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Messaggi don Orione
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Nella foto: Il chierico Luigi Orione a Valsalice per il Congresso dei Cooperatori Salesiani, 13 settembre 1893.

Ricostruzione storica della relazione del giovane Luigi Orione con Don Bosco.

DON BOSCO e DON ORIONE.

 

UNA GRAZIA DI SAN FRANCESCO

Per farci subito un'idea di ciò che rappresentò San Giovanni Bosco per il Beato Luigi Orione, dob­biamo riandare alla situazione nella quale era venu­to a trovarsi il giovane Orione alla vigilia del suo incontro con il grande Santo della gioventù.

Lasciata la scuola dopo la seconda elementare e fatto per quattro anni il garzone selciatore, era sta­to accettato, dopo non poche difficoltà, nel conven­tino dei Francescani Minori Riformati di Voghera. Una brutta malattia, che l'aveva portato sull'orlo del­la tomba — ricorderà sempre il fratello laico che en­tra nella sua cameretta portando i panni con cui lo avrebbero vestito appena fosse morto [1] — gli fa in­terrompere di nuovo la scuola prima di terminare l'anno scolastico.

"Pur di non lasciare S. Francesco" si era "ras­segnato a lasciare gli studi" e fare il "fratello laico"[2]; ma dopo una brevissima esperienza da que­stuante, era arrivato il perentorio verdetto del me­dico: "Se questo ragazzo si ferma qui, ne farete un morto; ha palpitazione di cuore, è gracile, non po­trebbe levarsi a mattutino, non può andare scalzo... Lasciatelo morire a casa sua. Non potrà vivere più di un anno"[3]. E così dovette lasciare quel pio ri­fugio che aveva tanto ardentemente bramato.

Un condiscepolo di quegli anni lo ricorda così nel momento dell'addio: "Mi par di vederlo ancora quando triste, singhiozzando, con un fardelletto sot­to il braccio, infilava la porta del convento come se fosse  uscito  dal  Paradiso"[4].  Né  diverso  è  il

ritratto che ci lasciò don Francesco Milanese, cui il giovane, forse il giorno stesso della sua dimissione da Voghera, si rivolse nuovamente perché gli trovas­se un'altra via che lo portasse al Sacerdozio. Se lo vide comparire innanzi "con aria desolata, con un accento d'inesprimibile angoscia, versando lagrime che gli rigavano il volto pallido e abbattuto"[5]- De­scrizione che Don Orione autenticò a sua volta: "Ho pianto tanto nel dover lasciare il Convento!"[6].

Ripreso il lavoro di selciatore, esposto al facile dileggio di chi gli chiedeva se era meglio fare il fra­te o spingere la carriola[7], quante volte, pensando al passato e rivedendosi sereno e tranquillo tra le mura del suo conventino, sarà stato tentato di lamen­tarsi con S. Francesco che non aveva voluto tratte­nerlo tra i suoi figli spirituali!

Ma Don Milanese gli aveva trovato un nuovo asi­lo, e proprio il 4 ottobre 1886, festa del Poverello d'Assisi, Orione faceva il suo ingresso nell'Oratorio salesiano di Valdocco.

L'immagine del naufrago che riesce finalmente a toccare terra, non rende in pieno l'emozione, la gioia, la calca di sentimenti che si affollarono nel cuore del giovinetto in quel momento.

Era un mondo nuovo che si apriva davanti, ma con sua piacevole meraviglia, pur con le mille novi­tà che potevano impressionare un povero provinciale al primo impatto con una grande città e con un ma­stodontico complesso scolastico-assistenziale, sente subito che quello era il suo mondo e se ne innamorò al primo istante.

Gli fu chiaro allora che l'essere arrivato a Tori­no il giorno di S. Francesco era stata una grazia con­cessagli dal Santo "in vista delle lagrime sparse per restare fedele alla vocazione francescana"[8]. "Ca­pii la grazia grande — dirà — che avevo ricevuto nel­l'essere stato malato a Voghera, perché quella malattia mi aveva condotto a Valdocco (...) Capii che San Francesco mi aveva consegnato a Don Bo­sco"[9].

ALL'ORATORIO SALESIANO DI VALDOCCO

Quando si abbandonava ai ricordi della vita da oratoriano, Don Orione parlava con tale enfasi e con­vinzione da arrivare a toni di autentica esaltazione. Riandava a quei tempi come ad una mitica età del­l'oro. Situazioni che, per qualche loro aspetto, pote­vano trovare in altri anche giudizi non sempre positivi — ricordiamo che S. Giuseppe Cafasso scon­sigliò la sorella dall'inviare il figlio, il futuro cano­nico Allamano fondatore delle Missioni della Consolata, da Don Bosco, pur avendo del Santo un'immensa stima, "perché riteneva che, tra quegli sbarazzini che Don Bosco accoglieva, il nipote ci avrebbe perso più che guadagnato"[10] —, da Orio­ne furono viste e vissute con la più convinta parte­cipazione.

"In collegio — ricordava — eravamo seicento studenti e cinquecento artigiani (...). In prima gin­nasio eravamo quasi cento scolari (...), e si studiava, e si studiava tanto, tanto, tanto. Basti a dire che era­vamo in buon numero che anche la notte studiava­mo (...). Molti alla sera si legavano una mano alla lettiera e poi, al primo rumore o, quando, fatto il pri­mo sonno, ci si volta, non potendo voltarci perché legati alla lettiera, ci svegliavamo. Allora ci alzava­mo, si prendeva il libro e ci mettevamo a studiare all'una e mezza, alle due di notte (...)

Si dormiva su pagliericci di foglie di granotur­co, e per renderli molli si mettevano dentro le mani e si muovevano le foglie. I sacconi erano duri... Co­me si stava bene in quei sacconi!

E si mangiava nelle scodelle di piombo[11]. Il cucchiaio era di legno[12]; ce lo portavamo in saccoc­cia e ce lo lavavamo da noi[13], anche d'inverno, in cortile[14]. A pranzo c'era brodo lungo. Lo chiama­vamo la 'broda spartana'. Di pane ce ne davano fin­ché ne volevamo. E poi c'era un poco di insalata e qualche fetta di mortadella[15]. Una volta alla setti­mana, ci davano una fetta di salame, e due nelle so­lennità grandi... e noi, contenti, alzavamo le fette di salame e dicevamo: — Si vede Superga! — E ci da­vano un bicchiere di vino; e il vino si faceva un'ora prima di andare in refettorio.

E come si viveva felici, contenti; come si era con­tenti, come si era contenti! (...) E che uomini usciva­no di là!... Di là sono usciti dei generali, sono usciti grandi ingegneri, sono usciti Monsignori, Cardina­li, Vescovi, che mangiavano la broda spartana. Al­lora era vita! Ed era fervore la vita del cuore!"[16]

Quel fervore di vita si confaceva pienamente alle attese del suo spirito. Aspirò a pieni polmoni quel soffio rigeneratore e si immerse subito nelle varie attività, cui poteva partecipare, con la generosità e la dedizione del neofita.

Fin dai primi mesi lo vediamo nel gruppo del Piccolo Clero[17], al quale erano ammessi solo colo­ro che "dimostravano chiari segni di vocazione allo stato sacerdotale o che almeno eccellevano per pie­tà ed esattezza nell'adempimento delle pratiche quo­tidiane"[18]. Del Piccolo Clero anzi ne divenne ben presto l'animatore, se don Bistolfi lo ricorda come "presidente"[19], don Balbo[20] e il canonico Boltri[21] come "capo" e don Segala scrive che era stato mes­so "alla testa" dei chierichetti[22]. In realtà Don Orione precisa di non esserne mai stato "presiden­te"[23]; tuttavia se i condiscepoli lo ricordano come tale, segno è che, pur essendo un altro il capo, chi di fatto animava il gruppo era lui.

Diede il suo nome anche alla Compagnia del SS.mo Sacramento[24] e dell'Immacolata[25]; secon­do don Bottazzi sarebbe stato iscritto anche alla Compagnia di San Luigi[26].

Parimenti non si tirava indietro per i piccoli ser­vizi che poteva prestare alla comunità. "Serviva la minestra ed il pane in refettorio — ricorda don Mezzacasa — e dirigeva, in certa maniera, anche gli al­tri nel servizio"[27]. Don Chiavarino aggiunge che distribuiva la pagnottella al mattino, all'uscita dalla chiesa, e alla merenda[28] e Don Orione conferma: "Io ero tra quelli che servivano a tavola da Don Bo­sco"[29], precisando con una nota di colore: "Servi­vo a tavola col mio grembiulone"[30] e, con un pizzico di umorismo: "davo via le pagnotte e dove­vo stare attento che non me ne portassero via di più per non rimanere senza io"[31].

L'ufficio di cameriere gli procurò la soddisfa­zione di conoscere e servire il papà di San Domeni­co Savio: "Ho servito per parecchio tempo il padre di Savio Domenico in un refettorio a parte"[32] .

Questa sua disponibilità fu utilizzata dai Supe­riori dell'Oratorio anche per mansioni un po' più im­pegnative. "Per la sua serietà, per la sua buona condotta fu subito scelto a decurione o capotavola nello studio"[33]. "Era addetto all'Oratorio festivo nelle domeniche e nel tempo di Quaresima, come as­sistente e insegnante di catechismo ai giovinetti esterni"[34]. Fu pure scelto a tenere sermoncini "per animare i giovani all'esercizio della virtù" e la sua "foga e l'espressione sentita con cui parlava at­tirò l'ammirazione più sincera dei compagni"[35]. Fece parte anche della filodrammatica e "sul palco del teatro si rivelò un eccellente attore tanto sul se­rio come nel buffo"[36].

