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Messaggi don Orione
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Autore: Antonio Lanza

Don Antonio Lanza ricostruisce i rapporti di Benedetto XV con Don Orione e con la Congregazione. Don Orione ebbe con lui rapporti stretti e cordiali. Il Papa lo stimava, gli aperse le porte per nuove istituzioni e gli donò un suo calice in occasione del XXV di sacerdozio.

            L’estate 1914 tramontò con eventi particolarmente dolorosi per Don Orione. Ad una quindicina di giorni l’una dall’altra, vennero a mancare due Persone che erano state il punto di riferimento, e di sostegno, nella sua attività apostolica: il 20 agosto  concludeva la sua vicenda terrena Papa Pio X, seguito, il 7 settembre successivo, dal vescovo di Tortona, mons. Igino Bandi.

            La scomparsa del Pontefice portò, oltre il sentito cordoglio, anche non lievi preoccupazioni: i lavori per la chiesa di Ognissanti, iniziati qualche mese prima e finanziati da Pio X, erano stati sospesi e, in più, c’erano due  gravi interrogativi che attendevano una risposta. Sarebbero state confermate le particolari facoltà concessegli dal Defunto per la promozione agli Ordini sacri dei Figli della Divina Provvidenza? E lui, avrebbe potuto mantenere l’incarico di delegato del Patronato Regina Elena, accettato per desiderio di Pio X e che, ora, continuava ad avere la sua ragion d’essere a vantaggio degli orfani assistiti negli  Istituti della Piccola Opera? Più che giustificato, quindi, il vivissimo interesse per la elezione del Successore. 

 

           1914: sul soglio pontificio

           Da Roma, dove appunto si trovava in attesa dell’evento, appena conosciuto l’esito del Conclave, il 4 settembre, con telegramma “urgente”, comunicava a Tortona: “Eletto papa cardinale Della Chiesa; assume nome Benedetto decimo quinto”[1] e si premurava di avvertire, per lettera, don Sterpi: “Per gli ossequi al nuovo Papa ho già pensato io”[2].

L’atto di ossequio era stato immediato, anche se l’Eletto si presentava come un autentico “homo novus”, per lui.  Alla prima riunione dei sacerdoti, dopo gli Esercizi spirituali, riferirà che “non aveva mai avuto relazione né conosciuto il card. Della Chiesa, prima della sua elevazione al Pontificato”[3]. Altrettanto sconosciuto, se non addirittura noto solo per qualche informazione o giudizio poco benevolo,  doveva suonare al Pontefice il nome di Don Orione. Quando, infatti, una decina di giorni dopo l’elezione, mons. Viganò[4] “andò dal S. Padre e gli chiese che volesse lasciarlo entrare a finire i suoi giorni nella nostra piccola Congregazione, il nuovo Papa si oppose recisamente, e quando mgr. Viganò discese dal Vaticano, mi disse: ‘Eh, povero Don Orione!’ e ben altro che, aiutato dalla grazia del Signore, sono poi andato subito a deporre sulla Tomba di San Pietro”[5].

Sulla tomba del Principe degli Apostoli avrà, forse, sfogato il penoso sconcerto di avvertire un clima troppo presto mutato negli ambienti vaticani: “Il fatto di non aver lasciato venir freddo il cadavere  del Santo Padre Pio X  - confiderà ai suoi sacerdoti - e di aver demolito tanto lavoro da lui fatto, mi ha molto rattristato”[6] . Gli dispiaceva il fatto che i soliti interessati “interpreti” della politica vaticana si servivano dei primi cenni di apertura verso la società civile del nuovo Pontefice per denigrare la linea “più chiusa” seguita da Pio X., Rielaborando l’articolo ‘Amiamo il Papa!’, inserì un’osservazione – che non risulta sia stata poi pubblicata – con la quale, senza sminuire l’importanza dell’azione del Papa presente,, smascherava l’ipocrisia dei recenti “convertiti” papalini, che svisavano quella del Papa defunto: “Coloro che oggi esaltano Benedetto XV, nell’intento di annullare Pio X, sono denigratori, non sono figli. Sono coloro che cercheranno domani di denigrare l’opera di Benedetto XV, quando il nostro Santo Papa avrà compiuto la sua giornata - che Dio prolunghi senza fine - e lo Spirito di Dio darà a Lui un Successore”[7]. Questo piccolo spunto polemico, s’intende, non infirmava minimamente la sua inconcussa fedeltà e devozione nei confronti del nuovo Pontefice, né stabiliva graduatorie per le Persone elevate all’altissimo ufficio di rappresentare Cristo in terra. Dovendosi preparare, come di tradizione, un indirizzo di omaggio al Papa, al termine degli Esercizi spirituali, quando se ne presentò la prima occasione, dispose che, fatta “qualche variazione”, fosse presentato quello “inviato l’anno scorso al S. Padre Pio X”[8]. A Benedetto XV andavano, quindi, a tutto diritto, le stesse espressioni di devozione e affetto già rivolte al suo santo Predecessore. “Dopo un momento, nei primissimi tempi, di perplessità – confermava Don Orione -. si vide questo Papa continuare l’opera di Pio X e il suo amore”[9].

 

 

L’amicizia continua

Fin dai primi giorni, infatti, il nuovo Pontefice, con la scelta del suo segretario particolare, faceva sperare che, nei confronti della Congregazione, ci si poteva attendere la continuazione della linea di condotta tenuta da Pio X.  Una settimana dopo l’elezione, Don Orione scriveva a don Sterpi “Il nostro amico mons. Bianchi è stato nominato dal S. Padre Benedetto XV al posto di mons. Bressan[10] (…). Ho saputo molte cose: tutto bene”[11]. Fra le “molte cose” c’era certamente quella che si sarebbero ripresi i lavori per la chiesa di Ognissanti, come conferma uno scritto in data 17 settembre: “Per la chiesa di Ognissanti prima pagava tutto il Santo Padre Pio X[12]; poi si sono dovuti fermare i lavori, e adesso lavorano ancora più forte – sono più di 40 muratori che la lavorano – e paga il Papa Benedetto XV[13]”.

Un primo pensiero era tolto. Rimaneva la riposta ai due interrogativi circa la validità delle facoltà concesse da Pio X e la propria permanenza nel Patronato Regina Elena. Per averla  era necessario un incontro personale col Pontefice. Chiesta un’udienza, gliela venne fissata per l’ultimo del mese (30 settembre). Perché fosse chiaro specialmente il problema della permanenza nel Patronato Regina Elena – presenza non bene vista negli ambienti ecclesiastici più retrivi -, presentò un memoriale al riguardo; e forse fu proprio per avere preventivamente qualche informazione sull’argomento, da altra fonte, che Benedetto XV fece slittare l’udienza al giorno successivo. Il 1° ottobre Don Orione comunicava a don Sterpi: “Oggi sarò ricevuto in udienza privata dal S. Padre. Dovrà rispondermi se devo continuare a lavorare nel Patronato a no. Ho presentato un memoriale. Dovevo averla ieri sera; ma, trattandosi di una cosa delicata, fu tramandata ad oggi[14]”. Che l’udienza sia avvenuta nel giorno fissato abbiamo conferma dal Corriere d’Italia, che il 3 ottobre pubblicava: “Il Santo Padre ha ricevuto in particolare udienza D. Luigi Orione, fondatore della Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza”[15]. Circa la risposta ai due quesiti “personali”, non troviamo notizie dirette. Pensiamo che il S. Padre si sarà limitato a permettere che  Don Orione continuasse a valersi delle facoltà concessegli da Pio X; e che eventuali conferme “ufficiali” sarebbero venute successivamente, attraverso le Sacre Congregazioni competenti. Sappiamo invece che, nell’udienza, furono toccati argomenti di carattere molto più “generale”. Impressionato forse dalle voci di “novità” vaticane, Don Orione si sentì in dovere di riferire, “con mani giunte e faccia a terra, quanto del novello Pontefice i caporioni del modernismo allora pensassero ed attendessero”[16]. L’accenno al modernismo avrà portato il Pontefice a svelare in grandi linee il suo programma: forte impegno per la pace internazionale[17] e sincero desiderio di venire ad una normalizzazione dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia.

 Queste dichiarazioni rassicurarono Don Orione sul nuovo indirizzo che stava prendendo l’attività politica vaticana, permettendogli di correggere l’impressione negativa  delle “novità” avvenute subito dopo la scomparsa di Pio X. Uscì dall’udienza confortato ed entusiasmato. Avendo già preparato un indirizzo al Pontefice, da pubblicarsi sul Bollettino dell’Opera,, volle ritoccarlo: “Giungerà un altro mio espresso – scrisse a Tortona – ove vi è anche qualche cambiamento da fare all’indirizzo da stampare sotto il ritratto di Benedetto XV”[18].

