dalle sorelle di Darina – ricevette con fede l’unzione degli infermi e fece il segno di croce con la mano incerta che ancora poteva muovere.


 

Ruolo specifico di Darina fu quello di custode e interprete dell’eredità letteraria di Silone.

Sì, incarnò questo ruolo quasi come una vocazione, perché chiestogli da Silone e perché convinta che ne valesse la pena. Dopo la morte di Silone, avvenuta il 22 agosto del 1978, completò con grande bravura e naturale sintonia il romanzo Severina, lasciato abbozzato dal marito; si dedicò con devozione a far conoscere le sue opere e i suoi scritti che aveva ordinato in archivio, convinta che questo fosse un patrimonio etico e culturale per tutta l’umanità. Restò un suo cruccio: avrebbe voluto affidare l’archivio-Silone ad un grande e aperto centro universitario negli USA o a Venezia, perché Silone stesso aveva voluto che fosse messo a disposizione del grande pubblico. Di fatto finì in parte presso la Fondazione Turati di Firenze e presso il Centro Studi Ignazio Silone di Pescina. Visse con pena l’ultima polemica sui documenti relativi ai rapporti di Silone con la polizia fascista.

 

Le polemiche sul presunto "collaborazionismo" di Silone con la polizia fascista hanno fatto di Silone un personaggio (in positivo o in negativo) di grande attualità e interesse. Come ha vissuto Darina queste polemiche? Qual era il suo punto di vista?

Ancor prima di questa polemica, Darina era rammaricata del silenzio e della sottovalutazione letteraria e culturale di Silone. Era convinta che Silone costituisse un patrimonio da meglio valorizzare sia nel campo della letteratura che in quello del pensiero e dei valori. Farlo conoscere era per lei una missione e una ragione di vita.

Commentò con un certo disappunto il fatto che a rimettere Silone al centro dell’attenzione e dello studio fosse stata proprio la polemica sulla sua presunta collaborazione con la polizia fascista. A Pescina, nel Centenario della nascita del marito, definì quella polemica “una nuvola nera che ha offuscato il centenario”. Il libro di Biocca e Canali costituì un motivo di grande sofferenza e turbamento “perché – aggiunse in quella circostanza - l’unico mio desiderio è che il patrimonio umano, politico e spirituale di Silone venga trasmesso alle nuove generazioni. A questo sì, Silone, ci teneva e me lo raccomandava”. Temeva che quella polemica, da questione storica, diventasse una squalifica morale, come di fatto è apparsa a livello popolare, e compromettesse la trasmissione di quei valori umani e culturali che costituirono il patrimonio di Silone e suo.

Darina stessa finì al centro della bufera. Ci fu chi l’accusò di non avere difeso con sufficiente decisione la memoria di Silone e chi invocò da lei “scomuniche morali” sugli studiosi che prefiguravano un Silone collaboratore segreto della polizia. Ricordo che chiese proprio a me di divulgare una sua pubblica smentita nella quale aveva scritto: “Smentisco la notizia secondo la quale avrei definito ‘calunnioso’ il libro di Dario Biocca e Mauro Canali. Non ho mai pronunciato un simile giudizio. Ritengo che non si debba reagire al libro di due storici reclamando “sequestri” o “soppressione” del libro, piuttosto attendo fiduciosa che si risponda a quanto asserito in quel libro con fatti e documenti che portino maggiore luce sul periodo in questione. Tale mia dichiarazione prescinde del tutto dal mio personale giudizio in merito ai contenuti del libro in questione che ritengo debba essere formulato su basi critiche e di studio. Roma, 27 aprile 2000”.

Sulla questione, Darina si mantenne libera dalle chiacchiere e invece molto interessata ai risultati degli studi. Ricordo il suo atteggiamento attento e aperto in una riunione del tutto riservata, organizzata fuori dai condizionamenti della piazza, di tutti i principali protagonisti della polemica che si poterono confrontare con serietà di studiosi.

 

Cosa pensava Darina su Silone “informatore segreto dell’Ovra”?

Lei era una persona libera e rispettosa dei fatti e delle persone, per cui sul tema era solo desiderosa di arrivare alla verità. La polemica un po’ la rattristò ma anche la appassionò. Anch’io rimasi molto coinvolto nelle controversie sugli studi di Dario Biocca e Canali. Fu un argomento ricorrente nelle conversazioni con Darina, interessati a tenerci informati reciprocamente. Darina apprezzò molto la mia iniziativa di organizzare, in tutta riservatezza, nella casa orionina romana di Via delle Sette Sale 22, un incontro a porte chiuse con Biocca, Mario Canali, Mimmo Franzinelli, Bruno Falcetto, lei ed io. Era la domenica 21 gennaio 2001. I più grandi esperti e ricercatori su Silone e sul decennio in discussione misero in comune le loro informazioni con serenità e franchezza, senza i condizionamenti della "platea", per avvicinarsi alla verità storica circa la attribuibilità a Silone delle famose “informative” del decennio. Al termine dell’incontro e del pranzo si concordò di non dare notizia dell'incontro né del risultato, perché ognuno potesse utilizzarlo nella propria prospettiva, senza rinfocolare la polemica pubblica, ormai sfuggita all'ambito dello studio.

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