Don Orione aggiunge anche un'altra piccola in­combenza non accennata da altri: "Ricordo che da Don Bosco ero lettore in camerata"[37]. Insomma l'Oratorio fu per Orione la molla che fece scattare inesauribili risorse di mente e di cuo­re fino allora latenti. Da parte sua rispose senza ten­tennamenti ad ogni sollecitazione al bene che gli veniva dall'esterno. Di quello che gli fu proposto al­la scuola di Don Bosco non lasciò cadere nulla. Im­magazzinò anche i minimi dettagli e ne ebbe materia cui ricorrere come a punto di riferimento e di inci­tamento per tutta la vita. "Tutto quello che voi ve­dete in me — disse il 30 luglio 1928 — è il frutto di tre anni passati all'Oratorio di Don Bosco"[38].

Il ricordo di Valdocco non gli uscirà più dal cuo­re. "I miei anni più belli — dichiarerà — sono stati gli anni passati nell'Oratorio salesiano"[39].

"O giorni santi — scriverà sei anni dopo aver la­sciato Valdocco —, giorni belli della mia vita, o gior­ni dell'innocenza (...) Allora non si sognava che mari da solcare; si pregava, e si pregava tanto...; si sup­plicava Gesù Cristo che ci avesse fatti crescere pre­sto, per presto correre in tutte le parti del mondo a piantare la Croce, a salvare su arene lontane i lon­tani fratelli (...) O giorni beati! Allora era vita la fiam­ma del cuore!"[40] E la nostalgia non diminuirà col passare degli anni. Incontrando nel 1937 a Mendoza (Argentina) il condiscepolo salesiano Padre Bonet­ti, rivivrà assieme "i tempi antichi (...), le dolci canzoni, i lieti giorni trascorsi in un alito di paradi­so sotto lo sguardo di Don Bosco"[41], mentre alla vigilia quasi della morte sospirerà: "Oh, potessi io rivivere anche pochi di quei giorni vissuti all'Orato­rio, vivente Don Bosco"[42].

 

L'INCONTRO CON DON BOSCO

Quel "vivente Don Bosco" non è un pleonasmo. La vita all'Oratorio poteva essere anche dura, ma lì c'era uno stimolo esaltante per viverla felicemente. Uno dei primi sacerdoti salesiani tradusse questo concetto con una espressione pittoresca, ma effica­ce: "Nell'Oratorio si mangiava polenta, ma c'era Don Bosco"[43]. La più evidente spiegazione infatti del fa­scino profondo esercitato da Valdocco sui giovani era Lui, Don Bosco, con la forza quasi ipnotizzatri-ce della sua persona e della sua parola. Don Bosco "ci ammaliava, ci rapiva, ci incantava"[44] confessa Don Orione. Ne fu istantaneamente conquistato e ri­tenne sempre una grazia e fortuna l'essere stato sì facile preda.

Quando Orione arrivò a Torino, Don Bosco "quel giorno non era in casa". Vi ritornò qualche giorno dopo, forse in quella prima stessa decade di ottobre. "Quando egli fu riportato all'Oratorio, sembrò che un fremito scorresse per la vita di quei mille e due­cento giovani"[45]. Questo fremito per Luigi fu il de­starsi di una vita nuova. Il semplice sguardo di Don Bosco — scrive il condiscepolo don Tallachini — fu per Orione "una scintilla che sviluppò un incendio"[46] e Don Orione confermerà: dopo gli incontri col Santo "io non ero più io; io mi sentivo gigante"[47]. È questa la chiave di lettura dei fatti e detti ri­portati da Don Orione circa il periodo da lui trascorso a Valdocco. Potremmo calibrare qualche sua espressione enfatizzata dall'entusiasmo che lo per­vade ogni qualvolta — e sarà spessissimo — parle­rà di Don Bosco, ma dobbiamo rimanere convinti che quando l'esaltazione ci apparisse eccessiva, l'ec­cesso non è dovuto a ricostruzioni poetiche o a voli di fantasia, ma all'impeto di un cuore innamorato e riconoscente, mai soddisfatto di aver detto abba­stanza a lode del suo Benefattore.

Se poi qualche particolare riferito da Don Orio­ne non trova riscontro in altre pubblicazioni o nella memoria dei condiscepoli di Valdocco, prima di pen­sare ad una forzatura nella narrazione, sarà pruden­te esaminare se ci troviamo di fronte ad una più sensibile ricezione dell'avvenimento e ad una sua più attenta e meditata trasmissione.

 

Il volume XVIII delle monumentali "Memorie biografiche di S. Giovanni Bosco" illustra proprio il periodo trascorso da Orione all'Oratorio, vivente Don Bosco (1886-1888), ma non possiamo pretende­re di trovare, pur nella ricchezza delle sue 878 pagi­ne, ogni particolare di quanto Don Bosco disse o fece in quegli anni. Qualche dettaglio l'estensore del vo­lume può averlo ignorato e qualche altro volutamen­te trascurato, perché irrilevante per la completezza del racconto, mentre proprio quel fatto o detto tra­lasciato può essere rimasto indelebilmente impres­so nella memoria di uno che, come il giovane Orione, era attentissimo a cogliere anche le minime sfuma­ture di quanto si riferisse all'operato e all'insegna­mento di tanto Maestro.

Don Eugenio Ceria, richiesto di un suo parere circa una frase latina che Don Orione riportava co­me pronunciata in un sogno o visione di Don Bosco e che non si trova nel citato volume delle Memorie da lui curato, rispose onestamente: "Può darsi che Don Bosco, ai giovani delle classi superiori, quando andavano a confessarsi da Lui, abbia accennato al­le cose dettegli allora dalla Madonna (...) Quante co­se Don Bosco diceva secondo le occasioni e dopo non erano più ricordate se non da qualcuno a cui face­vano maggior impressione!"[48]. La qual osservazio­ne, oltre che per i detti, può valere anche per i fatti.

Riguardo al ricordo dei condiscepoli circa la condotta e le relazioni personali del giovane Orio­ne, ci sono due osservazioni da fare: 1. A Valdocco, a quel tempo, c'era più di un migliaio di ragazzi e molti fra di essi erano esemplari; sicché notare l'e­mergere di qualcuno in particolare risultava quasi impossibile. Nota don Bistolfi: "sperduto fra centi­naia e centinaia di ragazzi (...) come avrei potuto se­guire questo piuttosto che quello?"[49]; 2. Orione veniva da un anno di esperienza e di formazione al­la vita religiosa francescana e già in lui c'era la ten­denza e lo sforzo di celare quanto potesse destare ammirazione ed attirare l'attenzione. Don Segala, di­chiarato di non ricordare "particolari episodi rile­vanti", dà appunto questa spiegazione: "Orione nascondeva le sue virtù con un sembiante così bo­nario e con una condotta apparentemente così ordi­naria da passare quasi inosservato, nel numero però dei migliori compagni"[50].

Per quanto invece si riferisce a fatti o detti di Don Bosco dei quali i condiscepoli, in genere, non serbano memoria c'è da tener presente un altro ri­lievo non trascurabile. Pur frequentando la stessa classe, Orione, — che per le precedenti vicende fa­miliari e scolastiche aveva perso più anni di studio —, era più anziano dei compagni di almeno due o tre anni, e tale divario di età ebbe il suo peso nel vi­vere e giudicare certe situazioni, che poterono pas­sare inosservate per i condiscepoli più giovani, mentre destarono in lui risonanze indimenticabili. "Allora io ero già piuttosto grande — nota Don Orio­ne — e capivo e osservavo tutto. Avevo bisogno di conoscere bene e le persone e le cose"[51]. E quanto allora egli vide o — specialmente per la familiarità con don Gioacchino Berto, primo segretario di Don Bosco — venne a sapere, non lo affidò alla sola me­moria, ma di tali ricordi, conferma: "Ne ho scritti parecchi quaderni"[52].

 

LE RELAZIONI CON DON BOSCO

Contatti diretti con Don Bosco, Orione non po­tè averne moltissimi, ma quelli che ebbe, per tanto paterna accondiscendenza da parte di Don Bosco, li visse con tale rispondenza di affetto e filiale devo­zione da parte sua, da poterli ritenere come espres­sione di vera e santa intimità, quale almeno poteva esistere tra un anziano Maestro ed un giovane allie­vo. Don Orione ebbe questa sensazione: si riteneva — come scriveva nel 1906, rivolgendosi all'amato Pa­dre: — "voce di chi forse hai beneficato di più..., di chi certamente non potevi amare di più sulla terra"[53] e, nel  1919, confessa candidamente:  "A me pareva di essere il suo beniamino, il più ben voluto! Cosa volete: avevo quell'idea lì. A me pareva che mi portasse un interesse speciale di dilezione"[54].

Era questo un sentimento comune a quanti eb­bero una qualche familiarità con Don Bosco, del qua­le era nota "una cosa più unica che rara" nel dimostrare la sua affezione: "amava tutti in modo che ognuno si pensava di essere un suo prediletto"[55]. Nei confronti del "suo piccolo discepolo" però, come qualcuno potè allora rilevare e come noi ver­remo esponendo, c'era forse qualcosa di più o che, comunque, Don Orione sentì come un qualcosa di più.

 

L'intimità del giovane Orione con il Santo della gioventù rimase quasi esclusivamente nella sfera di direzione spirituale e quindi a diretta e piena cono­scenza dei soli due interessati, confessore e peniten­te. I condiscepoli, che pure sono unanimi nel sottolineare la pietà, l'impegno e l'aperto dinamismo di Orione, non sanno poi dirci nulla dei suoi rapporti personali con Don Bosco. Don Segala anzi scrive espressamente: "Quanto all'intimità di Orione con Don Bosco è mia semplice impressione che non po­tesse averla" e porta la ragione della malferma sa­lute del Santo e del fatto che, in quell'ultimo anno della sua vita, potevano avvicinarlo solo gli alunni dell'ultima classe del ginnasio, mentre quelli del cor­so inferiore — e Orione era fra questi — "non erano ammessi se non come rarissime eccezioni"[56].