L’indirizzo, traboccante di espressioni di affetto e promessa di fedeltà, pensiamo sia stato ritoccato proprio per introdurvi l’augurio al S. Padre per la realizzazione della sua “opera  di pacificazione e di unione, propria del Pontificato”, che ci pare si riferisca appunto ai lodevoli sforzi per la pace internazionale e  per la soluzione del problema italiano, accennati da Benedetto XV durante l’udienza.

 Fu il terremoto di Avezzano a presentare l’occasione per la risposta definitiva, da parte del Pontefice, ai due interrogativi che Don Orione si era posto: sua presenza nel Patronato e uso delle facoltà concessegli da Pio X. Alle prime notizie della tragica sciagura, era accorso nella zona colpita dal sisma e, passando da Roma, si sentì confermato, da parte del Patronato Regina Elena, l’incarico per la raccolta e l’assistenza agli orfani, con mansioni molto più ampie di quanto gli era stato affidato a Messina[19]. La sua presenza ad Avezzano fu presto nota in Vaticano. Già l’8 febbraio il  Segretario di Stato, card. Gasparri, ringraziava, a nome del S. Padre, per l’omaggio inviato dagli orfanelli raccolti da Don Orione[20], al quale arrivavano anche “due bellissimi telegrammi” da parte dello stesso Pontefice[21].

Approvata, “de facto”, la sua presenza nel Patronato, il 22 marzo, in un’udienza memorabile, Don Orione si vide confermate le facoltà concessegli da Pio X e accolte altre sue richieste. Ne dava notizia a don Sterpi: “Udienza privata consolantissima, dalle undici tre quarti alla mezza.  Riconfermata ogni facoltà avuta da Pio X. Subito ottenuto tutto ciò che implorai. Casa Centrale Congregazione viene trasferita Roma, con approvazione Santo Padre”[22]. Da Avezzano Don Orione poté presentare al Pontefice un segno tangibile dell’apostolato svolto. Il Commissario governativo, “massone e mangiapreti”, toccato dall’esempio di una vita totalmente dedicata al bene dei poveri sinistrati, gli aveva consegnato le insegne massoniche, e lui le portò a Benedetto XV[23].

 

In favore della Conciliazione in Italia

Ritornato a Tortona, dopo quasi cinque mesi trascorsi tra i terremotati di Avezzano, Don Orione si fece autore, in linea con i desideri e le indicazioni del Pontefice, di una sorprendente e coraggiosa iniziativa. Benedetto XV, in una lettera al P. Henri Le Floch aveva scritto: “La parte che avrà il clero nella restaurazione futura non potrà essere che di primo ordine”[24]. “Nella restaurazione futura” era inclusa, naturalmente, anche la soluzione della “Questione romana”. Il Segretario di Stato, card. Gasparri, interpretando il pensiero del Pontefice, aveva affermato pubblicamente che la S. Sede attendeva “la sistemazione conveniente alla sua situazione non dalle armi straniere, ma dal trionfo di quei sentimenti che augura si diffondano sempre più nel popolo italiano”[25]. Don Orione, attento al cenno del Papa, si preparò a scendere in campo. Fra i suoi appunti ne incontriamo uno dal titolo significativo: “Per una soluzione”.  “Mi par venuta l’ora che si debba omai risolvere la grave, la grande questione romana. La Santa Sede è tale Istituto da non nascondersi la necessità, la bellezza della nazionalità italiana. Ricordiamo che ancor ieri fu il Papa a rivendicare il diritto di ogni nazione alla propria libertà, alla più completa indipendenza e al governo di sé”[26]. Un secondo appunto è ancor più pressante: “Sentiamo che, in questa grande ora storica, il Vicario di Cristo ha bisogno più che mai di tutto la sua libertà e indipendenza da ogni estraneo potere: il Papa deve esser libero di fare il Papa”[27]. Supponendo che il Governo italiano confidasse sull’appoggio della Triplice Alleanza – Austria Germania Italia – per mantenere lo “status quo”  nella Questione Romana, stese un coraggioso Appello agli uomini di Stato perché, invece di appoggiarsi alla Triplice, componessero la vertenza con la S. Sede in modo da poter “finalmente far da sé” senza bisogno delle  “dande” del sostegno straniero: 

“Uomini di Stato, fate coraggiosamente un passo avanti! Occorre che il Governo d’Italia faccia direttamente appello alla sapienza e all’amor patrio del Santo Padre. Credo fermamente che il Sommo Pontefice accoglierebbe l’invito, e, salvando i diritti e la libertà della Chiesa, salverebbe e tutelerebbe i diritti e la libertà della nostra gente.

“Abbia il Governo il coraggio di sanare il fatale dissidio[28], di affrontare il formidabile problema, e tutti ne andranno lieti. La più grande forza morale del mondo sarebbe posta in qualche modo a disposizione dell’Italia. Il nostro paese avrebbe nel Papato la base granitica della sua conservazione e della sua grandezza politica e sociale. Così, e solo così, l’Italia potrà finalmente fare da sé, senza dande e senza alcuna Triplice. Viva l’Italia!”[29].

 

Segni di benevolenza

La situazione non fece il  “passo avanti”, ma Benedetto XV ebbe la conferma, se ce ne fosse stato di bisogno, di quali erano i sentimenti e l’ardire di Don Orione e, dal canto suo, trovò modo di mostrargli la sua benevolenza con aiuti, anche economici, a favore della Piccola Opera, come fece per la costruzione della chiesa e l’abitazione dei sacerdoti ad Ognissanti[30] e inviando intenzioni di Sante Messe con offerta un po’ più generosa di quella sinodale[31]. Fuori del consueto, e segno di benevola attenzione, anche le visite del Pontefice alla Chiesa di Sant’Anna; visite mai effettuate nemmeno da Pio X, che pure aveva affidata l’ufficiatura della chiesa ai Figli della Divina Provvidenza. Ci resta la relazione di almeno tre visite.[32]

Altro segno di benevolenza, e di stima, di Benedetto XV verso la Congregazione fu quello di affidarle qualche nuova attività , come la “Casa, che si doveva aprire a Cananea nel Brasile, che mi era stata raccomandata dal Santo Padre – scriveva Don Orione, il 5 maggio 1916, a don Carlo Dondero -, ma tu non hai potuto venire (in Italia), ed allora io non affidai il gruppo dei ragazzetti al P. Honorat dei Cistercensi. Ora poi ho ricevuto la lettera della S. Congregazione Concistoriale, che ti comunico, dove si vede che il S. Padre ha avuto altre, e ben diverse, informazioni di quelle di prima, per cui la stessa S. Sede si era interessata che noi dessimo l’opera nostra per la fondazione di Cananea. La lettera della Concistoriale è riservata, quindi me la restituisci, perché passi all’archivio della Congregazione, quale prova della bontà del Santo Padre per noi”[33].

            Per aderire ad un desiderio di Benedetto XV, fu accettata la parrocchia di Squarciarelli (Frascati), come faceva sapere Don Orione a don Sterpi il 28 novembre 1918: “La  parrocchia S. Giuseppe di Squarciarelli è accettata formalmente. Ho assicurato il S. Padre che per Natale avrei mandato il nuovo parroco, don Pedrini, un ottimo sacerdote, che avrebbe soddisfatto al desiderio di Sua Santità”[34]. Nel marzo 1919  veniva offerta anche la parrocchia di Grottaferrata, “con l’intendimento che vi si svolga un lavoro coordinato con la vicina parrocchia di S. Giuseppe agli Squarciarelli”[35]. Nonostante ci fossero state delle difficoltà per reperire il personale adatto, il 1° maggio 1919 Don Orione poteva assicurare: “Io verrò a Roma prossimamente, e sono lieto che potrò riferire a Sua Santità la avvenuta sistemazione delle due Parrocchie di San Giuseppe di Poggio Tulliano (Squarciarelli) e di Grottaferrata, secondo il desiderio del Santo Padre stesso”[36]; e inviava a Grottaferrata, , come reggente, don Enrico Contardi.

 

            Le udienze private e gesti di fiducia

            Eloquente, a conferma della benevolenza pontificia, è anche il numero delle udienze private concesse a Don Orione. Ne abbiamo potuto controllare almeno una quindicina nei sette anni di pontificato.[37] In genere erano implorate per problemi riguardanti la vita della Congregazione, ma non mancano quelle motivate da alti motivi di carità come le due del 1916, legate ad interventi a favore del Maestro Lorenzo Perosi e di Padre Giovanni Semeria.