Che fra le "rarissime eccezioni" di giovani che poterono frequentare Don Bosco ci fosse però anche Orione, abbiamo due autorevoli testimonianze che accennano, non solo a contatti avvenuti tra i due Santi, ma anche ad un certo interesse di Don Bosco per il suo giovane allievo. Provengono da testimoni che, diversamente dai condiscepoli, avevano modo di controllare, in forza del loro stesso ufficio, chi dei giovani assistiti intrattenesse con Don Bosco rappor­ti che uscissero dal normale comportamento degli altri oratoriani: sono l'assistente e insegnante di Orione e il catechista dell'Oratorio. Il primo, don Luigi Chiavarino, attesta che Don Bosco "predilige­va Orione e vedeva in lui un non so che di speciale"[57] e il secondo, don Stefano Trione, confidò che "Don Bosco, incontrando il suo piccolo discepolo, studente allora di ginnasio, sorrideva di compiacen­za"[58].

L'espressione di don Trione, "piccolo discepo­lo", è forse la più felice per indicare il genere di re­lazione intercorsa tra Don Bosco e il giovane Orione: amore e devozione filiale, accompagnati da sconfi­nata ammirazione per la Guida e Maestro.

 

LA DIREZIONE SPIRITUALE

Riferendosi alle sue relazioni con Don Bosco, Don Orione cita sempre, come principale espressio­ne delle medesime, quella di aver avuto la "grazia" di potersi confessare da Lui. Fu appunto in quei mo­menti di colloquio personale che attinse direttamen­te alla sorgente di una nuova pedagogia di educazione cristiana i principi basilari per la sua stessa formazione e le linee direttrici di gran parte dell'opera che svolgerà in seguito.

E siccome sappiamo che fu proprio la confes­sione a fornirgli l'occasione di parlare "per la pri­ma volta (...) a tu per tu" con Don Bosco[59], veniamo all'esposizione di questo avvenimento che, realizza­tosi nonostante la consuetudine contraria allora vi­gente a Valdocco per il precario stato di salute di Don Bosco, mette in luce il particolare privilegio concesso ad Orione. È lui il primo a rendersi conto dell'eccezionalità di quel privilegio: "Come e perché io potessi confessarmi da Don Bosco, — dirà — non me lo so spiegare"[60] e al salesiano padre Carletti precisa ancor più: "Non capii mai perché io mi con­fessai da Don Bosco fin dalla prima ginnasiale"[61]. Ma il fatto resta incontestabile. Oltre alle reiterate dichiarazioni di Don Orione, ci sono testimonianze di terzi a conferma:

Don Chiavarino, dopo aver premesso che alle conferenze tenute da Don Bosco per gli alunni della IV ginnasiale, con possibilità poi di confessarsi, don Trione mandava anche i migliori che non frequen­tavano tale classe, aggiunge: "Orione ottenne di po­tersi confessare con quelli di IV"[62]; don Bottazzi: "Orione sentiva forte (...) la sua devozione per Don Bosco, dimostrandosi felicissimo quando andava a confessarsi da lui"[63] e il condiscepolo sig. Pietro Parrini: "Don Orione era privilegiato perché gli per­misero di andare a confessarsi da Don Bosco"[64].

 

Accertato il fatto che Orione ebbe il "privilegio" di confessarsi da Don Bosco, possiamo chiederci la ragione del privilegio stesso.

Don Chiavarino e il sig. Parrini, attendibili per la conferma del fatto, non lo sembrano altrettanto per la sua spiegazione. "Orione ottenne" dice il pri­mo; e "gli permisero" continua il secondo, sottoin­tendendo dunque tutti e due che sarebbe stato Orione a chiedere di potersi confessare da Don Bo­sco, mentre abbiamo già visto che lui non sapeva spiegarsi il perché del privilegio. Dunque non fu lui a chiedere .

Dobbiamo fare altre supposizioni. Una potreb­be essere questa: a Valdocco buona parte degli ora-toriani completavano gli studi ginnasiali in tre anni. La seconda classe veniva fatta d'estate — e così la superò Orione — e proprio dall'anno scolastico 1886 era stata soppressa la quinta, il cui programma ve­niva svolto, con quello di quarta, in un solo anno[65]. Ne consegue che Orione, in ritardo di due anni con gli studi, pur facendo la prima ginnasio, aveva la stessa età, e maturità, di quelli che frequentavano la quarta.

Se si aggiunge poi la condotta edificante e l'im­pegno entusiastico nel partecipare alle varie attivi­tà, specialmente di carattere religioso dell'Oratorio, la sua figura non poteva non risaltare per il forte stacco di personalità nei confronti dei condiscepo­li, e così potrebbe essere stato il catechista don Trione a giudicarlo all'altezza di essere aggregato al gruppo di quei di quarta che andavano da Don Bo­sco. Ma, nuovamente, se ciò fosse avvenuto solo per la maggiore età o per meriti extrascolastici, la cosa sarebbe stata abbastanza evidente in sé e, se non i condiscepli, Orione almeno ne avrebbe capito la ra­gione, mentre — ripetiamo — lui stesso confessa di non essere mai stato in grado di spiegarsi il fatto. Il che ci suggerisce di avanzare un'altra ipotesi, più suggestiva, ma non per questo meno realistica.

Orione, appena arrivato a Valdocco, aveva scel­to per confessore il Vicario di Don Bosco, don Mi­chele Rua, e questi, dopo due soli mesi di guida spirituale, l'8 dicembre 1886, gli aveva permesso di emettere il voto privato di "perpetua castità"[66]. Parlando altra volta di questo voto, Orione dice di averlo emesso anche "col consenso di Don Bosco"[67], pur precisando che quando lo emise, egli non si era ancora confessato dal Santo[68]. Si può pensa­re che sia stata proprio la professione di questo vo­to a richiamare l'attenzione sul pio giovinetto. Una decisione del genere, in così tenera età, trovava ri­scontro solo nella vita di San Luigi Gonzaga e di al­tri pochissimi Santi. Don Bosco, valutando l'eccezionalità dell'avvenimento decise di ammette­re forse di propria iniziativa o — al massimo — su suggerimento di Don Rua, Orione fra i suoi giovani penitenti, senza comunicare all'interessato e — a maggior ragione — ad altri il motivo di quella pre­ferenza. Sta per un intervento diretto del Santo an­che quanto disse Don Orione l'ultima volta (31 genn. 1940) che tornò su questo argomento: "Che cosa ve­deva Don Bosco quando, mentre a tutti era proibito di andare da lui, volle che quel povero ragazzo (Orio­ne stesso) andasse a confessarsi da lui?"[69].

 

 

LA PRIMA CONFESSIONE DA DON BOSCO

 

Giacché la prima confessione segna l'inizio dei contatti personali di Don Bosco col giovane Orione, interessa definire la data, almeno approssimativa, di quando questa avvenne.

Sappiamo già che fu dopo l'8 dicembre 1886 [70]. Don Orione, ponendo accanto a questa data — co­me punto di riferimento — l'accenno alla prima con­fessione, dà a supporre che questa sia avvenuta non molto dopo. Questa supposizione ha in appoggio un altro riferimento, che può aiutarci a fissare la data, con molta probabilità, attorno al Natale 1886.

Le Memorie biografiche di San Giovanni Bosco riportano, nei giorni 4-5 gennaio 1887, un sogno-visione di Don Bosco nel quale la Madonna pronun­cia un discorso abbastanza lungo in latino. Nella tra­scrizione ufficiale del medesimo[71] manca una frase più volte riportata da Don Orione e che, come argui­sce don Ceria[72], Don Bosco comunicò solo ai gio­vani che andavano da lui per la conferenza. Pertanto, come minimo, Orione era già presente alle conferen­ze — e quindi si confessava — all'epoca di quel so­gno, e cioè nei primi giorni del 1887. Siccome poi, narrando l'episodio, Don Orione disse: Ricordo che nel penultimo Natale (quello dunque del 1886) ap­parve a Don Bosco "la Madonna" e riporta la frase in latino[73], siamo confortati ad insistere nella no­stra supposizione. Se infatti, ricordando, il fatto do­po oltre cinquant'anni, lo pone nel Natale 1886, è perché lo rammenta come raccontato da Don Bosco in tale data, nella conferenza cui aveva partecipato e, in occasione della quale, si era confessato. Come è da presumere l'interesse per la prima confessione sovrastava, nei suoi ricordi, quanto potesse avere ascoltato nella conferenza e se pose l'episodio della frase latina a Natale possiamo ragionevolmente ri­tenere che la prima confessione avvenne intorno a quella data.

E veniamo all'episodio della confessione. Orio­ne stava attraversando un periodo di particolare fer­vore religioso. L'8 dicembre aveva fatto la sua consacrazione perpetua a Maria ed ora gli si presen­tava l'occasione di confessarsi da Don Bosco. Non sapendo se un'opportunità del genere poteva ripe­tersi una seconda volta, — dato appunto lo stato di salute del Santo e frequentando lui solo la prima gin­nasiale — si preparò con la massima cura, come ad un atto irripetibile. Prese più "libri dove c'era l'esa­me di coscienza generale", trascrisse tutti i peccati ivi elencati, ad eccezione di quello di aver ammaz­zato, e ne riempì almeno due quaderni da "otto o no­ve fogli ciascuno"[74]. "Mi accusavo di tutto... — raccontò a padre Carletti — Ad un solo quesito ri­sposi negativamente: — Hai ammazzato? — Questo no! — scrissi accanto"[75].

Si presentò con una certa trepidazione per l'ac­cusa, perché "Don Bosco leggeva negli occhi dei suoi figli e molti non volevano andare a confessarsi da lui, perché avevano paura"[76]. Racconta Don Orione: "Quando gli fui davanti, avevo come un timore di tirare fuori i miei quaderni. Finalmente ne ho ti­rato fuori uno e, mentre glielo presentavo, io stavo a vedere lo sguardo di Don Bosco e l'impressione che gli faceva. Poi, per timore di fargli perdere tempo, mi misi a leggere in fretta; poi ho voltato pagina e Don Bosco ancora guardava; voltai ancora pagina e Don Bosco ancora guardava; voltai ancora pagina e Don Bosco mi disse: — Bene, bene; ne hai ancora? — Sì, risposi. — Bene, lascia qua, dà a me —. Lo pre­se e, fatto così e così (Don Orione ripete il gesto), ne fece quattro pezzi" e anche il secondo fece la stessa fine[77].

Giudicato il calibro del... peccatore che gli sta­va davanti, Don Bosco continuò facendo lui doman­de ed accennò subito ad una mancanza che certamente era stata scritta sui quaderni, ma non era stata letta. Il giovane rimase scioccato dall'in­tuizione del Santo, tanto da ripetere — ancora 50 an­ni dopo! — l'ammirata esclamazione: "Scrutava i cuori! Scrutava i cuori!"[78]. E continua: "Poi mi disse tre cose che ricordo ancora come adesso (...), tre cose che solamente Iddio glielo poteva dire". Don Bosco gli fece poi l'ammonizione: "Pentiti di questo e non voltarti più indietro"[79]. "Non devi più ripensare a quelle cose, piccole e grandi, che ci possono essere state"[80], aggiungendo: "Sta alle­gro!". E Don Orione conclude "e mi sorrise come lui solo poteva sorridere"[81].

Convintosi di essere stato a contatto con qual­cosa che superava la pura conoscenza umana, Orione si alzò da quella confessione "con l'anima inondata di gioia così grande, che poi non so se nel­la mia vita ne abbia provata una eguale"[82]. Sicco­me la Provvidenza gli concederà di accostare ancora Don Bosco in questi "a tu per tu" sacramentali, la preoccupazione non sarà più di riempire quaderni per liberarsi dalla piccola zavorra del passato, ma di irrobustire le ali per lanciarsi verso gli sconfina­ti orizzonti che il Direttore di spirito gli veniva in­dicando.

 

Quante volte poté confessarsi da Don Bosco? Don Orione adopera espressioni generiche al riguar­do: Don Bosco "era mio confessore"[83]; Don Bosco "mi confessava ogni settimana"[84]; "Don Bosco per parecchio tempo mi fu confessore"[85]. Espressio­ni tuttavia che devono essere intese con la logica pre­messa che le confessioni settimanali avvenivano solo quando Don Bosco era a Valdocco e — specialmen­te per quell'ultimo anno di vita — stava bene. Così del resto fece capire Don Orione, quando, parlando di questa sua possibilità di avvicinare Don Bosco, puntualizzò: "Ma questo durò poco tempo, perché Don Bosco stava già male e non andavano più a con­fessarsi da lui né i ragazzi né i salesiani"[86].

Tra la prima (attorno al Natale 1886) e l'ultima confessione (17 dicembre 1887) c'è un anno esatto, ma dalle Memorie appare che Don Bosco dall'apri­le all'ottobre di quell'anno fu quasi costantemente fuori Torino e nei pochi giorni che stette all'Oratorio, fra uno spostamento e l'altro, non risulta che abbia confessato i ragazzi. Per le confessioni fu a disposi­zione nel primo trimestre del 1887, nel qual perio­do i ragazzi di IV ginnasiale — e con essi Orione — "di quando in quando erano ammessi a visitarlo e a confessarsi da lui"[87] e nell'ultimo trimestre di quell'anno, nel qual secondo periodo però, come si vedrà, Orione sarà in... castigo e parteciperà solo al­l'ultima confessione del 17 dicembre.

Restringendole al solo primo trimestre 1887, le confessioni non poterono superare la dozzina. Non molte quindi, ma bastarono per fornire ad Orione una traccia sicura e coraggiosa per tutta la vita. Que­gli incontri spirituali non erano freddi e distaccati abboccamenti tra giudice e penitente, ma caldi e par­tecipati colloqui tra padre e figlio. Don Orione li ri­corda appunto con un'espressione che richiama vagamente sia l'idea della fucina e della forgiatura di metalli grezzi: "Quando andavo a confessarmi e posavo la mia testa sul suo petto, io la sentivo bolli­re...", sia l'immagine di una paternità che sapeva im­medesimarsi nei problemi che le venivano proposti: "Oh, quante volte le sue lagrime si confondevano con le mie!"[88]

La descrizione dell'atteggiamento amorevol­mente paterno di Don Bosco — che Don Orione fa in età ancora giovanile (23 anni) -«- potrebbe essere addebitata alla sbrigliata foga e alla vivace fantasia dello scrittore, il quale però lo ridipinge con gli stessi colori quando, già sessantacinquenne, ricorda a pa­dre Carletti che le ultime parole Don Bosco gliele rivolse "stringendomi a sé e guardandomi fisso"[89]. Atteggiamento che ha la conferma dallo stesso San­to, che negli ultimi giorni di vita confidava a Mons. Cagherò: "Temo che qualcuno dei nostri abbia ad interpretare male l'affezione che Don Bosco ha avuto per i giovani e che dal mio modo di confessarli vici­no vicino si lasci trasportare da troppa sensibilità verso di loro, e pretenda poi giustificarsi con dire che Don Bosco faceva lo stesso sia quando parlava loro in segreto sia quando li confessava"[90].

Orione non avvertì certo del sentimentalismo in questo modo di trattare da parte di Don Bosco, ma solo effusione di paterno affetto di "chi certamente non poteva amarlo di più sulla terra"[91] e segno dell' "interesse speciale di dilezione"[92] che il San­to gli aveva dimostrato.

 

ALTRI CONTATTI FORMATIVI

Eccellenti occasioni per conoscere e approfon­dire il pensiero di Don Bosco furono le conferenze che il Santo teneva ai giovani prima della confessio­ne. Che Orione vi partecipasse è già provato dal fat­to che egli era stato aggregato al gruppo dei convittori di IV ginnasio per la confessione.

Spendiamo qui una parola su uno dei tanti par­ticolari che egli ricorda di queste conferenze, e cioè la frase in latino pronunciata dalla Madonna in un sogno-visione di Don Bosco e che non troviamo trascritta nelle Memorie, che pure riferiscono il sogno[93]. Conosciamo già il parere di don Ceria circa il si­lenzio delle Memorie, ora aggiungiamo qualche ri­lievo per illustrare le ragioni che ci fanno ritenere la frase parte autentica di quel bagaglio di insegna­menti e di tradizioni che Don Orione fece suo, attri­buendone però la paternità e il merito a Don Bosco:

1. L'abbondanza di citazioni della frase (Cfr. Par. II, 62; III, 124; VI, 155 e 260; VII, 145; X, 179; XI, 74; XII, 80) sempre legata al racconto che ne aveva fat­to Don Bosco e nel contesto di quel dato specifico episodio; 2. L insistenza con cui è garantita la com­pleta fedeltà del testo: si assicura di ripetere parole che io non dimenticherò mai e che ricordo alla let­tera, bene testuali, come uscirono dal labbro di Ma­ria SS.ma: — Filioli. vultisne huiusmodi virtutem in secuntaiem ponere? Sobrii estote et fugite otiosita-tem"[94]; 3. I 'asserzione premessa il 12 agosto 1939 alla citazione della frase: "Io so a memoria alcune parole...''[95]. Se vengono riportate solo "alcune pa­role" vuol dire che si è a conoscenza di un testo mol­to più ampio, al quale queste vanno riallacciate, e cioè al discorso riportato in Mem. XVIII, 233s.; 4. Mentre, in genere, il testo è citato a memoria, viene assicurato che, inizialmente, ne era stata presa no­ta scritta: "Mi sono scritte le parole che la Madon­na disse..."[96]. Molti sono dunque gli elementi che inducono a far ritenere la frase parte integrante del discorso della Madonna, che Don Orione apprese dalle labbra di Don Bosco.

Come queste, così possiamo ritenere ascoltati direttamente dal Santo, durante le conferenze che precedevano la confessione, molti dei pensieri che Don Orione continuamente citava, attribuendoli a Don Bosco.

Altra scuola d'insegnamento pratico, approffit-tando cioè delle lezioni che venivano proposte diret­tamente dal comportamento di Don Bosco, fu offerta ad Orione dal fatto che, appartenendo egli al Picco­lo Clero, ebbe modo di servirgli più volte la S. Messa.

Il Santo in quell'ultimo anno di vita celebrava generalmente "nella Cappella vicino alla stanza do­ve poi è morto (...) e due di noi — a turno[97] — an­davamo a servirgli la Messa"[98]. Fu testimone così di manifestazioni di fervore non comuni: "Quando si serviva la Messa a Lui, Don Bosco piangeva e da­va ordine che lo tirassero per la pianeta e lo scuo­tessero dalle consolazioni che Dio gli mandava"[99].

In forza del suo ufficio di chierichetto, e goden­do quindi di un posto di osservazione privilegiato, Orione potè osservare da vicino Don Bosco e notare quanto gli accadeva attorno ogni qualvolta il Santo scendeva in Maria Ausiliatrice. Oltre alle quattro presenze, citate nelle Memorie, Don Orione ricorda­va anche l'ultima Messa di Don Bosco in Basilica, precisando che la celebrò all'altare di San Pietro, do­po la festa dell'Ausiliatrice, e che lui vi assistette [100].