Il Maestro Perosi, dopo un lungo periodo di aridità di ispirazione, scosso dalle vicende al vertice della Chiesa – morte di Pio X ed elezione di Benedetto XV – e, ultimamente, dal tragico inizio della prima guerra mondiale, si era un po’ ripreso dal suo torpore ed aveva composto un Oratorio, dal titolo assai significativo: ‘In diebus tribulationis Ecclesiae’. L’opera avrebbe goduto di maggiore notorietà, se fosse stata presentata come un omaggio al nuovo Pontefice. Bisognava dunque accertarsi se il Pontefice avrebbe accettato la dedica. Di questa esplorazione se ne incaricò Don Orione, che, nell’udienza del 16 aprile,  trattò della cosa ed ottenne il desiderato placet[38].

Più delicato ancora era il caso di Padre Giovanni Semeria. Sospettato di modernismo, erano state raccolte 88  sue proposizioni e la S. Congregazione Concistoriale ne chiedeva la condanna. Benedetto XV non si sentì di agire senza interpellare prima l’accusato, che si trovava in Svizzera, in precario stato di salute. Affidò quella missione a Don Orione, il quale fece avere a Padre Semeria le proposizioni incriminate e, qualche tempo dopo, si recava in Svizzera a ritirare le spiegazioni del Padre. Nell’udienza del 30 maggio le presentava al Papa, che  le trovò “esaurienti” e dichiarava “chiusa” la causa di Padre Semeria”[39]. Del felice coronamento della vicenda ne godette anche Don Orione, il quale il giorno dopo scriveva a don Sterpi: “Sono molto consolato della buonissima udienza del S.  Padre”[40].

Tutte le udienze, del resto, implorate per sé o per altri, furono coronate da felice esito, come attestano gli entusiastici commenti.[41]

            Fra gli atti di benevolenza del pontificato di Benedetto XV, occupano un buon posto quelli relativi alla parrocchia di Ognissanti, “affidata, con bolla in data 4 novembre 1918, all’umile Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza” [42]. Nel 1914 la sede dell’erigenda parrocchia era passata, dalla primitiva cappella-scuderia di via Appia Nuova[43], nel locale lasciato libero dalle Suore di S. Caterina in via Alba 5, e preso in affitto, non avendo allora le 100.000 lire richieste per l’acquisto. Nel 1918, Don Orione era in grado di acquistarlo, ma, invece delle primitive 100.000 lire, ne chiedevano115.000. Il 4 novembre si rivolse al Cardinale Vicario perché esponesse la cosa al S. Padre: “Umilmente chiedo alla carità del S. Padre che si degni mettere una sua augusta parola perché questa Casa mi venga ceduta almeno per lire 100.000, come fu prima valutata. Che se poi il S. Padre, nel suo grande cuore, credesse farmela avere per meno, Deo gratias!, non intendo mettere limiti alla sua carità”.[44]  Dall’accenno finale, fuori degli schemi diplomatici, traspare la filiale confidenza di Don Orione, il quale si sentiva sicuro di ricevere una benevola risposta. Infatti, nove giorni dopo, scriveva a don Sterpi: “Il card. De Lai[45] ha ottenuto dal S. Padre che la Casa di san Filippo sia a noi venduta per L. 100.000, con 50.000 subito. Ho fatto chiedere al S. Padre un’udienza per ringraziarlo, e la avrò stamattina stessa”[46]. Alle ore 12, 30 dello stesso giorno confermava: “Esco dall’udienza privata, molto contento”[47].

            Completando l’elenco degli atti di benevolenza, non va dimenticata - non per l’entità della concessione, ma perché l’atto fu steso di propria mano dal Pontefice, senza sottoporre la pratica alle formalità dei competenti Dicasteri, la dispensa per un ordinando: “Il S. Padre si è degnato, con autografo, dispensare Fiori da un giorno che gli mancava per l’ordinazione”[48], precisava  Don Orione.

 

            Per il XXV di sacerdozio di Don Orione

            Ben più eccezionale, in fatto di autografi, fu quello che, l’anno dopo, Benedetto XV stese per il XXV° di Messa di Don Orione. L’anniversario cadeva il 13 aprile;  il 12 arrivò a Villa Moffa, dove Don Orione aveva programmato di celebrare il suo giubileo sacerdotale[49], nel silenzio e nel raccoglimento, quella cara data, il seguente telegramma: “S. Padre, che avrebbe voluto Ella celebrasse domani Santa Messa con calice da lui donato, si riserva farglielo avere quando la saprà in domicilio stabile, e intanto Le invia Benedizione Apostolica e felicitazioni per giubileo. Card. Gasparri”[50].

Ma il “Superiore della Piccola Opera della Divina Provvidenza”, cui era indirizzato l’augusto messaggio, non si era mosso dal suo “domicilio stabile”, perché un suo chierico, Basilio Viano, “andava peggiorando, e allora mi fermai a Tortona”. Proprio il giorno giubilare, mentre confratelli ed amici erano in refettorio a pranzo, in attesa che vi giungesse anche il festeggiato, questi si trovava nell’infermeria a prestare al moribondo “quegli uffici umili sì, ma santi, che una madre fa con i suoi bambini”, mentre andava forse col pensiero all’ospedale di Messina, dove un altro suo caro figliuolo, don Angelo Bariani, stava in “pericolo di vedersi una gamba tagliata”[51].  

Erano momenti di dolori ben gravi. Ma quando, dalla Moffa, gli fu girato il messaggio pontificio, si sentì travolto da un tale sentimento di riconoscenza per un atto, che non riteneva limitato alla sua povera persona, ma esteso a tutta la Congregazione, e non tardò un istante a darne commosso e vibrante riscontro:

            “A Sua Santità Benedetto XV, Vaticano, Roma. Beatissimo Padre, annuncio calice, dono augusto di Vostra Santità, e grande conforto Benedizione Apostolica e Sue paterne felicitazioni nel venticinquesimo anniversario mio sacerdozio, mi raggiungono Tortona. Profondamente commosso, mi getto ai piedi di Vostra Santità con tutta la venerazione, gratitudine e amore dolcissimo di figlio, e depongo ai Suoi piedi benedetti il cuore e tutta la mia povera vita di servo inutile. Nulla più desidero che vivere e morire devotissimo alla Santa Madre Chiesa e da umile figliuolo diffondere l’amore e l’attaccamento al Vicario di Gesù Cristo. Verrò presto a Roma ringraziare Vostra Santità e ricevere dalle Sue mani auguste dono del calice di benedizione, che avrò carissimo e trasmetterò ai miei Religiosi, quale simbolo di unione, di amore indefettibile  e di obbedienza senza limite devota, che sempre i Figli della Divina Provvidenza dovranno avere verso l’Apostolica Sede. Conservi Iddio eternamente Vostra Santità e dia al Suo cuore le più grandi consolazioni. Bacio umilmente sacro piede. Degnisi sempre benedirmi. Sac. Orione”[52].

            Volendo che all’atto del Pontefice fosse riconosciuto il suo forte significato, anche nei confronti della Congregazione, si affrettò a darne notizia ai due membri del Consiglio Provvisorio, che risiedevano a Roma, Don Adaglio[53] e don Risi. A quest’ultimo spiegava anche perché non si trovava a Bra[54], come aveva programmato, ma, soprattutto, sottolineava l’impegno che, dal dono, derivava per tutti i Religiosi della Piccola Opera: “Ho inviato al Papa, ieri,  un lungo telegramma di ringraziamento perché la Benedizione Apostolica e l’annuncio del dono del calice mi fu, da Bra, comunicata qui (a Tortona). Ho detto al S. Padre che verrò a ringraziarlo personalmente e ricevere, dalle sue auguste mani, il calice di benedizione, che lascierò a voi altri, quale vincolo di unione alla sua Persona e alla Chiesa”[55]; e giustificava la spesa per il lungo telegramma, “che mi dicono sia costato 34 lire[56]; ma io sono contento perché il Papa deve essere confortato dall’amore della nostra vita e Congregazione”[57].

            Per ritirare il calice, era in udienza dal S. Padre il 3 maggio: “L’udienza del S. Padre fu oltre ogni dire affettuosissima e assai lunga” comunicava a don Sterpi[58] e, a don Casa, aggiungeva: “Il S. Padre il 3 maggio, quando fui in udienza privata, mi disse che la festa pel XXV di Messa voleva che si facesse in Roma. Spero che non faranno delle sciocchezza in occasione della consacrazione della chiesa di Ognissanti”[59].

            Fino a questo punto, tuttavia, non si ha cenno dell’atto più importante del Pontefice, volto a solennizzare il giubileo sacerdotale di Don Orione: la lunga lettera autografa, che resterà immortalata sugli Acta Apostolicae Sedis[60]. Questa è datata: 2 aprile 1920, ma fu stesa solo nella prima decina di luglio, per essere consegnata a Don Orione durante gli Esercizi Spirituali, il cui inizio era programmato per “il 7 a sera o l’8 a sera”[61], a Campocroce di Mirano (VE),  e sarebbero stati predicati dal Patriarca di Venezia, card. Pietro La Fontaine. Don Orione, che non conosceva lo scenario, che si stava preparando per la consegna del documento pontificio, sottolineava la particolare grazia di avere un Cardinale come predicatore: “Questi Esercizi, che  ci fa un Cardinale, sono una grazia che non l’avremo forse mai più, e Iddio ci vuole dire molte e molte cose con questo tratto di alta misericordia”[62].

Il 13 luglio, ad Esercizi iniziati da giorni, si aveva finalmente, dal Segretario dei Brevi ai Principi, mons. Aurelio Galli, la notizia che il documento era in partenza: “La lettera del Santo Padre a Don Orione sarà spedita, fra oggi e domani a S. Em. il Card. La Fontaine, come era desiderio di Don Sterpi. Mi rincresce che arriva con un po’ di ritardo, perché si è dovuta ritoccare in un punto e perciò fare una – diciamo così – seconda edizione”[63]. Il documento partiva il 14 luglio, accompagnata da una lettera del Segretario di Stato al card. La Fontaine, a Campocroce: “Conoscendo la benevolenza che l’Eminenza Vostra Rev.ma meritatamente nutre verso il Rev. Sac. D. Luigi Orione, credo di farle cosa gradita rimettendole il qui unito venerato Autografo che l’Augusto Pontefice si è benignato di destinare al detto Superiore Generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, nella fausta occasione del suo giubileo sacerdotale”[64].

Immaginiamo la confusione di Don Orione l’emozione dei presenti, quando il Patriarca di Venezia diede pubblicamente lettura del testo:

            “Diletto Figlio, salute ed Apostolica Benedizione. Quantunque tu non ignori quale sia l’affetto Nostro verso di te, tuttavia Noi non vogliamo lasciar passare l’occasione del 25°  del tuo Sacerdozio senza darti un attestato della Nostra benevolenza.

Perché avendo tu speso tutti questi anni non soltanto per te, ma per il bene comune, come fa il vero Sacerdote, in guisa che il tuo zelo per la salvezza delle anime, valicando i confini della tua Diocesi, si affermò, per quanto era in te, in un perenne vantaggio della Santa Chiesa,  ben giusto e conveniente che Noi, per primi ci congratuliamo teco in questa fausta circostanza, che rinnovella il ricordo del tuo fecondo apostolato.

E ricordava il suo intervento in occasione del terremoto  calabro-siculo e in quello della Marsica e il suo impegno nel campo della carità cristiana. “Noi pertanto, a render vieppiù solenne e gioconda questa data ti inviamo in dono un calice da Messa, e di più, ben volentieri ti diamo facoltà di impartire, entro quest’anno, in tutte le Case della tua Congregazione, quando in ciascuna di esse celebrerai il tuo giubileo, la Benedizione Papale, con l’Indulgenza plenaria, da lucrarsi dai presenti, secondo le consuete condizioni della Chiesa”. E concludeva che la Benedizione Apostolica, a Roma, avrebbe potuto ben presto darla, in occasione della consacrazione della chiesa di Ognissanti[65].

In agosto la lettera usciva negli Acta Apostolicae Sedis,[66] e il Popolo di Tortona sul numero del 29 agosto la pubblicava, nella traduzione italiana autorizzata, con una breve presentazione: “Non ci fermeremo a rilevare tutta l’importanza dell’augusto documento:  lettera e calice sono la prova più bella della stima e benevolenza del Papa verso l’umile Sacerdote che, fidato nella Divina Provvidenza, da 25 anni vive tutto per la gioventù e solo intento a sollevare tante morali e materiali miserie. Questo atto di paterna benevolenza di Benedetto XV onora anche altamente la Città di Tortona, dove Don Orione è nato (sic), e tutta la nostra Diocesi, al cui Clero Egli appartiene. Grazie, o Beatissimo Padre, tutti ci sentiamo onorati dalla Vostra parola come confortati dalla Vostra Benedizione, perché tutti vogliamo bene all’Opera della Divina Provvidenza, nata a Tortona, e tutti cercheremo d’ora innanzi di aiutare ancora di più il nostro Don Orione nel suo evangelico apostolato di carità”[67].

 

La questione spinosa di Grottaferrata

Prima ancora che terminassero le celebrazioni giubilari, stava maturando una situazione che avrebbe segnato un momento particolare nelle relazioni tra Benedetto XV e Don Orione. In attesa che, a Grottaferrata, venisse preparato il locale per il parroco, il reggente don Contardi, invece di appoggiarsi alla comunità orionina di Squarciarelli, preferì trovare ospitalità presso la Badia dei Monaci Basiliani. Però, dopo poco più di un anno di permanenza, ai primi di agosto 1920, mentre si trovava in Alta Italia, gli comunicarono che non era più gradito il suo ritorno nella Badia nemmeno “per ritirare le sue poche robe[68].

Don Orione, sentiti i possibili motivi dall’interessato, scriveva a don Sterpi, in quei giorni a Roma: “Non mi pare che Contardi abbia commesso tali mancanze da dovergli impedire di venire a raccogliere la sua roba. Se fosse possibile, direi che D. Contardi per ora si ritirasse agli Squarciarelli. Amerei conoscere quali appunti gli fanno i Monaci”[69]. Il giorno dopo aggiungeva: “Credo di dover mandare D. Contardi perché aggiusti dove fosse da pagare, e perché di presenza chiarisca con i Monaci ciò che c’è da chiarire, e si dividano in charitate Christi Jesu. Del resto egli non ha commesso azioni disonorevoli per non potere più tornare a Grottaferrata[70].  Don Contardi passò dunque a Squarciarelli e, da lì, mantenne la cura, come reggente, della parrocchia di Grottaferrata.

La questione però non era completamente risolta, perché Squarciarelli era una località troppo vicina per l’esilio di don Contardi e, dato il favore che questi continuava a godere tra la  popolazione, i Monaci temevano che venisse fatto il suo nome, quando si doveva procedere alla nomina del parroco. Il 21 settembre, il Padre Guglielmo di Sant’Alberto, carmelitano, Visitatore apostolico della Badia, informava Don Orione: “Il S. Padre desidera che ci troviamo per parlare di Grottaferrata”. La risposta concordò pienamente: “E’ dunque proprio il Signore che vuole che ci troviamo”, assicurando che nella prima settimana di ottobre sarebbe venuto a Roma.[71].

Non conosciamo la data esatta dell’udienza, che avvenne tuttavia prima del 17 ottobre[72], e nemmeno abbiamo una relazione diretta degli argomenti trattati, ma, da scritti ad altri, sappiamo che, nei confronti di don Contardi, il S. Padre “aveva detto che parecchie persone gli avevano raccomandato il Don Enrico per il bene grande che ha fatto; bene che non viene negato neanche dai Monaci”[73]. Favorevole fu pure l’esito delle informazioni raccolte da Don Orione al riguardo: “Sono stato ancora a Grottaferrata, sono stato a Frascati, ho fatto un’inchiesta serena, e ho sentito con piacere che tutti, ad una voce, sono col Don Contardi”[74]. Sicché, visto che tutti – Monaci compresi – ne parlavano bene, Don Orione tirava la conclusione: “Vi deve essere dunque una ragione per cui questi (Monaci) lo vogliono tolto. E la ragione è questa: se il Don Contardi avesse visto e taciuto, Don Contardi non avrebbe avuto l’ostracismo dalla Badia; ma egli vide ed ha parlato con chi doveva parlare ed ha dovuto insistere, onde impedire scandali nella Badia[75], e di là nasce la guerra, dalla passione: bisognava allontanarlo e che neanche potesse ritornare a riprendersi i suoi stracci!”[76].

     Giunta il momento della nomina del parroco, Padre Guglielmo comunicava a Don Orione “che il Santo Padre avrebbe chiaramente detto che a Grottaferrata si doveva nominare un parroco che non fosse il Don Enrico Contardi”. Immediato il riscontro: “La risposta alla Sua è semplicemente questa: nulla più desidero, nulla sarà più dolce a me, come a tutti i miei di questa piccola Congregazione, che di fare la volontà e i desideri del Santo Padre. Questo, per divina grazia, è stato e, confido nel Signore, sarà sempre uno dei più sacri amori di tutta la nostra povera vita”[77].