Non sarà da ascriversi a gratuita fantasia im­maginare che, prima o dopo la celebrazione del sa­cro rito, il Santo sarà stato facilmente accessibile per un consiglio, per dipannare un dubbio, ecc. Co­me sarà stato possibile vederlo protagonista di epi­sodi edificanti e memorabili le volte che presenziava alle funzioni nella Basilica.

Orione potè ammassare in tal modo tale cumu­lo di cognizioni e ricordi che, integrati dalle confi­denze di don Gioacchino Berto, gli farà dire, con perdonabile compiacenza: "È per questo che ne so quanto i Salesiani e forse anche di più"[101].

 

RICORDI INCANCELLABILI

Al di fuori di questi contatti, chiamiamoli così, religioso-confidenziali, altre opportunità per avvici­nare Don Bosco non ce ne furono molte. Don Orio­ne stesso ricorda: "Don Bosco allora era già vecchio; scendeva a fatica dalla sua camera; lo sorreggeva­no sotto le ascelle, lo portavano un poco, poi si fer­mavano per farlo riposare"[102]. Le Memorie biografiche, per il periodo che ci interessa, contem­plano solo otto sue apparizioni in pubblico: quattro volte il Santo scese in Maria Ausiliatrice[103] e altret­tante volte si presentò al ballatoio antistante le sue stanze, mentre i giovani lo salutavano dal cortile[104].

Circoscritta così la possibilità di movimento da parte di Don Bosco, potrebbe sembrare problema­tico collocare al loro posto certi episodi che Don Orione narrò con dovizia di particolari e dei quali si diceva testimonio oculare e addirittura, almeno in due, parte in causa. In realtà la soluzione del pro­blema non è poi così difficile. Essendo chiaro che le Memorie non intesero — e non avrebbero potuto — raccogliere tutto quello che accadde attorno al Santo, sta a noi trovare il momento adatto per inse­rirvi quegli episodi che, pur non confortati da un ri­scontro specifico nelle Memorie, Don Orione ha tramandato garantendone, con la sua parola, la ve­ridicità.

Il primo episodio si riferisce ad una moltiplica­zione di nocciole. Si tratta di un fatto straordinario, che nella vita del Santo però si verificò più di una volta. Limitandoci al solo 18° volume delle Memo­rie ne troviamo due di queste moltiplicazioni, ope­rate una il 13 e l'altra il 31 gennaio 1886 e classificate come "un prodigio non dissimile da altri narrati" nei volumi precedenti[105].

Anche Don Orione, affermato che Don Bosco "già altre volte aveva moltiplicato caramelle" dice che era conosciuto però come "il Santo delle noccio­le" e narra, a sua volta, un episodio in proposito, del quale si dichiara categoricamente testimone ocula­re: "Io fui presente al miracolo della moltiplicazio­ne delle nocciole" e ne fa una descrizione circostanziata che non dovrebbe lasciare dubbi sul ricordo visivo della scena. Precisa le dimensioni del sacchetto contenitore: "sarà stato alto sessanta cen­timetri e largo venti" e i gesti del Santo: "Aprì il pre­zioso sacchetto ed incominciò a distribuire nocciole a manciate (...); ne diede a tutti e ne avanzò quasi pie­no il sacchetto che poi rovesciò dal balcone"[106].

Per questo episodio Don Orione dà anche un ri­ferimento cronologico: "Tornava Don Bosco da Lanzo", ma dalle Memorie non risulta un ritorno di Don Bosco direttamente da Lanzo, nel periodo che ci in­teressa. Si potrebbe pensare ad una confusione di Don Orione tra Lanzo e S. Benigno (nonostante le Me­morie non descrivano il ritorno di Don Bosco da que­st'ultima località), che avvenne nell'ottobre 1886 pochi giorni dopo l'entrata di Orione a Valdocco. In questo caso il fatto sarebbe accaduto proprio in oc­casione del primo incontro col Santo. Non meravi-glierebbe che Don Orione non ne faccia cenno quando parla di quel primo incontro, giacché allo­ra sarebbe stato fuori contesto. Stava infatti parlan­do di San Francesco e il ricordo dell'incontro con Don Bosco fu solo incidentale per sottolineare che era arrivato a Valdocco proprio nel giorno della fe­sta di San Francesco.

Oppure, a distanza d'anni, Don Orione può aver confuso un ritorno da Lanzo col rientro di Don Bo­sco all'Oratorio dopo una semplice uscita in città. Sappiamo che il Santo dall'ottobre 1886 aveva ripre­so "le uscite pomeridiane in vettura"[107] e che "no­nostante gli incomodi che sconsigliavano le uscite, volle andar fuori parecchie volte nel mese di feb­braio (1887)"[108] . L'episodio potrebbe allora essere collocato al ritorno di qualcuna di queste uscite, e dal momento che le Memorie, in data 22 febbraio 1887, riferiscono di un lancio di nocciole da parte di Don Bosco dal solito ballatoio — cosa che si veri­fica anche nell'episodio narrato da Don Orione — siamo tentati a collocare il "miracolo" in quell'occasione. A questo siamo sollecitati anche da un par­ticolare descritto nelle Memorie: "i ragazzi dimen­tichi dei loro giuochi, corsero a raccogliere, con molta avidità, perché erano nocciuole di Don Bosco"[109]. La particolare "avidità" dei ragazzi per le "noc­ciuole di Don Bosco" non poteva dipendere, oltre che dalla fama dei prodigi già avvenuti con quel genere di frutta, anche per l'essere stati essi poco prima te­stimoni che, nonostante l'abbondante distribuzione di nocciole, ne era rimasto "quasi pieno il sac­chetto"?

Tuttavia, sia da collocarsi in una di queste due circostanze od in un'altra ancora, non entra in que­stione la veridicità del fatto cui Orione assistette e del quale conservò non solo il ricordo, ma anche qualche nocciola, che distribuì in casi di malattia, perché "sapeva che Don Bosco (...) avrebbe fatto la grazia della guarigione" dichiara la cognata del Bea­to. La stessa afferma che avendo dato da mangiare alla figliuola ammalata una di quelle nocciole, che Don Orione conservava da tanto tempo, la trovò "co­sì bella come se fosse stata colta dall'albero da po­co tempo"[110].

 

Nel contesto dei brevi tragitti che Don Bosco compiva per recarsi dalle sue stanze in Basilica o per raggiungere la vettura che lo portava fuori, pos­siamo collocare anche un altro episodio che potreb­be sembrare in contraddizione con quanto sappiamo sulle condizioni fisiche nelle quali si trovava il San­to in quell'ultimo anno di vita.

Volendo illustrare il principio che, per stare con i giovani, bisogna mantenere giovane lo spirito no­nostante l'età, un giorno Don Orione, premesso che "Don Bosco era già malandato nelle gambe (...) ma lo spirito era quello dei primi anni" aggiunse: "Mi ricordo di aver visto Don Bosco che, sia pure per burla, tentava di fare come una specie di vola­ta"[111].

Se teniamo presente che, quando faceva le "usci­te pomeridiane", Don Bosco, giunto in aperta cam­pagna, scendeva dalla vettura e "ora sorretto, ora senza appoggi avanzava passo passo discorrendo di molte cose"[112] non facciamo fatica ad immagina­re che, tornando da una di queste passeggiate, che erano "per lui un vero riposo"[113] una volta, attra­versando il cortile dell'Oratorio, si sentisse talmen­te in... forma da tentare "sia pur per burla" di imitare "una specie di volata" per sollevare confra­telli e ragazzi che stavano in pena vedendo il suo pre­cario stato di salute.

IL CASTIGO DI DON BOSCO

Dei due episodi che seguono, Orione è parte in causa; non ci resta quindi che attenerci alla sua nar­razione. Il primo di essi, da collocarsi sul finire del­l'anno scolastico, lo possiamo pensare avvenuto nella prima decade di agosto 1887.

Don Bosco il 4 luglio era partito per Lanzo[114] ed i Superiori dell'Oratorio, quell'anno, fissarono quella cittadina come meta della passeggiata lunga. "Quando facevo la prima ginnasio — ricorda Don Orione — si andò a fare la grande passeggiata del­l'anno a Lanzo Torinese"[115] e lui approfitta dell'occasione per avvicinare Don Bosco e chiedere un per­messo che, sapeva, il Santo era molto restio a con­cedere. "Don Bosco era contrarissimo alle vacanze in famiglia e diceva che le vacanze sono la vendem­mia del diavolo"[116]. Comunque, con la solita confi­denza e apertura filiale, va dal Santo a chiedergli il permesso di andare "un poco a casa in vacanza". Don Bosco gli chiede: "E chi ci hai a casa? — Mia madre, rispondo, ed un fratello che ha tredici anni più di me ed è mio padrino. — E nessun altro? — No. — Sorelle? — No, nessuna. — Vai pure, ma per otto giorni soli"[117]. E si lasciano con questi patti.

Superati felicemente gli esami, Luigi torna a ca­sa con una gran bella notizia da dare alla famiglia. Fugate le apprensioni e i dubbi dell'anno preceden­te, quando a Voghera era stato dimesso, oltre che per la poca salute, anche per una "certa tardità d'in­gegno" che non gli avrebbe permesso di continuare negli studi [118], ora può presentare l'attestato di pro­mozione che, sotto una filza di ottime votazioni, por­ta l'osservazione: "Primo della classe con 89/100" (Registro voti scolastici — la. ginn. — anno 1886-87 — Valdocco).

L'euforia del momento, il desiderio della mam­ma di godersi un po' di più la compagnia del figliuolo che non rivedeva da oltre undici mesi, fa sì che que­sti si fermi in famiglia qualche giorno di più. "Don Bosco mi ha dato otto giorni e poi mia madre mi ha tenuto quindici giorni"[119].