Siccome, oltre l’ostracismo dalla parrocchia, i Monaci ne volevano l’allontanamento anche da Squarciarelli, muovendogli, per ritorsione, un’accusa del genere di quella da lui fatta ad un Monaco della Badia,  Don Orione si sentì in dovere di esprimere il proprio parere: ”Togliere Don Enrico anche dagli Squarciarelli, se egli mi risultasse colpevole in qualche cosa; insistere che tornasse al suo posto di lavoro, se innocente e meritevole di essere sostenuto. In ogni evenienza, ubbidire ai desideri del Papa senza discutere affatto, quand’Esso avesse espresso il semplice desiderio di mettere un altro a Grottaferrata”[78]. Non conosciamo la data esatta dell’udienza nella quale Don Orione si accertò della volontà del Pontefice[79]; né troviamo, negli scritti, la relazione sull’esito dell’udienza. Incontriamo invece due accenni sulla Parola, che sembrerebbero poco in linea con le ripetute dichiarazioni di ubbidire ”senza discutere”. La prima  volta, all’ingiunzione di rimuovere don Contardi, Don Orione, nella convinzione che al Papa “avevano raccontate cose sbagliate”, avrebbe risposto: “ Non è così; no, non è così; la verità non è che una sola”. Benedetto XV “si adontò e non volle che gli baciasse né mani né piede”[80]. Più completa, ma non meno ferma, la seconda versione:: “Il Papa Benedetto XV mi diceva di rimuoverlo (Don Contardi); io risposi che era una calunnia e che non avrei ubbidito, se non me lo avesse detto in ordine di obbedienza. Il Papa non me lo ordinò”[81].  L’amore alla verità e al proprio figliuolo lo aveva spinto ad esprimersi così, riconoscendo - come confidava ad un amico - “che temeva proprio averla fatta grossa quella volta”[82]. E, pur non avendone ricevuto un comando, destinò ad altro luogo il don Contardi; mentre, dimostrato che era un’autentica calunnia l’accusa che gli era stata mossa, Benedetto XV ammirò il coraggio di Don Orione e confidò al card. De Lai: “Dicono che Don Orione è un santo; se tale è, per trovare un Santo di tale tempra, bisogna risalire a S. Giovanni Grisostomo”[83]. Così il singolare episodio non intaccò le ottime relazioni di affetto e devozione da una parte, e di stima e fiducia dall’altra. Benedetto XV continuò il suo fattivo  interesse e appoggio per le attività di Don Orione.

 

 

Sulle rotte della Terra Santa e dell’America Latina

Decisivo fu il suo intervento per la presenza della Congregazione in Terra Santa. Il Patriarca latino di Gerusalemme, mons. Luigi Barlassina, ai primi del 1921 aveva chiesto alla Piccola Opera “almeno tre Religiosi”, ai quali avrebbe affidato l’avvio di un’attività in Terra Santa. L’offerta era allettantissima: Don Orione non poteva attendere un invito più gradito, ma “conoscendo la povertà di personale”, si “trovava, a principio, assai perplesso”. I dubbi vennero fugati quando, “avendone parlato al S Padre, Egli si degnava fare coraggio” e lo confortava “con speciale Benedizione”[84]. Quell’udienza privata, definita a buona ragione “consolantissima”[85], era avvenuta il 22 marzo 1921, dopo le due ottenute sul finire del 1920.

L’udienza, “consolantissima”,  per l’incoraggiamento avuto circa l’accettazione di un’attività in Terra Santa, presentò a Don Orione l’occasione di dare un’ulteriore prova di attaccamento alla S. Sede, adeguandosi ai desideri del Pontefice. Con atto di sovrana benevolenza, attraverso il competente Dicastero, aveva proposto la nomina a Vescovo di don Felice Cribellati, uno degli elementi più validi dell’Opera. Sia per l’età del prescelto – fu, allora, il vescovo più giovane d’Italia –, sia per la penuria di sacerdoti nella Piccola Opera, il cui numero non raggiungeva la quarantina, Don Orione aveva fatto fare all’interessato la domanda perché, “se era possibile”, gli fosse allontanato quel calice[86]. In quell’udienza, Benedetto XV aveva confermato che la scelta era stata fatta per suo desiderio, e Don Orione l’accettò come gradito atto di “attenzione e di conforto”.  Il giorno dopo rendeva pubblica la notizia: “Ora posso dirvi che uno dei nostri Confratelli è stato, in questi giorni, nominato vescovo; è una perdita per la Congregazione, ma è una attenzione e un conforto che il Santo Padre ci ha voluto dare”[87].

 Mons. Cribellati era stato consacrato Vescovo il 9 giugno e, poco più di un mese dopo, quasi a ringraziamento del gesto pontificio, durante il corso di Esercizi spirituali a Campocroce, predicati ancora dal Patriarca di Venezia, card. La Fontaine, il 20 luglio, Don Orione e i sacerdoti più anziani della Congregazione emettevano il IV Voto di Fedeltà al Papa, con la formula: “giuro e prometto e faccio voto speciale di servizio in tutto e per tutto al Romano Pontefice e di difendere con amore di figlio, e anche con la vita e col sangue, l’autorità e tutti i diritti inerenti alla sua effettiva libertà ed indipendenza ed anche i suoi diritti temporali; (faccio voto) di essere quale guardia giurata della fede e della dottrina cattolica; servitore umile e fedele della Apostolica Sede; di non vivere che per la Santa Chiesa, pronto per la sua infallibile dottrina e divina costituzione sempre a morire”[88].

In realtà, a Benedetto XV non occorreva l’emissione del Voto di fedeltà al Papa per sincerarsi della devozione di Don Orione alla S. Sede: aveva già dimostrato la sua piena fiducia in lui, facendolo quasi suo messaggero in una delicata missione. Essendo in atto, in Brasile, un tentativo di scissione di alcune Suore della Madre Michel[89], appoggiate da qualche vescovo locale, la Fondatrice aveva inviato un esposto al S. Padre, il quale aveva dato incarico alla Segreteria di Stato di fare una lettera secondo quanto era esposto dalla Madre[90]. Don Orione, che aveva programmato il suo primo viaggio nell’America Latina, il 27 dicembre 1919 era in udienza con i due sacerdoti, che dovevano partire con lui. “Il S. Padre benedisse ai due sacerdoti che dovevano partire, e anche a me – che dovevo partire – e mi diede una lettera per alcuni Vescovi del Brasile”[91]La partenza era fissata per il 7 gennaio 1920, ma   lo stesso giorno Don Orione scriveva: “Ho differito la partenza, perché la nostra benefattrice, sig.ra Zurletti, è malata di cancro e non passerà l’inverno. Ora io sono suo esecutore testamentario e non posso abbandonare quella povera donna”[92]. “Ma la mia andata è solo differita, e partirò presto”[93].

La Segreteria di Stato dovette dunque cercare un altro canale per far arrivare la lettera a destinazione, ma Don Orione avrebbe ripreso “presto” il suo progetto e il 30 luglio 1921, era ai piedi del Pontefice a chiedere la benedizione per il suo viaggio d’oltre Oceano. Si vide rinnovato l’incarico, quasi di “ambasciatore”  pontificio presso un altissimo Prelato, e si sentì oggetto di tali attestazioni di delicato interessamento e affetto che gli lasceranno in cuore un imperituro struggente ricordo di Benedetto XV.

Sentiamo le prime reazioni da una sua lettera stesa il giorno dopo l’udienza: “Ieri ebbi un’udienza privata dal Santo Padre, che fu la più affabile dolce cosa di questa terra: ero venuto a Roma appositamente per mettermi ai piedi del Vicario di Gesù Cristo prima di partire pel Brasile.  Mi limiterò a dirvi che il Santo Padre vuole molto, molto, molto bene al nostro piccolo Istituto. Oggi poi, prima di partire, mi giunse una lettera della Segreteria di Stato, che si volle farmi pervenire per espresso, perché potessi leggerla prima della mia partenza”[94].

La delicata missione ricevuta la fece conoscere, per comprensibile prudenza, solo un anno e mezzo dopo, in una lettera all’amico arciprete di Molino de’ Torti: “Fu allora[95] che il S. Padre mi incaricò di una delicatissima ambasciata ad un Eminentissimo Cardinale[96], e sentii dal labbro di Sua Santità parole di profondo rammarico, che si troveranno un giorno nel mio diario”[97].  E per tale missione “la bontà della S. Sede mi munì di un passaporto”[98] che gli riuscì utile in più di una occasione: “Grazie al Passaporto diplomatico ho potuto visitare Barcellona, cioè scendere dal piroscafo” scriveva a don Sterpi[99]; e, sempre fu grazie a quello, “se, a San Paolo ho potuto avere, a voce, il permesso di celebrare” [100].