Quando rientra a Valdocco, anche questa volta Don Bosco non c'era. Ritorna quasi un mese dopo, la sera del 2 ottobre. L'attesa fra i ragazzi era stata febbrile e Orione aveva sognato, certamente non me­no degli altri, la gioia di quell'incontro col Padre. Ne ebbe invece una sorpresa amarissima. Seguiamo il suo racconto:

"Quando Don Bosco venne, tutti i ragazzi gli cor­sero incontro facendogli una gran festa. Io pure ero nel numero, felice di rivederlo (...). Anch'io dunque spinsi tanto che arrivai vicino a lui, e riuscii a pren­dergli un dito. Solo che Don Bosco parlava con tut­ti, ma quando arrivava a me, saltava ad un altro, senza dirmi una parola, senza nemmeno guardarmi. E mi tenne così in castigo sino alla vigilia della sua morte"[120].

L'episodio, così raccontato, potrebbe sollevare la solita perplessità per il fatto che le Memorie pon­gono il punto culminante dell'incontro con i giova­ni quando Don Bosco "si affacciò dal ballatoio", mentre i ragazzi, in cortile, cantavano "l'inno anti­co: — Venite, compagni, — Don Bosco ci aspetta"[121]. In aggiunta c'è quel particolare, un po' insolito e non riscontrabile in altri episodi delle Memorie, di Orione che prende la mano di Don Bosco per un dito.

Fortunatamente abbiamo la preziosa testimo­nianza di un condiscepolo di Orione, il salesiano don Giacomo Mezzacasa che, ad una richiesta di deluci­dazione dell'episodio rispose: "Io ero all'Oratorio e in quella sera (del 2 ottobre) seguivo proprio da vi­cino Don Bosco, attorniato dai giovani e dai superiori, mentre attraversava il cortile per recarsi alle sue stanze. Si trattenne a lungo con noi; molti gli stringevano le mani e le baciavano"[122]. Interrogato poi espressamente circa l'uso dei giovani di strin­gere un dito della mano di Don Bosco, confermò che lui stesso "almeno due volte" potè avvicinarsi al San­to, mentre attraversava il cortile per andare all'Au-siliatrice, e che "in quelle due occasioni" riuscì "a prendere un dito della mano di Don Bosco e a rice­vere uno sguardo e una benedizione"[123].

Messa in chiaro la dinamica dell'episodio, ci vie­ne da fare una riflessione che può ulteriormente il­luminarci sulla reale esistenza di un rapporto personale fra i nostri Due e farci concludere che lo stesso castigo inflitto ad Orione è un segno del par­ticolare interesse che Don Bosco aveva per lui.

Come s'è visto, Don Bosco torna a Valdocco quasi un mese dopo il rientro di Orione: come venne a co­noscenza del suo ritardo? Potrebbero essere stati gli assistenti dell'Oratorio a comunicarglielo. Ma, con tanti ragazzi che c'erano e non essendo poi la man­canza così grave, sarebbe stato il caso di farne un problema da comunicare a Don Bosco? Se l'avesse­ro fatto, ne avrebbero reso edotto per primo il col­pevole, per suo giusto emendamento. Invece Don Orione confessa: "io non so ancora come abbia fat­to a sapere che io ero stato in vacanza molto di più"[124].

Non sarà stato il Santo stesso a chiedere noti­zie? Il che confermerebbe il particolare interesse che mostrava per il progresso spirituale del "suo picco­lo discepolo". Come era stato assai esigente nell'in-dagare circa l'ambiente familiare col quale si sarebbe trovato a contatto, durante le vacanze , ora si mostra inflessibile nel sottolineare la sua disap­provazione per una leggerezza che, a suo giudizio, non si confaceva a chi, nei colloqui personali, gli ave­va certamente palesato desideri e propositi di santità.

Il castigo fu molto sentito da parte di Luigi. Don Bosco per tutto "l'ottobre, il novembre e due terzi di dicembre (...) alla sera confessava due volte per settimana i giovani delle classi superiori"[125], ma lui non vi fu ammesso se non "alla vigilia della mor­te" del Santo[126]. Andò invece qualche volta, per il suo turno di chierichetto, a servire la Messa che Don Bosco "continuò a celebrare ogni giorno nella sua cappelletta privata"[127], ma con lui il Santo perse­verò nel suo silenzio, "senza nemmeno guardarlo"[128].

Ricordando, dopo anni ed anni, quel triste pe­riodo Don Orione ne sente ancora il bruciore e qua­si protesta: "Che avevo poi fatto? Per grazia del Signore mi ero comportato proprio da buon ragaz­zo: al mio paese andavo sempre in chiesa, col mio libro di preghiere, e non conoscevo altra strada che quelle che mena ad una cappelletta della Madonna ed al cimitero"[129]. Ma allora non ci fu nulla da fa­re! "Don Bosco non mi riconobbe più, non mi guar­dò più fino alla vigilia della sua morte" [130].

 

 

IL PERDONO DI DON BOSCO

 

Finalmente il 17 dicembre 1887 — sarebbe sta­ta l'ultima volta che Don Bosco confessava i giova­ni[131] — potè andarci anche Orione ed avere un confortante colloquio, che compensò largamente la patita sofferenza per il lungo silenzio e gli confer­mò l'immutata amabile benevolenza di Don Bosco. Per il malcapitato incidente non ci poteva essere con­clusione migliore. Si potrebbe inneggiare anche qui alla "felix culpa", giacché senza di essa forse il San­to non avrebbe avuto motivo di confortare in tal mo­do il "suo piccolo discepolo". Infatti, in quell'ultimo colloquio, dopo rassicuranti parole, "stringendolo a sé e guardandolo fisso"[132], lo accomiatò con "que­ste testuali parole: — NOI SAREMO SEMPRE AMI­CI!" [133].

Questa espressione la cogliamo altre volte sul­le labbra di Don Bosco in quegli ultimi mesi di vita. Le Memorie la riportano in due episodi di quei gior­ni: in uno il Santo l'adopera in forma negativa con un ragazzo che era andato a visitarlo: — "Noi non siamo amici"[134]; per ripeterla allo stesso, mutate le condizioni, in forma affermativa: — "Adesso siamo amici"[135] e, nel secondo episodio, l'usa in forma ampliata col Direttore dell'Unità Cattolica: "Noi sa­remo sempre amici fino al Paradiso"[136].

Poteva quindi essere una forma abbastanza usuale di commiato per Don Bosco, ma Orione la prese come sacro testamento e quale viatico spiri­tuale che gli avrebbe assicurato la solidarietà e la protezione del Santo per tutta la vita. Ad un mese dalla morte confermerà: "Quante volte mi sono tro­vato in mezzo a tante peripezie, altrettante volte mi sono sentito confortato da queste parole che mi ri­masero scolpite nel cuore: — NOI SAREMO SEM­PRE AMICI" [137].

 

LA PROVA DELL'AMICIZIA

La gioia per la riconfermata amicizia è però of­fuscata dal doloroso presentimento che quell'incon­tro sarebbe stato forse l'ultimo. Il declino fisico del Santo è ormai inarrestabile. Il 20 dicembre scese "trasportato giù a braccia in seggiolone" per "l'ul­tima passeggiata in vettura"[138], ma le forze gli ven­nero mancando in modo così preoccupante che il giorno 24, vigilia di Natale, chiese, e gli fu ammini­strato, il Viatico. Orione fu presente, con il Piccolo Clero, a quell'atto commovente ed edificante[139].

La malattia gli concesse ancora qualche giorno di tregua, con alti e bassi tuttavia che allarmavano sempre più i figli spirituali di Don Bosco. Verso la fine di gennaio (1888) le cose precipitarono e le pre­visioni lasciavano adito a poche speranze. Don Gioacchino Berto, che era stato per ventisei anni se­gretario del Santo, cercò allora tra i giovinetti chi fosse disposto ad offrire la vita per ottenere dal Si­gnore la conservazione di quella dell'amato Padre.

Era la suprema prova d'amore che veniva richie­sta e subito sei giovani risposero generosamente all’invito; il secondo nome che incontriamo nel breve elenco è quello di Luigi Orione. Scrissero su di un foglietto: "O Gesù Sacramentato, Maria SS.ma Ausiliatrice dei Cristiani, S. Francesco di Sales nostro Patrono, i poveri sottoscritti: 1. Dondina Pietro, 2. Orione Luigi (...) al fine di ottenere la conservazione del loro amatissimo Padre e Superiore Don Bosco offrono in cambio la propria vita. Deh, vi supplichia­mo, degnatevi di gradire l'offerta ed esaudirci". Ai primi sei giovani se ne aggiungono altri sei. Il fogliet­to con i loro nomi fu posto sotto il corporale duran­te la Messa celebrata da Don Berto "e servita dal giovane Luigi Orione"[140].

Abbiamo riportato il fatto riportando la descri­zione che troviamo nelle Memorie; descrizione su­bito ripresa dalla Rivista dei Giovani del 15 gennaio 1938, che chiude il racconto sottolineando: "Luigi Orione è quello stesso Don Orione, oggi degno imi­tatore di Don Bosco nelle opere popolari di carità" (Ivi, pag. 44). Pensiamo infatti valga la pena di ripor­tare a parte gli accenni fatti da Don Orione al riguar­do, che combaciano — s'intende — con quanto riferito sopra, ma sfumano al massimo il ruolo da lui rivestito nella vicenda.