Giunto in Brasile, Don Orione trovò campo libero per la sua instancabile attività e, prima di partire per l’Argentina, da dove gli avevano già prospettate buone possibilità di altre benefiche imprese, volle fare un piccolo rendiconto al Pontefice, anche per avere conferma  del periodo di tempo concessogli di stare lontano dall’Italia:

“Mio[101] Beatissimo Padre. Un anno oggi, festa del grande Santo Vescovo S. Carlo Borromeo, Vostra Santità mi dava la consolazione di ammettermi  in udienza privata e con parole  indimenticabili di paterna bontà e con un’ampia Benedizione si degnava confortare me e un gruppo dei miei Sacerdoti. A un anno di distanza, e pure tanto distante per lontananza di luogo, sento il bisogno, o Beatissimo Padre, di tornare, almeno in ispirito, ai Vostri piedi benedetti in questo giorno, per darVi conto di questo Vostro figlio pellegrino e per attingere nuova lena e nuovo conforto dalla Benedizione Apostolica” (…)[102].

“Non solo ho potuto sistemare le cose nostre che già esistevano qui nello Stato del Minas Gerais, ma la Divina Provvidenza mi aiutò ad accogliere colà un numero consolante di orfani. A Rio de Janeiro poi ho potuto assumere l’Istituto degli orfani e abbandonati, come era nei desideri di questa Nunziatura, la quale tanto fece perché quei poveri fanciulli venissero educati all’onesto vivere cristiano e civile, e ad un’arte proficua, senza perdere la fede. Sono così 390 orfani o derelitti che sono passati nelle nostre mani (…).

Il 10 corr. andrei in Argentina per fare lo stesso nella popolosa e importante diocesi di La Plata, invitato da quell’Eccellentissimo Vescovo Mgr. Francesco Alberti, e assai confortato da quella Nunziatura (…).

Anche scrivo perché quando fui ai piedi di V. Santità, prima di partire, la Santità V., parlando, mi accennava a che stessi via tre mesi. Ora non so se quell’accenno fosse fatto così oppure fosse un vero desiderio di V. Santità che non stessi via di più. In questo caso, si degni Vostra Santità farmi conoscere il suo desiderio[103], che io nulla più desidero che ubbidire da umile e fedele figliuolo di V. Santità e della S. Chiesa”[104].

La prima attività offertagli in Argentina fu la riapertura, in Victoria, di una chiesa, chiusa da tempo e che Don Orione, forse anche pensando al Santuario mariano, che aveva fatto voto di innalzare alla Vergine in Tortona, aveva deciso di  dedicarla alla Madonna della Guardia. Aperta la chiesa: “vi trovai una bella statua in legno di N. S. della Guardia, venuta qualche anno prima da Genova. Io non sapevo nulla…;  la SS. Vergine m’ha fatto la sorpresa di farsi trovare là, come ad aspettarmi”  scriveva, commosso, al Rettore del Santuario della Madonna della Guardia sul Monte Figogna (Genova)[105] e, si comprende, ne dava subito notizia al Papa “genovese”[106], per offrirgli un motivo di conforto. Come era motivo conforto per lui, quanto comunicherà, il giorno dopo, a mons. Maurilio Silvani della Nunziatura Pontificia di Buenos Aires: “Venendo ti porterò un libro, edito ora dalla Emiliana. E’ dedicato al S. Padre, il quale disse, presente don Risi, che avrebbe fatta su di esso libro la sua lettura spirituale. E’ intitolato: I Santi e il Papa”[107].

 

 

Il cordoglio per la morte di Benedetto XV

Su questo libro, stampato in una tipografia della Piccola Opera, Benedetto XV fece le sue ultime letture. Solo un mese dopo, “il 18 gennaio 1922, ammalò di bronchite influenzale. La debole fibra non resistette. Spirò il 22 successivo, offrendo la sua vita per la pace”[108]. La dolorosa notizia giunse a Don Orione in… anticipo, suscitando un inesprimibile cordoglio: “Appresi la notizia della morte d’in treno, perché a Petropolis, a un’ora da Rio de Janeiro, suonavano a morte tutte le campane. Era poi invece una falsa notizia! Quando il S. Padre moriva, alle 6 del 22, noi qui eravamo su a pregare per lui, ritenendolo già morto. Ci sono quattro ore di differenza e quindi le ore 6 d’Italia qui sono le 2 di notte, e noi siamo stati su fino alle 3 e mezza circa; nessuno di noi poteva dormire quella notte”[109].

Gli scritti di quei giorni sono lo specchio del profondo sentito dolore. A mons. Silvani, il 24 gennaio: “Caro e povero Santo Padre! Possa tu essere in Paradiso così vicino a Nostro Signore, come così vicino a sé Egli ti ha elevato sulla terra! Evidentemente Benedetto XV era stato suscitato pel periodo della guerra: la guerra è finita, ed Egli aveva finito il suo compito, e va in Paradiso a ricevere il premio che Dio Gli ha preparato”.[110]

Chiudiamo con una lettera al vescovo di Tortona, nella quale, oltre la descrizione degli ultimi atti di paterna benevolenza, leggiamo un filiale generoso giudizio sul defunto Pontefice; “Non Le potrò mai esprimere l’impressione che mi ha fatto la improvvisa scomparsa del S. Padre Benedetto XV!  Non so se Vostra Eccellenza sappia che ritengo di averlo io l’ultimo scritto del Santo Padre Benedetto XV. Ecco dunque: una ventina di giorni fa io ho ricevuta una lunga risposta ad una lettera mia, che deve essere giunta al Santo Padre Benedetto XV o alla vigilia di Natale o appena dopo. La data della risposta è dell’ultimo giorno che Sua Santità diede udienza, e il giorno dopo era già malato. Così le ultime Croci da Lui benedette per Missionari partenti, furono molto probabilmente quelle per i nostri Missionari, che partirono il 15 gennaio. Le Croci furono portate al S. Padre da Mgr. Cribellati, in udienza privata, il 14 gennaio, e Sua Santità le benedisse con grande effusione di affetto nel Signore. Tenuto conto di tante circostanze, fu certo un gran Papa, ed evidentemente suscitato da Dio per quell’ora storica e di tanto doloroso travaglio.  Che impressione, penso, mi farà - se Dio mi concederà di ritornare (in Italia) e di andare dal Papa -, a vederne là un altro!”[111].

 

 


* Don Antonio Lanza, storico e archivista, Roma.

 

[1] Scritti di Don Luigi Orione (sigla: Scr.), Archivio Curia Generale, Roma, vol. 60, pag. 19. Su Benedetto XV non ci sono molto pubblicazioni e studi; è significativo il titolo del recente libro di J. F. Pollard, Il Papa sconosciuto. Benedetto XV (1914-1922) e la ricerca della pace, Ed.  S. Paolo, Cinisello Balsamo, 2001.

[2] Scr., 11, 205.

[3]  Riunioni Sacerdoti (citato Riunioni), un volume dattiloscritto, Archivio Curia Generale, Roma, pag. 39.

[4] Mons. Pietro Viganò era stato vescovo coadiutore di mons. Bandi e, date le buone relazioni con la Casa Paterna di Tortona, aveva manifestato l’intenzione di “venire a stare con noi”; Lettera di Don Orione a don Adaglio, Scritti, 4, 66.

[5]  Scritti, 45, 184.

[6]  Riunioni,  cit. 49.

[7]  Scritti, 76, 237.

[8]  Riunioni, cit., pag. 49. 

[9]   Scritti 61, 198.

[10] Mons. Giovanni Bressan era stato segretario particolare di Pio X;  mons. Attilio Bianchi, scelto per lo stesso ufficio da Benedetto XV, era zio di due studenti ospiti del Convitto Paterno di Tortona e, pertanto, già in buona relazione con   Don Orione e don Sterpi.

[11] Lettera in data 12 settembre 1914; Scritti 12, 74s.

[12] “Dopo la morte del Santo Padre Pio X, fu trovata nel suo scrittoio una busta contenente la scritta: ‘Per la Chiesa di Tutti i Santi di Don Orione’, che conteneva parecchie migliaia di lire”; Riunioni, pag. 39).

[13] Lettera a Carlo Germanò; Scritti, 103, 133.

[14] Lettera a don Sterpi; Scritti, 12, 82.

[15]  Corriere d’Italia, 3 ottobre 1914. 

[16]  Deposizione di mons. Felice Cribellati al Processo di Beatificazione; Summarium, Romae, 1972, pag. 36.