In Par. Vili, 131 accenna all'avvenimento, ma si ferma a parlare solo sul primo firmatario del bigliet­to: "Dondina è uno di quei sei che fecero l'offerta della vita per Don Bosco". In altri luoghi mette in luce l'azione svolta da Don Berto: "Aveva chiamato alcuni alunni dell'Oratorio (...) ed aveva loro chiesto se si sentissero di offrire la loro vita per salvare la vita di Don Bosco"[141]; Don Berto scrisse il suo no­me ed i nomi di quei ragazzi su un pezzo di carta (...), andò a celebrare la Messa (...); in due la servirono e fecero tutti la Comunione, ed in quella Comunio­ne intesero dare la vita" [142]; "Don Berto celebrò la S. Messa e mise sulla patena il nome di sei fanciulli che offersero la vita per Don Bosco"[143]. In V, 228 vi si include nel racconto, ma in modo... comunita­rio: "Alcuni di noi offersero la vita". "Il Signore, a mia confusione, mi ha dato di essere uno di quei sei". Da queste espressioni, volutamente misurate, traspare una certa ritrosia, un pudore quasi a sve­lare particolari che lo presentino particolarmente coinvolto in quel generoso slancio di pietà filiale fi­no all'olocausto della propria vita. Da altre testimo­nianze ci è dato invece di pensare che Orione sia stato parte attiva nel coadiuvare Don Berto nella ri­cerca dei compagni disposti a fare l'offerta. Già il condiscepolo don Luigi Sala ci presenta Orione "spesso occupato presso il segretario di Don Bosco, don Gioacchino Berto, a propagandare sotto l'impul­so di lui le diverse pratiche spirituali a mezzo di ap­positi foglietti e buoni suggerimenti sempre con modi cortesi e santamente insinuanti"[144]; e il sale­siano don Pietro Olivazzo dichiara: "Quell'offerta la feci io pure, consigliato, mi pare, da Orione stesso"[145]. Pur non trascurando quel "mi pare", possiamo supporre che Orione abbia avuto un ruolo più im­pegnativo, almeno per la propaganda fra i compa­gni della generosa iniziativa.

 

LA RISPOSTA DI DON BOSCO

Il Signore gradì certamente l'offerta di quei giovani, ma aveva pronto un premio migliore per il suo Servo fedele, che questa volta non si riprese. Orio­ne potè vederlo, assieme agli altri oratoriani, il gior­no precedente il pio transito. Lo ricorda così:

"Il giorno 30 (gennaio 1888) Don Bosco non par­lava più. Tutti noi ragazzi ci fecero passare davanti a lui. Steso sul letto, con le mani fuori, pareva non capisse più. Aveva una stola violacea in fondo ai pie­di. E chi gli baciava le mani, chi i piedi, chi piange­va, chi baciava le coperte. Aveva la testa verso destra, i capelli un po' inanellati"[146]. L'immagine del Santo gli è rimasta impressa anche nei minimi particolari. Non trascura la descrizione della scena circostante, ma l'affetto lo spinge a tornare, con l'ul­tima pennellata alla figura del Padre: "la testa ver­so destra, i capelli un po' inanellati". Quella visione non gli si era più levata dal cuore.

Morto Don Bosco ed espostane la salma nella chiesa interna di San Francesco, Orione ebbe, con altri compagni, l'incarico di prendere gli oggetti pre­sentati dai fedeli e toccare con essi il corpo del San­to. Nel disimpegno di questo ufficio gli accadde un fatto, che lui definisce "specialissima grazia"[147]. Ascoltiamo il racconto che ne fa parlando in terza persona: "Uno di quei ragazzi toccava fasce e coro­ne del rosario. E poi non seppe più cosa far toccare. E allora gli balenò in mente come una luce, un'idea. Che si potessero far toccare al corpo di Don Bosco dei pezzi di pane e poi, facendoli mangiare agli am­malati, questi potessero guarire. E siccome teneva la chiave di uno dei refettori, prese del pane e, afferrato un coltello, si mise a tagliare e, nel fervore, tagliò non solo il pane, ma anche un dito. E quando sentì il dolore e il sangue fluire, sentì come uno spa­vento che gli venisse a mancare l'indice che lo avreb­be fatto diventare irregolare (per il Sacerdozio). Ma, dopo quel primo timore e dolore, egli prese il dito e corse in chiesa e toccò il corpo di Don Bosco e la cicatrice si saldò" e conclude: "Quel ragazzo è il sa­cerdote che vi parla (...) La cicatrice è ancora qui" e alzando la mano, mostra il segno rimasto sul dito squarciato.[148].

Anche per questa "specialissima grazia" — che le Memorie qualificano come un "bel caso"[149], pur citando come fonte un articolo del nostro Don Garbarino, apparso sul Bollettino Parrocchiale di Ognis­santi del dicembre 1926, dove il fatto è presentato come "il primo miracolo" di Don Bosco — non ab­biamo testimonianze di condiscepoli. Interrogati in proposito, quelli che risposero affermano di non es­serne venuti a conoscenza. Solo Don Segala ricorda "di aver visto il compagno Orione a portare il brac­cio al collo per qualche tempo"[150]. Ma a Don Mezzacasa, che pur aveva il letto accanto a quello di Orione non rammenta neppure questo, di "averlo cioè visto col braccio al collo" [151].

Che Orione si sia squarciato il dito risulta dalla cicatrice, ancora visibile sull'indice della mano de­stra (in molte azioni Don Orione era mancino) nelle fotografie fatte in occasione della ricognizione del­la salma rimasta incorrotta. Ora, che ci sia stata la cicatrizzazione istantanea per "specialissima grazia" e che del fatto non sia rimasta memoria fra i condi­scepoli si può spiegare con la semplice ragione, per-fin lapalissiana, che Orione, testimone unico del fatto, per suoi motivi (non ultimo forse — conside­rata l'età e le incertezze dell'adolescenza — quello di aver agito un po' sconsideratamente, senza con­sigliarsi, senza chiedere permessi) credette bene di non propalarne la notizia. Mentre sembra più diffi­cile spiegare il particolare del "braccio al collo" ri­cordato da un solo condiscepolo.

Se la cicatrizzazione non fosse avvenuta istan­taneamente e la ferita fosse stata superficiale, non occorreva una medicazione che comportasse la ne­cessità di portare il braccio al collo. Se invece si trat­tò di una ferita più seria, come fa capire la descrizione di Don Orione, allora il braccio al collo l'avrebbe dovuto portare a lungo. Nel qual caso sa­rebbe strano che almeno don Mezzacasa, vicino di letto di Orione, non ricordi nulla. In situazioni del genere, il ferito può avere qualche difficoltà proprio nello spogliarsi e nel vestirsi e nell'assettare il pro­prio letto. Se Orione avesse avuto bisogno dell'aiu­to del compagno, questi facilmente ne avrebbe serbato il ricordo.

Quindi, per quanto poco possa valere l'argomen­to "ex silentio", questo sembra stia a favore della "specialissima grazia", in appoggio alla quale — ol­tre la parola di Don Orione — resta una dichiara­zione del Vicepostulatore per la Causa di Beatificazione, il compianto Don Orlandi.

Recatosi personalmente a Valdocco per appu­rare la cosa, e fatte debite ricerche, così scrive a don Mezzacasa, che aveva accennato al fatto del "brac­cio al collo", ricordato da Don Segala: "Ho frugato nel Registro della Prefettura dell'Oratorio stesso, dove trovo (a carico di Orione) spese per medicazioni, per medico, medicine od infermeria negli anni pre­cedenti, ma non trovo affatto indicazione alcuna del genere relativa all'anno 1888, anno della morte di Don Bosco, in cui è avvenuto il fatto in parola"[152].

Questa dichiarazione ha indubbiamente un suo valore oggettivo, perché se la ferita, piccola o gra­ve, non si fosse subito cicatrizzata, sarebbe stato ne­cessario il ricorso ad un pur minimo intervento infermieristico con le relative spese; ma se dai regi­stri — che pur tengono conto anche di cifre di mo­desta rilevanza — nulla risulta a carico di Orione in quei primi mesi del 1888, aiuta a credere che questi si sia trovato guarito senza aver avuto bisogno di ri­correre a medicazioni.

Amiamo pensare che alla prova di amore forni­ta da Orione nell'offrire la vita, abbia risposto il ca­ro Padre con un altro atto di amore verso il "suo piccolo discepolo" angosciato, non tanto per la brut­ta ferita, quanto per il timore che questa potesse pre­cludergli l'accesso agli Ordini Sacri. Grandemente beneficato in vita, Orione continuò a sentirsi parti­colarmente amato da Don Bosco anche per questo fatto occorsogli subito dopo la sua morte.

Di quei giorni di dolore e di speranza, che gli ri­cordavano la scomparsa del suo grande Benefatto­re e il prodigioso intervento a suo favore, ne parlava sempre con indicibile commozione. A distanza d'anni li rammenta come stesse ancor vivendoli. Riuscì, fra l'altro, a ritenere a memoria la canzoncina compo­sta subito dopo la morte di Don Bosco.

Il 29 agosto 1930, durante il pranzo nella festa della Guardia, presenti don Mancini ed un altro sa­cerdote salesiano che avevano predicato gli Eserci­zi Spirituali ai sacerdoti dell'Opera, Don Orione si alza, chiede il silenzio e: "Adesso canterò, — dice — in onore di Don Bosco e di tutti i Salesiani, il primo canto che si cantò dopo la morte di Don Bosco. Lo canterò, sebbene io non sappia cantare e con la mia solita voce roca. Ma..., voglio pensarci ancora, per­ché sono passati molti anni..., lo canterò col cuore. Attenti: — Presso l'augusto avello — che, Padre mio, ti cela — così quest'orfanello — l'interno affetto sve­la. — Son di Don Bosco figlio; — guida il mio lasso pie! — Puro sarò qual giglio, — Don Bosco, io vengo a te!" e conclude: "Solo il Signore e la Madonna san­no cosa ho nel cuore!"[153].