[17]  Il 28 luglio precedente, con l’entrata in conflitto dell’Austria contro la Serbia, era iniziata la prima guerra mondiale (Il  “guerrone” di Pio X!).

 

[19]  Il 20 febbraio 1915 scriveva a don Sterpi: “Sono il rappresentante del Patronato Regina Elena non solo per Avezzano, ma per Sora e per tutte la zona colpita dal disastro”; Scritti, 12, 118.

[20]  “Santo Padre ringrazia cotesti buoni orfanelli e li benedice di cuore, pregando loro dal Cielo protezione e conforto. Card. G. Gasparri” (Archivio Generale, Roma: posizione Benedetto XV).

[21]  Lettera a don Sterpi, 20 febbraio 1915; Scritti, 12, 118.

[22]   Scritti, 60, 32.  Parlando ai sacerdoti, disse anche che il Papa “volle che rimanesse nel Patronato”  e, circa il trasporto della Casa Madre a Roma, aggiunse che “ciò non fu fatto prima, per delicatezza verso Mons. Bandi”; Riunioni, 39s.

[23]  Deposizione di don Luigi Piccardo al Processo di Beatificazione; Summarium,  cit., pag. 558.

[24] Cfr. L’Opera della Divina Provvidenza (Sigla: O.D.P.), 30 marzo 1915, pag. 2.

[25]  Dalla Torre Giuseppe in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1949,  vol. II, col. 1292.

[26]  Scritti, 87, 74.

[27]  Scritti 92, 82.

[28] L’espressione, modificata in “annoso e funesto dissidio”, comparirà anche nella lettera che il 22 settembre 1926 Don Orione rivolgerà a S. E. Benito Mussolini per affrettare il giorno della Conciliazione fra la S. Sede e l’Italia; Scritti, 50, 65.

[29]  Scritti 90, 353.

[30]  Cfr. Scritti, 14, 74; 101, 115; 103, 133.

[31]  Cfr. Scritti, 12, 142; 14, 75; 64, 55; 97, 49.

[32] “Domenica, 24 (ottobre) corr., alle ore 3, abbiamo avuto il S. Padre in S. Anna, e gli ho parlato due volte. Andò via contento. Passò dal lato interno; la Chiesa era chiusa (…). Quando passò sulla porta, che dà in un vicolo interno, all’invito (di entrare), tentennò un poco, si guardò attorno quasi a chiedere consiglio, e poi entrò, ma non si fermò che 10 minuti. Comunque il passo era fatto”; Lettera a don Sterpi, Scritti, 12, 157 e 72, 171. Non conosciamo la data della seconda visita, ma deve essere avvenuta a breve distanza dalla prima: “Il Santo Padre uscì dal Vaticano verso le 10 (di notte) e, per una porticina interna, entrò in S. Anna e rimase in adorazione per un’ora e minuti. Il Santo Padre sta benissimo; faceva pensare e commuoveva a vederlo là, piissimamente raccolto davanti a N. Signore, con tutta la chiesa illuminata: la sua veste candida pareva risplendere, ma più risplendeva la sua fede. Era accompagnato dai Monsignori Migone e Testoni e da due palafrenieri in rosso, con torce. E’ la seconda volta che questo Papa esce dal Vaticano e viene a S. Anna, che è fuori del territorio extraterritoriale. L’altra volta fu quando andò a visitare la chiesa di S. Pellegrino degli Svizzeri, riattata, ed allora era di giorno”; Scritti, 72, 171. La terza visita avvenne tre anni dopo: “Il S. Padre venne a fare un’ora di adorazione a S. Anna, dalle 10 alle 11 e un quarto di notte del 28 luglio (1919) [Era il quinto anniversario dell’inizio della prima guerra mondiale],  segretamente. Vi erano le Quarant’Ore. La chiesa si tenne chiusa”; Scritti, 77, 75.

[33]  Scritti,  75, 57.

[34]  Scritti, 13, 121.

[35]  Scritti, 44. 270.

[36]  Al comm. Sneider, Scritti 77, 73.

[37] Interessante il fatto che Ignazio Silone, nel famoso capitolo “Incontro con uno strano prete” del suo libro autobiografico Uscita di sicurezza, ricordi la confidenza fattagli da Don Orione a riguardo di una di queste udienze con Benedetto XV: «A proposito della guerra, voglio riferirti qualcosa di molto riservato», infine egli mi disse, parlando sottovoce. «Qualche giorno fa è stato per me particolarmente importante. Sono stato rice­vuto in udienza privata dal Papa. Alcune settimane fa avevo scritto al Santo Padre una lettera sulla condotta dei cristiani di fronte all’attuale guerra, di cui ti leggerò ora la minuta, ed egli mi ha fatto chiamare per parlarmi di ciò»; I. Silone, Uscita di sicurezza, Vallecchi, Firenze, 1965, p. 32; in edizione più recente: Ignazio Silone. Romanzi e saggi, vol. II: 1945-1978, a cura di Bruno Falcetto, Mondatori, Milano.

[38]  Il manoscritto dell’Oratorio finì poi nelle mani di Don Orione, il quale scriveva a don Sterpi: “Urge assicurarsi per quanto riguarda il diritto di proprietà artistica di quell’opera di Perosi, che io portai al Papa Benedetto XV. E’ documento da conservarsi”; Scritti, 15, 147. L’Oratorio figura, infatti, fra i cimeli perosiani conservati nell’Archivio della Curia Generale di Roma.

[39]  Questi particolari furono narrati da Don Orione stesso a Mons. Franco Costa e, da questi, deposti nel Processo  di Beatificazione; Summarium, cit., pag. 632s.

[40]  Lettera del 31 maggio 1916; Scritti, 12, 233.

[41] "Udienza privata consolantissima. Subito ottenuto tutto ciò che implorai" ( 60, 32) “L’udienza andò molto bene” (12, 123), “Ebbi consolantissima udienza privata” (25, 165), “Il Santo Padre non poteva ricevermi e trattarmi meglio”  (12, 232), “Udienza privata, tutto benissimo”  (76, 39), “Vi confesso che il Santo Padre non mi accolse mai così bene, né mai usò espressioni più benevoli e consolanti”  (13, 40), “Il Papa non solo mi trattenne con tutta l’effusione del suo cuore, ma ebbe la benignità di scrivere, sotto una sua grande fotografia, un prezioso autografo, in cui dice che non solo imparte un’abbondante benedizione su la nostra umile Congregazione, ma aggiunge anche un augurio, perché la Benedizione Apostolica sia per tutti veramente piena ed efficace”  (61, 80).

[42]  Scritti 81, 176.

[42]  Nell’edificio ora segnato col n° 270.

[43]  Al card. Basilio Pompili, Vicario di S. Santità, Scritti 11, 115s..

[44] Scritti 101, 118.

[45] La lettera era stata indirizzata al Cardinal Vicario, ma poi la parte presso il Pontefice la svolse poi il Cardinale della Concistoriale, Gaetano De Lai.

[46]  Lettera in data 13 novembre 1918 ; Scritti 13, 110.

[47]  Lettera a don Sterpi, Scritti, 13, 114.

[48]  Lettera a don Sterpi, 7 giugno 1919 ; Scritti, 13, 189.

[49]  “Quel giorno io dovevo passarlo a Bra, nel silenzio e in Domino” ; A don Casa, Scritti, 20, 116.

[50]  Posizione: Benedetto XV, Archivio Curia Generale, Roma. Il telegramma, giunto per posta, è firmato dal Segretario di Stato, card. Pietro Gasparri. Don Orione, però, scriveva a don Risi, a Roma: “Vedi di avere, in bel modo, da Mgr. Migone la minuta del telegramma, che don Sterpi mi disse essere di pugno del Santo Padre” ; Scritti, 101, 127.

 

[51] Lettera a don Francesco Casa, Scritti 29, 116.

[52]  Posizione: Benedetto XV, cit.

[53]  “Non posso più tardare ad andare dal Papa, perché egli si degnò, il 13 corr., telegrafarmi di sua mano le felicitazioni pel mio 25.mo di sacerdozio e donarmi un calice” ; Scritti, 4, 193.

[54]  “Perché (a Tortona) Viano era già in pericolo di morte dal 12 mattino” ; Scritti, 101, 139.

[55]  Scritti, 101, 127.

[56] Corrispondono a 56.270 lire attuali; Cfr. Il Sole: 24 ore del Lunedì, 29 gennaio 2001, pag.8.

[57]  Scritti, 101, 130.

[58]  Lettera, 5 maggio 1920; Scritti 14, 44.

[59]  Lettera, 1 giugno 1920 ; Scritti,29, 17s..

[60]  Anno XII, vol. 12° del 2 agosto 1920, n, 8.