 

L'EREDITA' DI DON BOSCO

Solo il Signore e la Madonna potevano compren­dere la piena di sentimenti che Don Orione aveva nel cuore. Lui, per quanto ne parlasse continuamente, e nelle forme più sentite ed entusiastiche, non riu­scì o, meglio, ritenne di non esser mai riuscito a di­re tutto quello che Don Bosco si meritava: "Confesso di sentire tutta la mia piccolezza, tutta la mia impo­tenza, tutta la mia nullità a parlare di Don Bo­sco"[154].

Lasciato Valdocco per seguire la via che aveva confusamente intravista proprio sulla tomba del Santo, continua a considerarsi suo figlio. Solo dopo un mese che è nel Seminario di Tortona, scrivendo ad un compaesano che era rimasto a Valdocco, lo prega: "Giunto sulla tomba di Don Bosco (...) giuragli per me che sempre sarò suo figlio"[155]. Nell'anniver­sario della morte del Santo, il primo passato fuori Torino, ricorda che l'anno precedente era andato per l'occasione a Valsalice ed aveva letto "qualche cosa sulla tomba di Don Bosco"[156] e scrivendo allo stes­so compaesano lo prega di fare anche la sua parte nell'atto di omaggio al Padre, e aggiunge: "Digli che ancora l'amo, che mi voglio far santo, per essergli degno figlio"[157].

Sentimenti riconfermati tante altre volte poi. Toccante e commovente il tono di addolorata prote­sta nella risposta ad una lettera del suo vecchio ca­techista don Stefano Trione che, scrivendogli quarantanni dopo averlo avuto ragazzetto a Valdoc-co, gli si era rivolto dandogli del 'lei': "Ma perché? No, caro sig. Don Trione, mi dia ancora e mi dia sem­pre del 'tu'; sono e voglio essere sempre quel vostro povero ragazzo che venne accolto da Don Bosco, e cresciuto per tre anni sotto il manto di Maria Ausi-liatrice, visse del pane dei Salesiani alla scuola di pietà, di sacrificio, di lavoro di quella schiera sale­siana di uomini di Dio, il cui ricordo, dopo circa qua­rantanni, è ancora tanta luce che illumina e viene confortando la mia vita"[158].

Nel programma della sua Opera, Don Orione fa­rà confluire lo spirito informatore di due grandi isti­tuzioni, che aveva avuto modo di ammirare, ancora giovinetto, a Torino: "In tutte le disposizioni prese, in tutte le cose, mi sono sempre messo davanti Don Bosco e il Cottolengo (...) La piccola nostra Congregazione si è sempre ispirata a questi due Santi e de­ve sempre vivere dello spirito e dell'uno e dell'altro. La Piccola Opera deve avere la fede e la carità del Cottolengo, e l'apostolato e lo zelo di Don Bosco"[159]. Ma, pur rimanendo fondamentale nello svolger­si dell'Opera l'ispirazione ai due Modelli, dando lo­ro uguale valore e forza come ad inscindibile binomio, nella formazione del personale e nell'attua­zione pratica dell'apostolato tra i giovani, Don Orio­ne si richiamerà, come a punto di riferimento, prevalentemente a Don Bosco. Continuando a rite­nersi suo figlio, non si accontentò di fregiarsi del ti-' tolo di onore e di prestigio per tale paternità, sentì fortissimo anche il senso di responsabilità nel con­servare integra la grande eredità di esempi e di in­segnamenti che aveva fatto suoi alla scuola del Santo.

Don Bosco resta il suo modello: "Don Bosco era così: Don Orione non può e non deve essere che co­sì, se vuole essere sacerdote di Cristo e discepolo non indegno di tanto Maestro"[160]. Ha coscienza di do­verne seguire lo spirito: "Ho sempre pensato che il Signore volle ch'io andassi da Don Bosco, conosces­si Lui (...) e i primi Salesiani dei tempi eroici, per­ché ne prendessi lo spirito proprio dalle origini"[161]. E per questo propone ai propri figli quanto aveva appreso a Valdocco: "E questo faccio — conclude una volta a sostegno di certe sue disposizioni —, avendo desiderio che si trapianti tra noi lo spirito di Don Bosco"[162] e spirito genuino, tale e quale era alle origini: "Bisogna che noi procuriamo di ritornare ai tempi di Don Bosco, con lo stesso spirito, con lo stesso ardore"[163].

 

 


[1] cfr. Par. Ili, 164.

[2] cfr. Par. IX, 390.

[3] Par. IX, 391.

[4] S. 15. IV.

[5] M. 2. IV.

[6] Scr. 44,15.

[7] cfr. D. 4. I.

[8] Par. IX, 391.

[9] Par. 111,7.

[10] Par. IX, 376.

[11] Par. VI, 42s

[12] Par. II, 104

[13] Par. VI, 42s

[14] Riun. 197

[15] Riun. 197

[16] Par. VI, 42s

[17] Par. IX, 472.

[18] C. 8. III.

[19] Scr. 38, 238.

[20] B. 15. IV

[21] B. 16. II

[22] S. 7 .II.

[23] Scr. 38, 238.

[24] A. 6. III

[25] B. 17. VI.

[26] B. 2. II.

[27] M. 17. III.

[28] C. 8. III.

[29] Riun., 130.

[30] Riun., 72.

[31] Riun., 75d

[32] Riun., 130s

[33] C. 8. III.

[34] S. 7. II.

[35] C. 8. III.

[36] B. 16. II.

[37] Par. VII, 144.

[38] Par. III, 152.

[39] Par. VIII, 199.

[40] Scin., 17.9.1895

[41] Par. VI, 306.

[42] Par. XI, 201.

[43] Mem. XVIII, 282.

[44] Par. XI, 89

[45] Par. IX, 390.

[46] T. 6. V.

[47] Scin. 17.9.1895.

[48] C. 19. III.

 

[49] B. 15. I.

[50] S. 7. II.

[51] Scr. 57, 248

[52] Par. X, 32.

[53] O.D.P., 18.9.1906.

[54] Par. I, 218.

[55] Man. XVIII, 490.

[56] S. 7. II.

[57] C. 8. III.

[58] B. 15. I.

[59] cfr. Par. IX, 472.

[60] Par. VII, 65.

[61] C. 43. I.

[62] C. 8. III.

[63] B. 2. II.

[64] P. 13. II.

[65] Mem. XVIII, 272.

[66] Par. XI, 472s.

[67] Par. III, 1

[68] Par. IX, 472.

[69] Par. XII, 76s.

 

[70] Par. IX, 472.

[71] Mem. XVIII.

[72] C. 19. III.

[73] Par. XII, 79.

[74] Par. XII, 56.

[75] C. 43. I.

[76] Par. V, 143.

[77] Par. XII, 56s.

[78] PR. XI, 233.

[79] Par. XI, 233.

[80] Par. XII, 57. (10) Par. XII, 57.

[81] C. 43. I.

[82] Par. VI, 68.

[83] Par. VI, 41.

[84] Par. VI, 198.

[85] Par. V, 319.

[86] Par. VIII, 61.

[87] Mem. XVIII, 272.

[88] Scin., 17.9.1895.

[89] C. 43. I.

[90] Mem. XVIII, 476.

[91] O.D.P., 18.9.1906.

[92] Par. I, 218.

[93] cfr. Mem. XVIII, 253s.

[94] Par. X, 179.

[95] Par. XI, 74.

[96] Par. III, 124.

[97] Par. V, 271.

[98] Par. XII, 56.

[99] Par. X, 192.

[100] cfr. Par. VI, 6.

[101] Par. X, 57.

[102] Par. XII, 6.

[103] Mem. XVIII, 216, 357, 430 e 468

[104] Mem. XVIII, 271, 292, 356 e 385.

[105] Mem. XVIII, 16 e 21.

[106] Par. III, 189.

[107] Mem. XVIII, 257.

[108] Mem. XVIII, 289.

[109] Meni. XVIII, 292.

[110] O. 5. II.

[111] Riun. 82.

[112] Mem. XVIII, 257.

[113] Mem. XVIII, 257.

[114] Mem. XVIII, 369.

[115] Par. X, 115.

[116] Par. VI, 261.

[117] Par. I. 218.

[118] S. 15. IV.

[119] Riun., 199.

[120] Par. I, 218.

[121] Mem. XVIII, 385.

[122] M. 17. III.

[123] O. 1947. la.

[124] Riun., 199.

[125] Mem., XVIII, 457.

[126] Par. I, 218

[127] Mem. XVIII, 457.

[128] Par. I, 218

[129] Par. I, 218

[130] Par. I, 218

[131] Mem. XVIII, 480.

[132] cfr. C. 43. I.

[133] Par. XII, 75.

[134] Mem. XVIII, 381.

[135] Mem. XVIII, 382.

[136] Mem. XVIII, 498.

[137] Par. XII, 75.

[138] Mem. XVIII, 483.

[139] Mem. XVIII, 492.

[140] Mera. XVIII, 538s.

[141] Par. XII, 73s.

[142] Par. VIII, 67.

[143] Par. X, 55.

[144] S. 1. II.

[145] O. 2. IV.

[146] Par. XII, 67.

[147] Par. VIII, 71.

[148] Par. XII, 68.

[149] Mem. XVIII, 591.

[150] S. 7. II.

[151] M. 17. III.

[152] M. 17. III.

[153] Par. IV, 327.

[154] Par. Vili, 65.

[155] Scr. 69, 402.

[156] Par. XII, 71.

[157] Scr. 70, 193.

[158] Scr. 38, 235.

[159] Par. VII, 139.

[160] Scr. 92, 287.

[161] F. 7. IIIh.

[162] Par. IV, 404.

[163] Par. VI, 43.

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