[61]  Lettera a don Carlo Pensa, 5 luglio 1920 ; Scritti, 20, 88.

[62]  Lettera a don Giuseppe Adaglio, 19 giugno 1920 ; Scritti, 4, 205.

[63]  Posizione: Benedetto XV, cit.

[64]  Posizione: Benedetto XV, cit.

 

[65]  Posizione: Benedetto XV,  cit.

[66]  Anno XII, vol. 12°, del 2 agosto 1920, n. 8

[67]  Il Popolo, Tortona, 29 agosto 1920, pag.1.

[68]  Scritti,  77, 68.

[69]  Lettera a don Sterpi, 11 agosto 1920; Scritti 14, 57.

[70]  A don Sterpi, 12 agosto 1920 ; Scritti 14, 69.

[71]  Lettera in data 29 settembre 1920 ; Scritti, 79, 58).

[72]  In tale data c’è una lettera al Vescovo di Tortona con la notizia: “Ho visto anche il S. Padre” ; Scritti 45, 162.,

[73]  Scritti, 79, 69.

[74]  Scritti, 79, 68.

[75]  Don Contardi aveva avvertito l’Abate della relazione pericolosa di un Monaco con una ragazza della Parrocchia (Deposizione di don Carlo Pensa nel Processo di Beatificazione – Summarium, cit., pag. 184).

[76]  Scritti, 79, 68s.

[77]  Lettera del 20 novembre 1920 ; Scritti, 79,59.

[78]   Scritti, 79, 69. Più eloquente ancora è un’altra versione: “Però se la volontà del S. Padre fosse diversa, sarò felice di mettere la mia testa sotto  i piedi benedetti del Santo Padre, e nulla più desidero fuorché si faccia, nella volontà Sua, la volontà del Signore” ; Scritti,  79, 329.

[79]  Abbiamo due scritti a don Sterpi, uno in data 15 novembre: “Il S. Padre approvò vostro preventivo arredi sacri (per Ognissanti)” ; Scritti, 14, 74 e l’altro in data 25 novembre: “Il S Padre ha date L. 2.000 per n. 1.000 Messe” ; Scritti 14, 75, ma nessuno dei due implica che ciò fosse avvenuto durante un’udienza particolare-

[80]  Discorso in data 9 ottobre 1926 ; Par.,  III, 113.

[81]  Discorso in data 8 dicembre 1930 ; Par., IV, 399.

[82]  Deposizione di mons. Franco Costa al Processo di Beatificazione; Summarium, cit., pag. 633). Scherzoso il commento di Don Orione a don Contardi: “Il Papa mi scomunicherà o mi farà Cardinale” ; Summarium, cit., pag. 185.

[83]   Deposizione di don Carlo Pensa al Processo di Beatificazione ; Summarium, cit., pag. 185.

[84]  Lettera al card. G. Van Rossum, Presidente della S. Congregazione di Propaganda Fide (Scr., 58, 119.

[85]  Lettera a don Giorgis, in data 23 marzo 1921; Scritti 28, 163.

[86]  Scritti, 81, 76.

[87]  Lettera in data 23 marzo 1921; Scritti, 63, 121.

[88]  Scritti, 78, 82: Il voto fu emesso nelle mani del card. Pietro La Fontaine, “che vi degnate fare in questo le veci del Superiore della nostra piccola Congregazione” ; id.).

[89]  Madre Teresa Michel, fondatrice, in Alessandria delle Piccole Suore della Divina Provvidenza, beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 24 maggio 1998..

[90]  Scritti, 103, 63.

[91]  Scritti,  74, 219.

[92]  Lettera a don Adaglio,. 7 gennaio 1920; Scritti, 4, 173.

[93]  Lettera a don Francesco Milanesi; Scritti, 35, 56.

[94]  Lettera in data 30 luglio 1921, Scritti, 54, 123. Un altro interessante un particolare, legato a quella udienza, lo confidava più tardi al Vescovo di Tortona: “Ricorderò sempre l’ultima sua udienza, tre giorni prima di partire (per il Brasile), che avendo saputo, non so preciso da chi, che io avevo mal di denti, quando sono entrato, cominciò a dirmi: ‘Santa Apollonia! Santa Apollonia!’ [protettrice dei sofferenti delle malattie dei denti]. Io non capivo niente, perché il mal di denti m’era scomparso mettendo giù il piede in Roma, dov’ero giunto il dì innanzi; ma Lui non era tanto persuaso e  voleva, ad ogni costo, farmi di sua mano un biglietto per mandarmi dal suo dentista, povero e caro Santo Padre! Come potrò dimenticarlo?”; Lettera a mgr. Simon Pietro Grassi, 19 aprile 192l, Scritti, 45, 184.

[95]  Nella udienza privata del 30 luglio 1921.

[96] L’unico cardinale brasiliano incontrato in quella prima visita al Brasile, fu il card. Leopoldo Duarte Silva, arcivescovo di San Paolo.  

[97]  Scritti, 47, 15.  A questo diario Don Orione accenna anche altrove (Scritti, 35, 234), ma, fino ad ora, non fu rintracciato. Tuttavia,  delle parole “di rammarico” del Pontefice possiamo farcene un’idea dal modo col quale il Cardinale ricevette Don Orione, il cui nome “doveva esser stato segnalato come quella di un visitatore molesto (…). L’Arcivescovo mi accolse molto sostenuto, né mi disse di sedere mai per tutto il tempo che durò la non breve udienza. Le parole con cui mi accolse e il modo con cui eran proferite volevano dire chiaramente: ‘bada a chi sei davanti’. Mi spiace assai, assai, assai parlare così di un Vescovo”; Scritti 50, 114s.

[98]  “Passaporto tale che in Curia di San Paolo, - mi disse il Vicario Generale – non ne videro mai, e lo copiò da cima a fondo”; Scritti, 50, 114.

[99]  Lettera in data 5 agosto 1921; Scritti, 14, 14.

[100]  Lettera alla Madre Michel, in data 14 ottobre 1921; Scritti, 50, 114.

[101]  Si noti l’affettuoso e confidente “Mio”. Sembra tornato il tempo del “suo”  Papa, Pio X.

[102]  Lettera in data 4 novembre 1921; Scritti, 81, 94.

[103]  “Il S. Padre Benedetto XV poi mi ha prolungato il tempo, visto che dovevo anche andare a svolgere lavoro n Argentina”, Scritti 33, 159.

[104]  Scritti, 91, 74.

[105]  Lettera a mons. Pietro Malfatti, Scritti, 9, 19.

[106]Ho scritto al S. Padre che dedicherò alla Guardia la parrocchia di Victoria” ; Lettera al can. Perduca, in data 16 dicembre 1921, Scritti, 31, 61.

[107]  Lettera in data 17 dicembre 192, Scritti, 48, 265.

[108]  Dalla Torre Giuseppe, cit. col. 1293.

[109]  Lettera a mons. Maurilio Silvani, 24 gennaio 1922, Scritti, 48, 268.

[110]   Scritti, 48,266. 22 gennaio 1922: Ai cari figliuoli di Mar de Hespanha: “Dunque il nostro Santo Padre è morto! E così in breve! Dunque non lo vedrò più al mio ritorno? Caro e povero Santo Padre! Ci voleva molto, molto bene; ed è la più grande perdita per la Chiesa e, umanamente parlando, la più grande perdita per la piccola nostra Congregazione. Caro don Mario (Ghiglione), converrà fare suonare a morto per tre giorni, in date ore, e che poi ci sia una funzione funebre in Chiesa con invito a tutti gli irmandati  e a tutte le Autorità”; Scritti, 51, 89.  25 gennaio: A Padre Vincente M. Davani, “Ora, grazie a Dio sto bene, ma porto nel cuore il dolore della morte del nostro Santo Padre (…). Questo santo Pontefice già sapeva che non sarebbe campato molto, e nostro Signore lo andava preparando. E’ andato in Paradiso al suono dell’Angelus Domini,  e certo la SS. Vergine gli è venuta incontro: era tanto divoto della Madonna!”; Scritti, 41, 252. 26 gennaio: A Padre Serra: “Ora, con la morte del S. Padre, potrebbe darsi che debba anticipare un po’ il mio ritorno in Italia, Noi qui preghiamo in questi giorni dolorosi per la Chiesa, rassegnati alla volontà del Signore, e abbiamo piena fede che lo Spirito Santo susciterà tosto un altro Papa che sarà il Papa della Divina Provvidenza, e avrà la carità di un apostolo e il cuore di un Angelo”; Scritti,  33, 161s.

[111]  Lettera in data  19 aprile 1922 ; Scritti, 45, 183s.

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